Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Brevi: "L'ultimo uomo è sulla Luna" di Stefano P. Haere


Credit: NASA
Credit: NASA

L'ultimo uomo è sulla Luna

Stefano P. Haere

«E’ servito a qualcosa andare sulla Luna?»

«No».
«Eppure siamo qui…».
«Esatto».
Le serate che i due vecchi astronauti passavano assieme ormai erano tutte uguali. Non esisteva più un dialogo interessante fra di loro. Non c’era più volontà di affrontare grandi questioni e argomenti importanti. Non era più come una volta. Erano rimasti da soli, vivendo ai capi opposti della base Lunare.
Ormai si riunivano solo ogni tanto per farsi compagnia, per aspettare insieme la fine che sarebbe potuta giungere da un momento all’altro.
«Ormai sono 15 o 16 anni che abbiamo perso i contatti con la Terra?».

«Penso 16. Ma che importanza ha?».
«Nessuna in effetti».
Lo scricchiolio che la cupola produceva era ormai una costante nella vita dei due vecchi astronauti, ma era impossibile farci l’abitudine. Poteva aprirsi da un momento all’altro e ormai i mezzi e i pezzi per effettuare delle riparazioni erano finiti da parecchio.
«Sai qual è la cosa che rimpiango maggiormente?».
«Perché mi stai dicendo questo? Eravamo d’accordo di non parlare più di rimpianti e della nostra vita sulla Terra».
«Si lo so, ma ho come la sensazione che adesso siamo veramente arrivati agli sgoccioli».
«Parla allora».
«Non sapere com’è finita la guerra».
«Mi sempre un rimpianto abbastanza sciocco. Come vuoi che sia finita? Sono morti tutti».
«Continui a pensare allora che siamo noi gli unici esseri umani rimasti in tutto il sistema solare? Due vecchi astronauti sulla Luna. Quale ironia».
«Si penso proprio che siamo rimasti gli unici. D’altronde vedi anche tu ogni giorno com’è ridotta la Terra. Mi pare molto improbabile che ci sia rimasto qualcuno vivo, e su Marte avevano viveri solo per uno o due anni».
«Sarai pure un vecchio scorbutico ma pensavo che essendo l’unico dei due che aveva una famiglia sulla Terra quando siamo partiti ti avrebbe portato ad essere più ottimista».
«Forse è proprio il contrario. Non è affatto piacevole rimanere per anni nell’incertezza di sapere se i tuoi cari sono vivi o no, stando a centinaia di migliaia di chilometri da loro».
«Forse solo ora inizio a capirti».
Un rombo e un rumore di crollo in lontananza interruppero improvvisamente i loro discorsi.
«Alla fine è successo».
«Già, la tua sensazione era terribilmente corretta. E anche troppo tempestiva oserei dire… Lo hai fatto veramente dunque?».
«Si».
«Non ti porterò rancore per questo. Forse, in qualche modo, ora potrò riunirmi con la mia famiglia».
«Lo spero proprio Mark, non ce la facevo più a far finta di vivere in questo modo».
«Lo so, penso che anche per me fosse la stesse cosa».
Lo scoppio e il successivo sibilo provocato dalla fuoriuscita dell’aria questa volta provenivano proprio dall’anticamera della stanza dove stavano loro.
«Sai una cosa Mark?».
«Dimmi Dominic».
«Quando ti ho conosciuto per la prima volta, 35 anni fa, all’addestramento per la nostra prima missione insieme non mi sembravi troppo simpatico».
«Perchè me lo stai dicendo? Non era un segreto».
«Perchè non ho affatto cambiato idea».
Un sorriso apparve improvvisamente sul viso dei due consumati abitanti della Luna, un sorriso che fu l’ultima cosa che videro gli due ultimi esseri umani del sistema solare prima di morire.

«Ci sei riuscito Jim?».

«Un attimo Clara. Queste apparecchiature sono spente da 15 anni. E poi lo sai che non sono particolarmente motivato a portare a compimento questo lavoro. Non mi piace uscire fuori dai rifugi, io sono abituato a lavorare nel mio laboratorio!».

