Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Brevi: "Realtà comuni" di Stefano Giolo


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Realtà comuni

Stefano Giolo

Avevo un lavoro un tempo.
Sono stato un buon professionista devo dire, migliore di altri almeno, anche se c’è sempre ovunque qualcuno migliore di te. Non ho mai pensato di fare le scarpe ai miei colleghi per fare carriera, non ho mai pensato di fare del male a nessuno per fare carriera. Negli anni avevo fatto diversi lavori, dallo sguattero nei ristoranti, al tecnico di laboratorio, dallo spazzino, al bibliotecario. La mia passione però era l’uso avanzato delle tecnologie. Quando volevo trovare un lavoro andavo a fare un colloquio e me lo prendevo. Era un’attitudine naturale, l’importante non è dire le cose giuste, o saperle. L’importante è sempre dire le cose nel modo giusto, con il giusto livello di empatia, ne troppa né troppo poca, con la sicurezza di chi sa cosa sta dicendo, anche quando non lo sai affatto. Questo è sempre bastato per muoversi nel sottobosco della ricerca di un lavoro, nonostante la crisi di precedenti trent’anni. Ormai la tecnologia non era più sentita come una novità o come la ricerca di una novità. Era dipendenza.

Da piccolo avevo preso in mano uno smartphone touchscreen, così chiamavano i connettori wifi dell’epoca, erano degli oggetti a volte più grandi di una mano con uno schermo tattile. In origine servivano principalmente per le comunicazioni vocali tra gli utenti, poi in breve tempo permisero di connettersi alla rete per avere informazioni in formato per lo più testuale, o videografico. Insomma un qualcosa che visto oggi farebbe sorridere.
Si toccava con le mani e si guardava con gli occhi, un po’ come i vecchi cartelloni pubblicitari nelle città meno moderne. Credo sia stato questo oggetto a farmi innamorare dell’archeotecnologia. Una volta sono arrivato perfino a spendere un intero stipendio per un’auto elettrica, una di quelle vecchie che per caricarle ti serve una spina di corrente. Ero convinto che le spine di casa mia portassero ancora dell’energia, chi me l’ha venduta ovviamente non mi ha detto che sono solo uno stupido. Arrivai giusto fino a casa, e poi la lasciai lì. Forse è ancora lì, non lo so. Non esco di da un po’.
Passarono pochi giorno dall’incauto acquisto. Non ricordo neppure se una settimana o meno.
All’epoca era tutto confuso. Ricordo che alla mattina mi svegliavo, mi alzavo dal letto, facevo login, e iniziava la giornata lavorativa, la vita reale. Ormai ci mettevo sempre più tempo perché le mie retine erano talmente deformate dall’oftametilfetamina che il sistema faticava a conoscermi. Più di una volta ho dovuto richiedere un cambio di pass-oculare con relativo prelievo del DNA. Non ne potevo più, ero innervosito da quel cazzo di logo con la F bianco lucente, da tutto quel blu, le strade blu, i taxi blu, le uniformi blu, perfino il cielo era blu, blu, tutto di quel fastidioso e innaturale blu. E la F bianca mi infastidiva gli occhi stanchi, ero stufo di sentirmi gli occhi di qualcosa addosso, un ossessione, un ossessione. Lo so che non c’è nulla nel mondo che davvero ci controlli, lo so che ognuno determina il proprio destino, che non ci sono le grandi multinazionali, il controllo della mente, lo so, ma era scattato qualcosa dentro me, un ossessione stava montando.

Elettrica o meno acquistare un auto era una cosa stupida in un mondo in cui nessuno esce mai di casa. È per le emergenze, per correre in ospedale mi dico, ma onestamente se stessi male non servirebbe fosse qualcun altro portarmi? Qualche volta lo ammetto esco, coperto dall’offuscatore però, non certo in auto. Se esco è per comprarmi quello schifo di droga. Non ne avevo così bisogno qualche tempo fa, non avevo il bisogno di assumerla direttamente dai vasi capillari dell’occhio per accelerarne l’effetto, ma tant’è, non si torna indietro. A volte mi piace ripensare ai vecchi tempi, prima della guerra, quando il cielo era ancora grigio chiaro, l’aria tollerabile per diverse ore al giorno e gli incontri sociali ancora ben voluti. Il periodo più bello è stato quando andavano di moda sport ellenici. Tutti a correre, saltare, lanciare in strutture ciclopiche. Decine di piste, centinaia di buche per la sabbia, tutti in ambienti organizzati e asettici. Docce pulite, si, ma controlli alle entrate come ci fosse il coprifuoco. Adesso ognuno se ne sta a casa, fa login al mattino, logoff la sera, e passa la giornata in un mondo che sarà anche virtuale ma è decisamente più divertente e piacevole di questo. Ci sono spiagge, mare, montagne, puoi andare a visitare città dove si respira, vedere il sole, l’unica cosa che non capisco è perché si ostinino con il blu tanto da fare di quel colore anche il cielo. Questa cosa non la concepisco.

In ogni caso fu quel giorno che diedi la svolta definitiva alla mia vita. Volevo sapere se davvero le mie ossessioni fossero reali o no, volevo capire se davvero tutti quei complotti del mondo di dentro avessero un fondamento.

