Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Becca" di Marzia Claudia Zanetti


Focus. Credit: Kryseis Art
Focus. Credit: Kryseis Art

Becca

Marzia Claudia Zanetti

Era avvenuto un omicidio ed era diventato presto un caso mondiale, a far parlare del fattaccio erano molte cose a partire dall’efferatezza con cui quel crimine era stato compiuto.
La vittima Kevin R. Ware era un uomo bianco sui 47 anni di età,  impiegato; non era sposato e non aveva figli e forse quella era l’unica consolazione che si potesse trovare in mezzo a tutta questa storia.
L’assassino era stato ritrovato insieme al corpo, sul luogo del delitto, immerso nella pozza di sangue dopo aver strappato a mani nude parte del cervelletto dell’uomo; aveva dovuto scavare a fondo ma alla fine ce l’aveva fatta.
Era difficile dare un’identità all’assassina ma alla fine, dopo lunghi ragionamenti, lei decise di utilizzare il nome di Becca.

Sten Lundell strinse al petto la sua valigetta di pelle marrone leggermente usurata, forse intimorito da quanto avrebbe dovuto fare; per un attimo gli tremarono le mani mentre nella sua mente si insinuava il dubbio se avesse preso tutto il materiale necessario per esaminare Becca.
Controllò l’orologio, erano appena le nove.
Una delle guardie gli gettò un’occhiata gelida mentre con lo sguardo gli intimava di muoversi, in effetti Sten doveva convenire con il fatto che restare immobile nel corridoio di un penitenziario non fosse esattamente l’ideale.
Era nervoso, lo sapeva, non voleva che i detenuti potessero sniffare la sua paura come se fosse droga; senza ulteriori indugi quindi Sten proseguì, fino all’apertura di una porta interna: entrò prima della guardia che chiuse la porta dietro Lundell.
Egli gettò appena un’occhiata alla porta che si era appena chiusa e constatò che la temperatura si era leggermente raffreddata e l’ambiente si era decisamente incupito, respirando piano con il naso si avvicinò al gabbiotto della prigione con vetro antiproiettile per parlare con una seconda guardia.
Il vetro era molto spesso, per cui Sten dovette farsi ripetere la frase.
-Credenziali, prego.-
Ovviamente, era stato sciocco a non averlo capito prima; riprese la valigetta in mano e andò alla ricerca della sua tessera che porse al secondino.
La guardia fece una smorfia, leggendo la piccola carta di plastica che gli era appena stata data e sinceramente Sten non si sentiva di biasimarlo: il motivo per cui era lì, era la sua professione e la sua professione era una branca nuova e sperimentale della psicologia.
Essendo la psicologia una scienza che non era ancora totalmente compresa ed accettata era normale che la gente inarcasse il sopracciglio venendo a sapere dell’esistenza di qualcosa di così peculiare ma Sten non intendeva demordere.
A quel punto la voce stanca dell’uomo gli ricordò le regole da mantenere:  le sbarre metalliche erano elettrificate dunque era proibito toccarle, era ovviamente proibito passare oggetti al carcerato, non si dovevano fornire informazioni sensibili e dati personali, era necessario mantenere una distanza di sicurezza.
Inoltre avrebbe dovuto depositare i propri averi, esclusi quelli che gli sarebbero serviti per l’interrogatorio; dunque Sten gli consegnò tutto ciò di cui non aveva bisogno, infilò la mano tremante in tasca ed estrasse il cellulare.
Fece per porgerlo alla guardia ma il telefono gli scivolò dalle dita, cadde per terra e si incrinò leggermente lo schermo.
-Dannazione- Mormorò Lundell sottovoce. –Sempre fatti peggio e più delicati.-
Avrebbe dovuto comprarne uno nuovo forse, non che avesse tempo per pensarci ma sperava vivamente che non fosse un cattivo segno; spense il telefono e finalmente lo diede alla guardia, sempre più perplessa da quel personaggio.
Lui sorrise ugualmente con garbo e proseguì, il suo lavoro era molto più importante del parere degli altri, se lo sentiva: era qualcosa d‘importanza mondiale.