«Lo so fin troppo bene, ma tu sei il migliore in queste cose e soprattutto, sei un mio sottoposto perciò farai quello che io ti ho ordinato. Come io faccio quello che mi ha ordinato il mio superiore al comitato di recupero tecnologie».
«Ecco il computer si è acceso, e io che pensavo che il difficile sarebbe stato dare energia all’edificio e poi tutto avrebbe funzionato. Accidenti adesso perchè questo computer non vuole avviarsi? Cosa diavolo significa questa schermata blu?».
«Non ne ho la più pallida idea Jim, sei tu il tecnico».
«Lo so bene che sono io il tecnico. Era una domanda retorica».
Eccolo che iniziava, pensò Clara. Quando si mette davanti ai computer diventa intrattabile.
«Ne provo un altro».
«Va bene Jim, basta che ti muovi, io ti aspetto fuori, faccio una breve ricognizione dei paraggi.Rinfilata la tuta antiradiazione la giovane a capo del quarto gruppo di ricerca sul campo, riprese il corridoio dal quale erano entrati.
La distesa desolata che le si presentò davanti, piena di crateri e coperta di quella nebbiolina verde la lasciava sempre senza fiato. Per i giovani come lei, quello un paesaggio bellissimo, l’unico che conosceva. La morbosità dei vecchi quando le raccontavano di com’era la superficie prima delle guerre l’aveva sempre infastidita, lei a mala pena si ricordava qualcosa. Quelle enormi distese dove l’occhio poteva spaziare fino all'orizzonte le mettevano solo angoscia. Che gusto c’era a vedere un cielo blu? Dov’era il fascino del verde e del marrone? Suo nonno , ne era sicura, avrebbe capito. Lui era l’unica cosa che si ricordava di prima della guerra. Il suo viso rude ma buono, che si illuminava quando abbracciava la nipote. Il padre le raccontava sempre di come suo nonno fosse appartenuto all’ultimo equipaggio di esseri umani ad aver lasciato la Terra, all’incirca un anno prima della devastazione.
Secondo molti le stazioni sulla Luna erano ancora funzionanti e attive e le persone ancora ci vivevano, secondo altri erano tutte sciocchezze, impensabile che riuscissero a stare 15 anni senza il supporto da Terra. Tutti però concordavano che quella su Marte non poteva durare neanche 2 anni in completo isolamento. In ogni caso di esperti aerospaziali non ce n’erano più e ora nessuno sapeva bene come funzionassero le stazioni sulla Luna o su Marte.
«Hei Clara? E’ da mezz’ora che ti sto chiamando alla radio. Si può sapere perché non rispondi?».
«Scusa Jim mi ero perso nei miei pensieri».
«Sei rimasta tutto il tempo qui fuori? E’ pericoloso stare esposti all’atmosfera così tanto tempo in questa regione, lo sai».
«Si si Jim non preoccuparti. Hai scoperto qualcosa?».
«Se ho scoperto qualcosa? Accidenti se ho scoperto qualcosa. Vieni dentro e preparati a rimanerci di sasso per cosa ho scoperto».
Tornando dentro l’informatico iniziò a spiegargli i salti mortali che aveva fatto anche solo per accendere un computer e tutte le cose che aveva imparato su quei quasi sconosciuti e obsoleti softwere che conteneva l’unico a cui era riuscito ad accedere.
«Ecco questo è il computer». Disse Jim indicando con eccitazione l’unico schermo acceso in tutta la sala.
«Non l’avrei mai detto sai?». L’ironia di Clara restò sospesa nell’aria, a malapena percepita dall’uomo intento a premere tasti sulla tastiera.
«Per caso ti ricordi il nome in codice che aveva tuo nonno da astronauta?».
«No perché? Anzi non penso di averlo mai saputo. Erano nomi in codici d’altronde».
«Giusto. Comunque dopo aver acceso questo computer ho scoperto che è connesso al sistema di comunicazione con le basi su Marte e Luna. Purtroppo le comunicazioni non sono più ovviamente attive, ma non so in che modo il sistema è ancora connesso alla rete di satelliti che a loro volta raggiungevano le stazioni. Forse da qualche parte nel mondo non tutte le antenne sono state distrutte. In ogni modo sono riuscito a collegarmi a tre di questi satelliti e ho scoperto che hanno ricevuto dati in particolare dalla stazione sulla Luna fino a tre anni fa. Sono solo 5 gb ma è una cosa sorprendente».
«La stazione sulla Luna è quella dove è andata mio nonno».
«Esatto, per questo ti chiedevo se sapevi il suo nome in codice. Le trasmissioni sono firmate 0AH42C12, ti dice niente?».
«No niente. Possiamo vedere o leggere qualcosa?».
«Il computer sta finendo adesso di decriptarli. Pochi minuti e avremmo accesso a tutti i file».
