Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Brevi: "Nuovo Mondo" di Lucy Feltrin Jackson


Lucy Feltrin Jackson, Parte di "Filamenti armonici cosmici"
Lucy Feltrin Jackson, Filamenti armonici cosmici

NUOVO MONDO

Lucy Feltrin Jackson

- Eccoli che arrivano.  Vengono da soli, senza un motivo apparente. Immagini che passano nella  mente. Sensazioni, a volte belle, a volte molto dolorose. Come un venticello caldo o come uragani violenti. Che trascinano con loro le foglie degli alberi: a volte secche, a  volte verdi. Sono i ricordi.

Lei camminava guardando davanti a se. Ma in realtà era assorta nei suoi pensieri. I suoi lunghi capelli biondi erano raccolti con una coda bassa, dalla quale scivolavano molte ciocche che le ricadevano sul viso. Aveva pantaloni neri aderenti e alti stivali. Una giacca stretta in vita, da cui usciva una camicia bianca con molti pizzi. Arrivò alla scala di vetro. Che poi non era vetro, ma era fatta di aria solida. Molti edifici avevano mescolato a questa materia delle particelle riflettenti, e quindi diventavano edifici-camaleonte, quasi invisibili. Ma la scala no. Era proprio trasparente,  e lei, salendo, aveva l’impressione di salire nel vuoto assoluto.  Solo dei piccoli punti blu segnavano il percorso esatto. Lui era dietro di lei. La seguiva lentamente. Aveva lunghi capelli neri, raccolti con una coda bassa, da cui uscivano molte ciocche che gli cadevano sul viso. Anche lui aveva pantaloni neri e alti stivali. E una giacca corta, sopra ad una maglietta bianca. Lui la guardava salire, e quando lei fu in cima, la raggiunse. Lei arrivò alla fine della scala, dove c’era una grande cupola, aperta nel vuoto solo da due lati. Dentro c’erano molti schermi. Lei si sedette di fronte ad uno di questi schermi. Azionò la macchina, puntandola verso un settore preciso dello spazio. Visualizzò un pianetino, tutto grigio con delle parti chiare: sembrava proprio la Luna. Ingrandì  al massimo ciò che stava guardando.  E poi rimase lì, incantata e ferma. Lui, silenziosamente, le si sedette accanto. La guardò e vide che era triste. Lei fissava quel pianetino deserto, mentre le lacrime scendevano sul suo viso. Lui chinò la testa, e strinse i pugni così forte da sentire dolore.  Poi, anche lui, rimase lì a guardare. Le prese la mano, e digitò qualcosa.  Apparvero immagini bellissime, di fiumi e cascate. Di boschi, prati, foreste. Di fiori di ogni forma e colore ... La voce  di Michael, così melodiosa, chiedeva all’Uomo cosa ne avesse fatto di tutta quella bellezza.  Si abbracciarono. I ricordi, ora, erano lì, davanti a loro. Visualizzati in quello schermo sospeso in quel vuoto apparente. Si alzarono. Andarono verso la parte aperta della cupola, fissando il cielo.

In lontananza, c’erano due grandi Lune rosa. Sotto di loro il mare aveva bagliori argentei. Era il tramonto, e il grande Sole bianco era già sparito all’orizzonte. Quel grande sole non era neanche perfettamente rotondo, sembrava un uovo.  Il vento portò vicino ai loro piedi alcune foglie. La vita continuava, nonostante tutto.  Lui cominciò a cantare. Una canzone che parlava proprio della natura, e della sua splendida armonia. Lei aveva la testa sulla sua spalla, e sentiva tutte le vibrazioni della voce di lui. Una voce che aveva qualcosa di magico. Dopo quel lungo attimo, tornarono indietro, scendendo le scale trasparenti.  Non c’era molta varietà di vegetazione in quel posto: solo sterminate praterie e pochi cespugli. Le piante terrestri le avevano portate loro. Ogni tanto, c’erano delle strane, piccole creature che volteggiavano a spirale sopra i fiori. Sembravano minuscoli fazzoletti rotondi. Ma non si sapeva se erano vegetali o chissà cos’altro. Era impossibile prenderle per analizzarle. Una volta catturate, si dissolvevano completamente.  Ma in questo nuovo mondo, c’era acqua purissima. Un suolo fertile e un clima ideale per la vita terrestre. La terra emersa, era una striscia che girava tutto intorno all’equatore, come fosse una palla da biliardo. Il resto era fatto di acqua poco salata e  ghiaccio ai poli. E quel pianetino che avevano visto sullo schermo, non era la Luna, ma ciò che restava della loro Terra. La Luna era uscita dall’orbita terrestre, e adesso vagava nello spazio, come tanti altri pianeti solitari ed erranti.