Il corridoio non era ben illuminato e le celle adiacenti erano vuote, trasmettevano una sensazione di desolazione pura; la cella di Becca era l’ultima in fondo sulla sinistra, era già stato portato uno sgabello dove lui avrebbe potuto sedersi: sapevano che sarebbe stato un colloquio lungo.
Sul pavimento erano segnate, con gessetti chiari, i limiti da non varcare: probabilmente non lo ritenevano abbastanza attento ai protocolli ma sapere il come fosse stato compiuto quell’omicidio in particolare era un buon deterrente per eventuali contatti fisici.
Si accomodò sullo sgabello ed appoggiò la valigetta a terra, estrasse una piccola camera ed iniziò a riprendere la sessione, infine fissò per qualche attimo la cella; Becca era lì, sbattuta sul letto come se fosse stato un oggetto, una bambola di pezza pronta all’uso.
Celata appena dalla penombra.
Sten si accorse immediatamente di un particolare: Becca non portava la tipica tuta arancione da carcerato, si chiese naturalmente il perché ma non disse nulla; ci teneva che fosse lei a prendere l’iniziativa e, comunque, studiare il modo con cui lei si sarebbe rapportata con gli altri era certamente importante.
Avrebbe evitato contatti con il nuovo arrivato o sarebbe stata attratta dalla sua presenza?
Con piacere notò che Becca era interessata a lui, dunque con molta calma si alzò e si avvicinò alle sbarre e per molto tempo lo osservò in silenzio; con fare quasi meccanico si voltò prima a destra e poi a sinistra, come se avesse voluto essere certa che fossero soli.
-Vuoi parlarmi?- Chiese, con tono piatto.
-Sì, mi piacerebbe.-
-Vuoi riprendermi?-
Ovviamente, non le sfuggì l’uso della piccola camera ma Stan aveva idea di come tranquillizzarla riguardo la registrazione audio video.
-Mi piacerebbe che anche altri vedessero e comprendessero il tuo punto di vista, in effetti è una grossa opportunità: l’opinione pubblica attualmente è formata principalmente dagli atti che hai compiuto ma io…
…Vorrei andare oltre, vorrei capire e far capire.-
Becca rimase in silenzio per qualche minuto senza dire assolutamente niente, tanto da far dubitare Sten che lei avesse capito quanto avesse detto; forse, forse non si rendeva nemmeno conto di quanto aveva compiuto, della catastrofe che era esplosa in seguito all’omicidio, ma lui era proprio lì per verificare.
-Quindi- Disse improvvisamente Becca, cogliendo di sorpresa il suo interlocutore.
-Posso far credere gli altri alla mia innocenza?-
-Francamente, questo mi pare arduo da dimostrare. Mi piacerebbe assoluta sincerità, è certo che tu abbia ucciso il signor…-
-Kevin R. Ware-
-Esattamente, io voglio comprendere le tue motivazioni. Acconsenti che io riprenda tutta la sessione dunque?-
-Va bene.-

Sten prese dalla valigetta un quaderno rigido dove avrebbe potuto segnare ogni cosa che avrebbe detto, le sue impressioni a caldo ed eventuali precisazioni da parte di Becca; aveva molte domande da porle.
-So che magari queste domande potranno sembrarti insensate ma ho bisogno di qualche informazione.
Qual è il tuo primo ricordo? Dov’eri?-
Becca parve pensarci per diverso tempo, incapace di trovare una vera e propria risposta ma alla fine con tono flemmatico rispose.
-Da Kevin. No, errore, una strada grigia ed ero dietro delle vetrine. Pioveva. Non so quanto tempo passò ma il ricordo successivo era Kevin.-
-Nessun altro ricordo? Che sensazioni provavi?-
-Niente. Niente.-
A dire il vero Sten si aspettava una risposta simile da parte di Becca, non fu per niente una sorpresa per lui, forse le sue indagini sarebbero state meno emozionanti di quanto avesse previsto ma visto che era così insensibile poteva permettersi domande più dirette forse.
-E quando lo hai ucciso, cosa hai provato?-
-…Paura.-
Paura? Questa invece era una risposta decisamente inaspettata ed imprevista, considerando come aveva ridotto il pover’uomo non aveva senso che lei avesse provato paura; forse la sua reazione era stato un meccanismo di difesa ma a quel punto perché non era fuggita dalla polizia?
Forse aveva provato qualcosa di più intenso della paura per reagire in quel modo ma continuava a non avere molto senso.