«Ottimo». Le rispose Clara ora in preda ad un’agitazione che forse superava anche quella del tecnico Jim, che dal suo punto di vista aveva trovato una vera e propria miniera d’oro.
«Ecco, ci sono immagini, due video e un sacco di file di testo. Quale vuoi aprire prima?».
«Apri il primo video».
Di fronte agli occhi dei due giovani si presentò l’immagine della Terra, Celeste. Non marrone e verde.
«Questa è la Terra prima delle guerre». Disse Jim.
Improvvisamente un puntino Giallo iniziò ad espandersi in un angolo del pianeta, diventano prima un po’ più rosso e poi quasi nero. A quel punto si resero conto di come non fosse affatto un immagine, ma una sorta di time-lapse della Terra durante le guerre.
Puntini gialli iniziarono a spuntare un po’ ovunque sulla superficie del pianeta in movimento, alcuni più grandi, altri appena visibili ma tutti quanti lasciando quella macchia nera che poi schiariva sul marrone. Mano a mano che la Terra girava i puntini smisero di apparire e il celeste e il bianco iniziarono a scomparire. La Terra si colorò di marrone grigio e del blu scuro dei sporchi oceani.
«E’ inquietante. Non l’avevo mai vista da questo punto di vista».
«Hai ragione Jim. Quanto sono stati stupidi».
«Guardiamo il secondo video dai». Il tecnico si accorse subito di quanto fosse rimasta sconvolta il suo giovane superiore e ne fu sorpreso.
Il filmato successivo iniziò con un audio scricchiolante ma con un immagine subito ben chiara. Era la faccia di una astronauta. Consumata dallo stress, dalla fame e dalla depressione.
«Qui Jean Collins astronauta 0AH42C07, giorno terrestre 2789 senza contatti. Siamo rimasti in 21. Tom continua a cercare di convincermi che mi fa solo male tenere questo diario. Solo perché è uno psicologo crede di poterci comandare tutti, come se contassero ancora qualcosa i nostri ruoli e le nostre competenze. Visto che, come dice lui, non c’è nessuno ad ascoltarmi sapete cosa vi dico?».
La donna sullo schermo si avvicinò un po’ alla telecamera,guardandosi un attimo alle spalle per essere sicura che nessuno la sentisse. E lo stessero fecero i due ragazzi a Terra, avvicinandosi al computer, temendo quasi di perdersi l’ultimo sussurro della donna.
«Lui sarà il prossimo che mangeremo. Passo e chiudo».
«Mio dio Jim chiudi quel video!».
«E’ comunque finito Clara». Le dita dell’informatico corsero veloci alla tastiera mentre la ragazza si voltò allontanandosi con una mano fra i capelli e una sul fianco.
«Si sono mangiati fra di loro Jim, ti rendi conto?». Quasi urlava mentre tornava subito indietro verso il pc.
«Non potevano fare altrimenti Clara. E’ terribile lo so. Almeno adesso sappiamo che fino a cinque anni fa circa erano vivi, se i miei calcoli sono giusti».
«Si ma questo non ci serve a nulla. Anche se fossero ancora vivi adesso non potremmo mica andare a prenderli. Cosa sono Tutti gli altri file di testo?».
«Sono tutti dati di telemetria o risultati di esperimenti scientifici compiuti il primo anno. Aspetta c’è anche una specie di Lettera. Sempre firmata dallo stesso astronauta. Dev’essere stato il capo missione visto che tutti i file sono firmati da lui».
«Mio nonno era il capo missione. Apri la lettera Jim, leggiamola».

Quante cose un uomo può pensare in quindici anni di solitudine. Quando hai un intero pianeta a tua disposizione ma sai comunque rinchiuso in 200 metri quadrati il tuo cervello impazzisce.

Dopo 15 anni siamo rimasti in due, io e Dominic. E non durerà ancora a lungo. Viveri ce ne sono ancora un po’ ma la nostra salute mentale si sta esaurendo in fretta. Non abbiamo più voglia di vivere. E finalmente me ne sono reso conto. Sapere di essere gli ultimi due esseri umani esistiti o che mai esisteranno può darti un’enorme forza di volontà, ma è una responsabilità che nessuno si aspettava di dover portare. Vedere come stolti uomini hanno ridotto la Terra ci ha logorato nel profondo e ogni componente del nostro equipaggio ha scelto di andarsene solo quando lo decideva lui. Scrivere queste parole, che spedirò nello spazio, e verso la Terra mi è servito. Finalmente potrò riabbracciare la mia nipotina.

Mark T.

Una lacrima iniziò a scorrere sulla guancia di Clara, e poche parole appena sussurrate uscirono dalle sue labbra:

«Dovrai aspettarmi ancora un po’ nonno».

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