Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Brevi: "E fu così che si risvegliò il drago" di Stefania Serrami


Credit: M. C. Escher, Dragon
Credit: M. C. Escher, Dragon

E fu così che si risvegliò il drago

Stefania Serrami

<< C’era una volta un drago. Viveva in una profonda caverna sotto terra e nessun animale aveva mai osato disturbarlo. Sopra la sua tana c’era un’enorme montagna, che celava immense miniere di oro, argento e rubini. Vennero così degli umani, attratti da tanta ricchezza, e costruirono un villaggio lì vicino. Per millenni scavarono e scavarono, spogliando la terra di tutti i suoi splendori. Adornarono le proprie case di preziosi e non condivisero niente con i paesi vicini, poiché li ritenevano inferiori. La loro avidità non aveva eguali e ben presto furono costretti a picconare sempre più in profondità per estrarre l’oro, l’argento ed i rubini.

I saggi del villaggio, allora, li misero in guardia: “Abbiamo le prove che sotto terra c’è un drago. Ogni giorno sentiamo sempre più forte il suo respiro infernale e l’odore di zolfo. Dobbiamo imparare a gestire meglio le nostre risorse ed a condividerle con i paesi vicini, altrimenti sarà la fine. Abbiamo le testimonianze di cose succede se si risveglia un drago: non rimarrà altro che morte e desolazione”.

Ma uno dei sapienti remò contro: “Questa è una congiura ordita dai forestieri! Sono solo fesserie: il rumore che sentite c’è sempre stato, l’odore di zolfo è normale e non ci sono testimonianze di altri draghi nel nostro mondo”. Il sindaco della città lo ascoltò compiaciuto e decise di dargli ascolto: gli uomini ripresero a scavare. Ai saggi che si opposero la lingua venne mozzata e data in pasto ai corvi.

Intanto, gli abitanti dei paesi più vicini, desiderosi di una vita migliore, incominciarono a migrare verso il villaggio ed a reclamare la loro parte di ricchezza. Il sindaco, allora, ordinò di tagliare tutti gli alberi del bosco e costruire una palizzata. I cittadini si misero a lavorare di buona lena, più spaventati dagli stranieri vestiti di stracci che dal drago che si stava risvegliando sotto i loro piedi.  “Non vi è alcun drago. Continuiamo a scavare, perché è così che abbiam sempre fatto ed è così che continueremo a fare: siamo invincibili!” dichiarò il sindaco, tra gli applausi del popolino.

Tonc tonc tonc

Continuarono a scavare.

Tonc tonc tonc

Continuarono a scavare.

Tonc tonc ROAHRRR

E fu così che si risvegliò il drago. Emerse dalla montagna con uno strascico di fumi tossici e miasmi infernali che tinsero il cielo di ruggine e piombo. Le sue ali rombarono e tutta la Terra tremò: dall’ala destra spiravano venti gelidi come la notte artica, mentre dalla sinistra proveniva talmente tanto calore che si bruciarono tutti i raccolti ed i frutteti. Il drago salì in alto, fino ad oscurare il sole, e proclamò con voce tonante: “Io sono Anthropocene, la creatura che avete risvegliato voi, stolti mortali. Oggi incomincia il mio regno”. Le fiamme del drago raggiunsero per primi i poveretti accampati fuori dalla palizzata e, per un attimo, il sindaco e gli abitanti del villaggio sperarono che la distruzione si fermasse lì. Ma niente può fermare un drago e del villaggio rimasero solo delle rovine adorne d’oro, argento e rubini. >>.

La bambina chiuse il libro, sospirando preoccupata: tra qualche ora si sarebbe dovuta avventurare nelle terre del drago, per la prima volta nella sua vita. Sapeva di avere dodici anni o, come si diceva nelle vecchie storie, dodici primavere, anche se per lei le stagioni erano una pura astrazione. Non aveva mai oltrepassato le mura protettive della base del LOM dov’era nata. LOM: Life on Mars, il sogno di uno dei più grandi filantropi della storia terrestre. La spedizione per la quale erano stati reclutati i genitori della bambina non era mai partita a causa di quello che, nell’allegoria del libro, era il “risveglio del drago”.

Il libro era composto da un semplice plico di fogli rilegati rozzamente, scritti a mano ed illustrati da un disegnatore non particolarmente dotato.  Quella serie di racconti, tanto ingenui quanto terribili, erano stati ideati dai genitori della bambina, anni prima, quando si pensava di poter risparmiare i bambini dalla crudeltà del nuovo mondo. Si parlava di streghe, malefici e creature fantastiche, invece che di inquinamento, guerre e disastri ambientali, in un goffo tentativo di donare qualche nota di poesia all’apocalisse che aveva sconvolto la Terra. Ovviamente, questa sorta di protezione non poteva durare per sempre, ma aveva permesso ai bambini della base LOM di crescere senza essere soffocati dalla rassegnazione. Avrebbero avuto un’intera esistenza per angosciarsi su termini come “punto di non ritorno”, “esaurimento delle risorse”, “carestia”, “cambiamento climatico”.