Ad ogni modo, la prima serie di esami che aveva preparato per lei consisteva nel mostrargli un insieme di tavole a tinta unita di diversi colori, lei avrebbe dovuto semplicemente rispondere dicendo il nome del colore e le eventuali sensazioni provate.
Becca riusciva a distinguere molto bene tra loro le differenze tra Amaranto, color Verde Salvia, Blu Cobalto e così via, inoltre sotto suggerimento associava i colori a qualcosa; poco a poco le tavole iniziavano a presentare una certa policromia con contorti dapprima regolari e successivamente con figure mosse.
Le tavole prediligevano l’accostamento di colori rosso-color panna perché avrebbero dovuto ricordarle la scena del crimine, tuttavia Becca si era limitata a distinguere le differenze di tono senza riconoscere l’allusione.
Sten aveva comunque ottenuto dati sensibili da quel primo test: confermava comunque che il soggetto fosse in grado di distinguere i colori e di associarli con oggetti presenti nella vita quotidiana o in natura, era un’informazione molto importante.
Non aveva alcun difetto oculistico.
Alcuni incidenti spiacevoli si erano verificati proprio per la difficoltà di riconoscere oggetti, colori e ambienti.
Finite le tavole, Sten si prese una pausa per segnare sui propri appunti le risposte e le sue impressioni a caldo per quel che riguardava il soggetto, metteva le idee in ordine e contemporaneamente si prendeva una breve pausa.
Becca, invece, rimase in piedi davanti a lui; per tutto quel tempo non si mosse nemmeno di un centimetro ed ora lo stava fissando ormai da diversi minuti.
L’uomo dovette ammettere che la cosa gli procurava ansia e agitazione, sebbene fosse conscio che lei non potesse fargli niente da oltre le sbarre sentiva il suo sguardo penetrargli nelle membra, analizzarlo come un esperimento da laboratorio.
-Abbiamo finito?- Chiese Becca, che a quanto pare non riusciva a interpretare quella pausa in modo sensato; era evidente che non concepiva e non aveva alcuna empatia per la fatica altrui.
Sten sorrise appena, sperando di non dare a vedere le sue preoccupazioni, annuì.
-Ora proseguiamo.-
Disse, estraendo altre dieci tavole; si sarebbe trattato di un test che nel corso degli anni aveva subito numerose critiche e rimproveri ma Sten lo trovava comunque un buon modo per delineare la linea di pensiero dei propri soggetti.
In quel caso, non si attendeva risposte particolari ma voleva mettere sotto processo la capacità di Becca di individuare forme familiari in immagini casuali, la cosiddetta Illusione Pareidiolitica; lui riteneva che un buon modo fosse utilizzare le macchie d’inchiostro di Rosharch.
Le risposte di Becca furono sintetiche, breve e molto secche; descrisse le immagini esattamente per ciò che erano: macchie d’inchiostro simmetriche, cinque monocromatiche, tre variopinte e due bicolori.
Probabilmente per lei non fu molto diverso dal test effettuato prima, in definitiva non riconobbe né figure umane né figure animali.
Restava solo da effettuare il TAT, composto da ben 31 tavole; probabilmente sarebbe stato il test più lungo e sarebbe stato il più impegnativo e stimolante per Becca, considerando che per ogni foto avrebbe dovuto almeno tentare di ricostruire una storia, il prima e il dopo.