Quando successe tutto, loro erano in una stazione spaziale sperimentale. Dovevano restare in orbita per mesi.  Quel giorno, cominciò con una centrale nucleare in Francia. Poi una in America, e una dopo l’altra, tutte le centrali nucleari del mondo esplosero. Dopo toccò ai depositi di armi nucleari.  Loro, dallo spazio, seguirono tutta la scena. In poche ore, tutto ciò che l’uomo aveva costruito, diventò cenere. Tutto ciò che l’uomo non aveva creato, venne distrutto. Il grande meteorite aveva colpito in pieno la Terra, scatenando l’inferno. Nessuno si era ricordato di loro: dimenticati.  In ogni caso, loro non avrebbero potuto fermare ciò che stava accadendo.  L’equipaggio della stazione spaziale, era di cinquanta unità. Uomini e donne di diverse nazionalità che conducevano esperimenti botanici nello spazio. Per questo avevano una grande quantità di piante di ogni genere. Dalle piante dell’orto, agli alberi da frutta. Dalle pratoline ai baobab. Una vera arca di Noè vegetale.  Vedendo la superficie terrestre annientarsi, l’equipaggio fu dapprima incredulo. Poi angosciato, ed infine terrorizzato. Cinquanta persone sole. Senza più un posto dove ritornare. Senza più parenti. Senza più case e affetti. E senza futuro, perché non erano autosufficienti.  Poi si accorsero che non erano più legati all’orbita terrestre, ma che si stavano allontanando e molto in fretta. Si trovarono avvolti da una specie di nebbia e quando ne uscirono vennero “agganciati” dall’esopianeta dove abitavano adesso, entrando nella sua orbita.  I telescopi spaziali terrestri e le sonde non avevano mai avvistato quel “vicino di casa” così simile, proprio a causa delle nubi gassose che lo nascondevano. L’equipaggio passò dalla disperazione alla speranza. Cominciarono a fare molte rilevazioni. Le radiazioni del suolo erano minori di quelle terrestri, e c’era anche meno gravità. La densità sembrava più o meno la stessa, i campi magnetici anche. Analizzarono la composizione dell’aria e dell’acqua. Passarono molto tempo ad esaminare il nuovo pianeta. Poi qualcuno trovò dei files.  Si radunarono tutti ed ascoltarono. E capirono che non erano lì per pura fortuna. Vega 1 è una stella due volte più massiccia del Sole, e più luminosa, anche se meno radioattiva. I suoi pianeti sono allineati al  suo equatore. La stazione spaziale aveva viaggiato curvando lo  spazio, cioè avvicinando il punto di partenza e di arrivo, annullando quindi, la distanza di 20 anni luce che la separava da Vega 2.   I “potenti” della Terra, sapevano da tempo che era imminente la distruzione. E quindi avevano radunato cinquanta persone per quella missione. Venticinque uomini e venticinque donne. Scelti con la massima cura: i migliori esponenti del genere umano. C’erano scienziati, medici, informatici, matematici, e anche musicisti ed artisti. Una specie di selezione della razza umana, con caratteristiche intellettuali e fisiche eccellenti. Un’ultima possibilità di ripartire da capo, nella speranza di non ripetere gli errori del passato terrestre. E quel pianeta si chiamava Vega 2, e non era affatto sconosciuto. Era tutto deciso da tempo. E qualcuno dell’equipaggio qualcosa sapeva. Michael, ad esempio, era ufficialmente morto da tempo. In realtà, era tutta una messa in scena. Lui, come “genio” vivente, era stato selezionato. E da molti anni si stava preparando a quel viaggio. Anche se non più giovanissimo. Però era talmente importante il suo patrimonio genetico, che gli venne imposto di partecipare alla missione. Lui inizialmente era contrario. Non voleva abbandonare i suoi affetti. Ma col tempo si rassegnò e in seguito realizzò che la sua vita era preziosa proprio per quello che lui rappresentava. E se anche stavolta il genere umano avesse  fallito, allora non ci sarebbe stata più alcuna speranza. Perché noi siamo una specie diversa da qualsiasi altra: noi siamo la materia che ha preso coscienza di se stessa. E questa cosa è tanto meravigliosa quanto misteriosa. Sembra che in noi ci siano dei lati oscuri, e molto pericolosi. La sfida, dunque, era quella di ridurre al minimo questi “difetti”, esaltando il più possibile le qualità umane positive. Sperando che tutto questo impegno, avesse, alla fine, un senso. Che servisse a qualcosa di buono. Che rimasse una traccia del nostro passato, ma che il presente fosse decisamente migliore.