Negli ultimi anni si sono espanse parecchio le teorie dei vari “ben informati”, quella dei lampioni chimici, del controllo della mente, quella che quando accetti le condizioni del mondo di dentro ti impiantano nel corpo reale un chip, che loro sanno tutto di te e ti costringono a comprare nel mondo di dentro le cose che vogliono, quelle che c’è un ordine mondiale che comanda… voglio dire… che il mondo di dentro sia virtuale lo sappiamo tutti, basta guardare fuori dalla finestra quando fai logout e vedere come è il mondo vero. Quindi perché dovrebbero irrorarci in un mondo virtuale? Per il resto credo di essere abbastanza intelligente per non farmi controllare e per non fare quello che dice un altro chissachì che viene da chissàdove nascosto sotto una telecamera messa chissà perché. Alla fine la rete, già ai tempi dell’Internet è sempre stato un mondo privo di possibilità di controllo totale, regno degli hacker e della libertà. Per questo nel tempo è diventata più bella del mondo reale è diventata il mondo di dentro.

Eppure qualcosa che non mi convince c’è, qualche cosa di quello che dicono i vari complottardi mi sconfinfera, mi crea una qualche breccia che mi costringe a pensare.
Si dice che facendo atti osceni in luogo non adibito allo scopo si venga rimossi dal sistema, si e quindi? Alla fine non siamo in questo mondo per la nostra intelligenza o per la nostra bravura, ci è stato concesso come dono e lo dobbiamo usare nel giusto modo. Non sarebbe corretto sprecarlo in modi che non siano consoni.
Dicono anche che possano rimuoverti perché esprimi la tua opinione con troppa opposizione ai principi che regolano questo mondo, che un ricercatore tempo fa fosse stato costretto all’abiura per aver dichiarato questo mondo essere una sfera che gira tra le mani di potenti che possono liberamente guardarvi dentro in ogni angolo. Ma alla fine quell’uomo viveva perché qui poteva fare ricerca, io stesso esisto perché qui vivo, amo, e vengo stipendiato per il mio misero lavoro. E allora cosa abbiamo di cui lamentarci?
Che poi, io ho i miei posti dove nascondere le cose. Le metto in una cassaforte che mi hanno assicurato essere protetta da password a doppi numeri primi, cosa posso fare? Devo vivere nell’eterno terrore che ogni mio passo sia monitorato?

C’è una cosa però che mi lascia sempre a pensare, un po’ a sognare. Ed è la morte. Si dice che uccidersi nel mondo di dentro costringa il sistema a fare un ricalcolo strutturale che questo scoprirebbe dei dettagli non noti. Però conosco persone che sono morte e non le ho più viste. Voglio dire, persone che conoscevo solo dentro il mondo di dentro. Nel mondo di fuori non conosco neppure il mio spaccino.

Così alla fine ho deciso. Voglio provare a morire nel mondo di dentro.
Vi lascio questa lettera, ben piegata, ben spiegata e senza rancore vi dico: ci vediamo di là.

Queste sono le parole che ho lasciato. Ora sono al quarto piano del palazzo dove lavoro, si, certo farà clamore, ma siamo o non siamo in un mondo virtuale?
Se ne faranno una ragione. Ieri sera quando ho fatto logoff ho nascosto in casa delle informazioni che voglio ricordare, in modo che quando mi verrà creata una nuova identità nel mondo di dentro io possa ricordarmi come ri contattare le persone che possono aver letto questa mia lettera.

Ammetto di essere piuttosto teso all’idea, ma d’altronde morire in un gioco non è mai stato… che un gioco, no? Vado.

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Ora sono qui, a terra. Non provo nulla. Il dolore è stato lancinante per qualche istante, ho sentito il cervello fischiarmi dentro per qualche secondo che mi è parso un eternità. E poi nulla. Sento il collo che deve essersi torto improvvisamente ed improvvisamente mi sto chiedendo perché in una simulazione di realtà debba esserci così ben fatta la simulazione del dolore.
Poi mi viene in mente che in effetti non provo più dolore.
Il tempo scorre. Pochi secondi o ore?
Io sono ancora qui, credo. Sono ancora vivo. Credo.
Poi mi viene un altro pensiero. Esistono paraplegici in questo mondo virtuale. Perché esistono i paraplegici?
Perché non hanno creato vite virtuali migliori ai paraplegici?

Sento il suono di sirene, stanno venendo a prendermi?
No, non ho sentito frasi come oddio oddio un…
ODDIO!!! ODDIO!!! UN MORTO! CHIAMATE AIUTO!
Donna, se sono morto perché chiami aiuto?
Mi toccano il collo, vedo che prendono la mia mano ma non lo sento, il cuore batte?
Il cuore batte, chiamate un areoambulanza
Mi voltano in posizione di sicurezza, passa qualche secolo e mi vengono a prendere.
Non è cosciente, portiamolo via
Non dite stronzate, sono cosciente eccome!” è quello che vorrei dire, ma la mia bocca non si muove, come le mie palpebre, i miei occhi.
Mi caricano su una barella contenitiva automatica, nel frattempo qualcuno, o qualcosa mi chiude gli occhi. Ma sono ancora cosciente, o almeno capisco cosa la gente dice attorno a me.
Connettetelo alla simulazione, crederà di essere tornato nel mondo reale e di non poter tornare in quello che crede virtuale. Abbiamo ancora bisogno di recuperare le sue tracce digitali, di capire cosa stava tramando con tutta quella archeotecnologia. Poi potremo liberarcene.

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