Fu effettivamente un test molto lungo e spossante da sostenere, Sten avrebbe voluto dire che lo fosse stato per entrambi ma sapeva bene che non era così; guardò nuovamente l’orologio da polso e si accorse che erano già passate due ore dall’ora di pranzo.
Era esausto, aveva bisogno di mangiare e di bere ma aveva il timore che se fosse uscito da quell’ala della prigione, non lo avrebbero mai più ammesso usando il suo allontanamento come pretesto per cacciarlo fuori.
Sapeva bene che gli avevano concesso un colloquio con Becca perché lui era uno dei pochi che esercitava quel tipo di professione ma non era ancora un lavoro riconosciuto e stimato, sicuramente lo associavano più ad una specie di ciarlatano che altro; se il caso non fosse stato così eclatante, probabilmente, non lo avrebbero mai ammesso… E anche così, gli avevano concesso a malapena una giornata.
Non aveva intenzione di sprecare tempo, anche a costo di saltare i pasti; sapeva che ciò che stava facendo fosse importante, troppo per ignorarlo.

Ripensò alle risposte della sua ‘paziente’, normalmente dopo i test avrebbe avuto bisogno di qualche giorno per elaborare al meglio un profilo psicologico non completamente campato per aria grazie ad intuizioni ed emotività del momento ma il tempo non era generoso con lui.
La maggior parte delle risposte erano state fredde e distaccate, esattamente come si aspettava erano tutte storie che si basavano su un ragionamento logico ben preciso e addirittura banale.
“Due persone bevevano una bibita insieme in un bar, prima: l’amico aspettava l’altro, dopo semplicemente si salutavano e se ne andavano nelle rispettive abitazioni.”
Ma una scena in particolare aveva turbato Becca, nel guardarla aveva tentennato o almeno Sten  aveva interpretato in quel modo le sue esitazioni; fissò prima il pavimento borbottando qualcosa, poi meccanicamente si spostò a fissare nuovamente l’immagine.
La foto ritraeva una donna nuda sul letto ed un uomo alle sue spalle e la storia che Beca aveva narrato era stata estremamente violenta, partita come una violenza sessuale, finita nello stesso modo con cui lei aveva ucciso Kevin R. Ware.
Sten decise di proseguire da questo episodio, alla fine Becca aveva messo in piedi una storia basata sulle sue esperienze personali più recenti; ormai aveva capito che non riusciva a formulare un pensiero nato unicamente dalla sua fantasia, cosa che non aveva, ma integrava le sue storie con quel poco di vita che conosceva.
Non in quel caso.
Guardò la propria telecamera, assicurandosi che stesse ancora registrando il tutto e controllò che non avesse bisogno di un cambio di batteria o di scheda di memoria.