E adesso loro erano lì. Come una manciata di foglie in balia del vento cosmico. Responsabili della continuazione di una forma di vita strana ed unica. Che a volte vuole dimenticare di essere ciò che è, e tenta di tornare all’incoscienza della materia, attraverso meccanismi che possono essere dannosi. In questo nuovo pianeta non avevano ne droghe ne alcol. Ma la creatività era spinta al massimo, così come tutte le forme possibili di arte.  E il “lato oscuro” sembrava scomparso.  Era tutto sotto controllo, e avrebbero consegnato ai loro figli una società perfetta. Con il passare del tempo e delle generazioni, sarebbe sparita anche l’angoscia dei ricordi, non ci sarebbe stato più nulla che li legasse al vecchio pianeta Terra, solo il sapere della loro antica provenienza.  Consapevoli però di essere solo degli ospiti, e che il loro compito era quello di tramandare la vita umana nel tempo. Sperando che ne valesse la pena. Sperando di non essere dei virus dannosi, ma dei batteri buoni. Perché il punto era quello: a cosa serviva l’essere umano? Qual’era il suo compito? Quale la sua vera essenza? La coscienza della materia si faceva molte domande. Michael invece, decise che la natura umana deve seguire l’esempio del suo periodo più bello: l’infanzia. E godersi ogni momento senza farsene troppe, di domande. Anche se lui se le poneva, anche se lui ci ragionava sempre. Ma poi staccava la spina e l’unica cosa degna di considerazione, era giocare, ridere, vivere il presente.  Michael la prese per mano, e andarono alla spiaggia. Ormai era notte. Una leggera brezza li accarezzava. Le onde del mare erano lente, diverse da quelle terrestri. Il pianeta Vega 2 aveva due Lune, ma molto piccole. Nel cielo si vedeva molto bene la maestosità della Via Lattea. Vega 2 non era nel sistema solare,  era nella costellazione della Lira, ma comunque, era sempre nel Braccio di Orione. E questo nuovo pianeta girava su se stesso, e girava attorno al suo Sole bianco, Vega 1, e insieme giravano attorno al centro della nostra galassia, a 900.000 Km/h, quasi 200 milioni di anni terrestri per fare un giro completo. Quindi, loro avrebbero fatto solo un piccolissimo percorso di quel lungo viaggio. E il loro tempo, così limitato, era prezioso, e andava vissuto al meglio. Rimasero a lungo abbracciati.  Come se si ricaricassero d’energia. Come se trovassero conforto nell’essere insieme di fronte all’immensità del cosmo. Con la loro umana necessità di un punto fermo, di un’ancora, di un posto da poter chiamare casa, e di qualcuno di cui fidarsi. Loro, adulti, che si sentivano come bambini lasciati in balia di loro stessi. Con le loro ataviche paure e i loro ancora più antichi bisogni. Lei chiese a Michael di cantare. E lui cantò una ballata, dolce e romantica. E tornò l’armonia. I pensieri cupi svanirono, sostituiti dal calore dei loro corpi vicini. La vita continuava. Tornarono alla loro casa, che era poco lontano. Avevano voluto che fosse proprio lì, vicino al mare e aveva un grande portico rivolto verso la spiaggia. Era davvero una posizione splendida.  Il pavimento del portico era cosparso di foglie portate dal vento. Lei ne raccolse alcune ed entrò in casa. Accese un grande schermo e si accomodò sul divano. Chiamò Michael e lui prese posto accanto a lei. Era il giorno del ricordo, e volevano viverlo tutto.  