Era il giorno dell’iniziazione della ragazzina alla verità: a breve sarebbe finalmente uscita dalla base per una piccola missione di ricognizione. La giovane avrebbe voluto mostrarsi forte come gli eroi dei romanzi che aveva letto nella sua infanzia, ma non riusciva a nascondere il tremore che si era impossessato di lei. Respirò piano, come le aveva insegnato il Dottor Finch, finché i mostri della sua immaginazione non si ritirarono nei loro bui anfratti.

“Calma, Sasha. Se non te la senti, possiamo rimandare. Mi prenderò Leo come assistente ed a te assegneranno qualche mansione più… facile” disse lo Zio Boris, l’ingegnere meccanico della struttura. Era un omone sulla cinquantina, con una folta barba nera degna di un rivoluzionario russo.

La ragazzina si sentì ferita nell’orgoglio. “Io non ho paura” disse spavalda.

“Lodevole. Ma niente atti di coraggio quando saremo lì fuori” replicò l’uomo. “Per oggi ci accontenteremo di un semplice giretto. Hai chiuso bene quella tuta?”.

Sasha annuì con cipiglio militare. Uno dei motivi per cui i bambini non uscivano all’esterno era la penuria di equipaggiamento di dimensione adeguata. Per sua fortuna, la giovane era abbastanza alta per la sua età e la tuta le calcava quasi a pennello. Lo Zio Boris sospirò: era quella di Xia Li, la più minuta dell’equipaggio della LOM che si stava addestrando per andare su Marte. Era scomparsa ormai da un anno, dopo che si era recata in un villaggio vicino alla ricerca di rifornimenti. Probabilmente, era stata aggredita dalla popolazione locale. I disastri naturali e non, oltre ad aver avvelenato gli umani, li avevano anche distrutti psicologicamente. Le masse erano regredite ad uno stadio di folle misticismo che ricordava il millenarismo medievale. Solo una piccola élite era riuscita a sfuggire alla contaminazione ed a portare avanti gli ultimi barlumi di speranza dell’umanità. La piccola comunità della LOM era uno di questi ultimi porti sicuri, ma le cittadine che la circondavano erano piombate nella più feroce anarchia.

Prima di far intuire alla piccola quanto fosse realmente preoccupato, lo Zio Boris disse: “Ho una sorpresa per te”. Così dicendo le mostrò una maschera antigas di un assurdo colore rosa confetto.

“Visto? È rosa. Ti piace? Alle marmocchie piace il rosa” le spiegò compiaciuto. Poi, notando l’espressione perplessa della ragazzina, aggiunge: “Ai miei tempi, almeno, era così”.

“È… graziosa” fu l’unica risposta che riuscì a dargli Sasha.

“Bene. Andiamo!”.

Non era la prima volta che Sasha usciva all’esterno. Le prime esercitazioni dei ragazzi avvenivano nel cortile della base, al sicuro dietro l’alto muro di cinta che proteggeva l’intero perimetro.  Eppure, la bambina fu comunque sconcertata dalla vista del cielo rugginoso che incombeva su di lei. Non aveva mai potuto ammirare il blu delle giornate terse del vecchio mondo, ma sentiva comunque che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel colore del cielo. Si sentiva in colpa di appartenere alla stirpe che aveva liberato il drago distruttore della loro unica casa nell’universo. Nella sua mente frullarono le immagini del vecchio mondo che aveva visto nella biblioteca multimediale della base: i bambini che correvano all’uscita della scuola, il mare, una scimmia che penzolava da un albero, un vecchio video di Carl Sagan che spiegava l’effetto serra su Venere, un grande concerto in un parco. Pensò che sarebbe stato effettivamente più probabile vedere un drago che un qualsiasi scampolo del mondo precedente.

“Hai messo bene la maschera?” chiese, quasi paternamente, lo Zio Boris.

Sasha annuì di nuovo, infastidita da una ciocca di capelli che era rimasta incastrata nella chiusura in gomma.

“Maxime ha avvistato dei banchi di polline. Bisogna stare attenti. Non vorrei concludere questa missione in infermeria” disse l’uomo. Una delle piante che sembrava essere adattata magnificamente all’atmosfera avvelenata era una strana specie di arbusto, ignoto persino ai botanici, che aveva bisogno di pochissime risorse per crescere. Le sue foglie erano rosse e rilucenti come gocce di sangue ed era tossico in tutte le sue parti: le radici, i rami, i fiori, persino il polline.

Sasha fece per la terza volta segno di sì, mentre il cancello della base si apriva lentamente. Sperò che i suoi genitori la stessero guardando, dalle finestre vetrate del grosso edificio della LOM, e che fosse, in qualche modo, orgogliosi del suo coraggio.

La bambina fece il primo passo verso l’esterno ed il cancello si chiuse subito alle sue spalle. Le sembrò di udire qualcuno sussurrare: “Perdonaci”.

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