Prima si sentì un suono: era una nota musicale. Poi, sullo schermo, apparve un testo: - “In principio fu la corda: una stringa. Che subito cominciò a vibrare. E la sua musica diede corpo a tutto  l’universo. La musica delle stringhe è la forza creatrice del mondo. E questa è una sinfonia di conciliazione.” . Poi sullo schermo apparvero immagini di ogni tipo, corredate di musica varia. La musica era il collegamento con il mistero della creazione. La musica era il ponte che il genere umano poteva attraversare per tentare di conoscere la sua origine. Teorie e ipotesi. La loro unica certezza erano le emozioni che scaturivano di fronte alle immagini e alla melodia e un vago senso di sgomento, al richiamo di quell’infinito con tutte le sue frequenze armoniche ancora da comprendere appieno. Ma loro erano artisti. E gli artisti possono spaziare come meglio credono. Non sono vincolati da calcoli matematici o da prove pratiche. Gli artisti volano sulle ali della fantasia, e possono andare ovunque, senza limiti. Possono provare simpatia per una Pulsar, una stella così densa e rumorosa. Oppure ascoltare a ripetizione l’eco del suono che diede origine a tutto. Un suono fossile, che viaggiando fra i super ammassi di galassie e l’energia oscura, è giunto fino a noi. Proprio come fare un grande balzo a ritroso nel tempo, fino alla creazione. E tutto questo ancora una volta, grazie ad un suono, una vibrazione.  E nessuno, a Vega 2, si ammalava. Ogni settimana le persone dovevano fare un controllo di “ri-armonizzazione”. Come se il corpo umano e la sua mente, fossero strumenti da accordare. Attraverso delle speciali macchine, le cellule ritrovavano il naturale equilibrio musicale che è in noi. E spariva tutto ciò che è negativo o tossico per il nostro corpo.  La musica è un sistema organizzato di vibrazioni. E anche il corpo umano lo è. Basta regolare nel modo giusto le frequenze.  E le persone, tutte insieme, possono creare delle grandi sinfonie, allineandosi all’orchestra cosmica.  Onde sonore di energia.  Come quando, sulla Terra, migliaia di persone si radunavano per assistere ad un concerto, tutti concentrati sulle emozioni suscitate dalla musica. Come quando nasce un bambino, e la sua partecipazione alla vita è data dal suono della sua voce. I cuccioli degli animali, quando nascono, non emettono nessun suono. Non ne hanno bisogno perché sono già in armonia con l’universo.

Il cucciolo dell’uomo invece, deve  cercare la sua nota, il suo personale accordo per riuscire a farne parte, e lo fa con tutta la sua forza. Michael conosceva bene queste regole. Lui sapeva che il suo talento era la sua grande, innata armonia. Che si spandeva attorno a lui, che gli regalava un’aura speciale.  Ed essere in sintonia con lui,  è un grande regalo. Entrare nella sua aura, per non uscirne mai e ritrovare la nostra perduta connessione cosmica, come se fosse una riprogrammazione genetica.  E ritrovarci parte del tutto, e non sentirci più soli e inutili.  Ecco, la musica era la cura. Il ritorno alle origini. Chiudere finalmente il cerchio.

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