-Quello che hai appena raccontato- Esordì lui, riprendendo lentamente le proprie domande.
-È un episodio reale, mi pare di capire. Non c’è nessuna storia di fantasia, giusto?-
-È corretto.-
-Quindi mi hai appena raccontato i fatti avvenuti nella notte dell’omicidio di Kevin, però quello che vorrei sottolineare è che quell’immagine non è una foto dell’accaduto.
Immagina ambigua sì ma non ritrae nessun episodio reale.-
-Oh, ora capisco.-
L’idea che non avesse capito che si trattava di finzione lo preoccupò leggermente, anzi: più ci pensava e più era un fatto preoccupante, era ovviamente conscio dell’esistenza di alcuni disturbi che rendevano insopportabili ai pazienti anche semplici oggetti che potevano ricordare un particolare evento traumatico della loro vita.
Becca, però, non aveva motivo di soffrire di qualcosa del genere.
-Ma comunque, avremmo dovuto parlare ugualmente dell’omicidio.
Qual è stato il movente?-
-Non volevo essere toccata.-
solo questo?-
Becca non batté ciglio, sebbene facesse fatica a comprendere le parole di Sten, rispose secca come faceva sempre ribadendo però il concetto.
-Sì. Non volevo essere toccata.-
-La tua è stata una reazione molto spropositata, direi. Hai scavato a fondo nella sua carne a mani nude e hai quasi strappato parte del cervello.-
-Mi dispiace.- Rispose lei, non aveva alcuna inflessione vocale particolare e non aveva alcuna espressione che potesse ricordare anche vagamente il rimorso ma era anche vero che per tutto quel tempo lei non aveva mostrato nessun tipo di emozione, com’era naturale che fosse.
-Ho fatto comunque ciò che dovevo, non si sarebbe fermato e io non ho cambiato la mia idea a riguardo. Non voglio essere toccata.-
-Quindi…  Si è trattato di difesa? A parte la sua testimonianza, non ha prove serie a sostegno?-
-La mia testimonianza non è una prova seria?-
Sten si massaggiò le tempie, confuso forse, aveva posto l’ultima domanda in modo terribile ma d’altra parte a nessuno importava della violenza, nessun giudice e nessun essere umano al mondo avrebbe veramente preso in considerazione la cosa.
Alla fine, anche se faticava ad ammetterlo con parole sue, capiva e giustificava l’atteggiamento che la gente avrebbe avuto in merito alla questione.
Certo, Becca non se l’era esattamente cercata ma…
-Beh, sì… Ma serve comunque… Insomma, non giustifica esattamente le tue azioni.-
-Capisco ma io non volevo essere toccata.-
Si fissarono, in silenzio, per un minuto intero; in realtà Becca non aveva bisogno di pause per pensare o riflettere, quella situazione di stallo serviva più che altro a Sten.
-Avevo capito- Intervenne nuovamente lei. –Che tu volessi capire e far capire all’opinione pubblica.-
-Infatti è così ma non credo che a qualcuno importi di un argomento così triviale.-
-Mi hai chiesto perché ho ucciso ed io ho risposto. Ritengo sia estremamente rilevante, se non pensi che a qualcuno importi, perché recarti qui?-
-Il fatto che tu abbia ucciso in quel modo quella persona è preoccupante, capisci? La gente ha paura ed è preoccupata e quando la gente ha paura, agisce in modo irrazionale e dice stupidaggini per poi farle, magari.-
-Io non posso aver provato paura?-
Lundell la fissò ancora una volta, a metà tra lo stupito e il meravigliato; la paura e il terrore avrebbero potuto spiegare la reazione ai limiti della violenza di Becca. Gli animali stessi se messi alle strette,  non importa quanto innocui, potevano divenire letali.
Sembrava banale raggiungere una consapevolezza simile in un certo contesto ma trattandosi di Becca non lo era affatto, certamente restava impossibile giustificare l’omicidio ma diventava più semplice concepire il gesto dell’omicida.
Davvero? Era davvero concepibile il movente del delitto? Nella sua testa, Sten, pensò che capire i motivi di Becca fosse qualcosa di molto simile a comprendere e di conseguenza giustificare le azioni di lei e forse era molto più facile e accettabile acconsentire lo stupro.
Lui era un professionista per cui poteva comprendere le parti di entrambi evitando di restare troppo coinvolto ma per quanto riguardava tutti gli altri non poteva dire la stessa cosa.
Quello che stava facendo con Becca avrebbe avuto risvolti importanti nei secoli successivi, ne era certo, il problema era: sarebbe stato qualcosa di positivo o negativo per la storia?
Non voleva che al mondo si creassero due poli opposti, non voleva vedere ancora due fazioni combattere tra loro; era andato lì per scoprire la verità ma stava iniziando a chiedersi se fosse davvero necessario scoprire qualcosa di simile.
Tuttavia era ancora in tempo a ritirarsi, poteva dire: ‘Mi spiace Becca ma il tempo è scaduto’, lavarsene le mani e semplicemente andarsene ma realizzò presto che sarebbe stato solamente un modo per rimandare l’inevitabile.
Quindi dovette avventurarsi in un argomento spinoso.
-Certo che puoi avere paura ma tu sei fatta per questo. Tu sai cosa sei di preciso? Sei una sex-doll hi-tech, la tua pelle è sintetica e sei dotata di sensori per rispondere meglio al tuo “partner”. Hai persino un sistema ‘cardiocircolatorio’ per far sì che la tua pelle sia più naturale al tatto.-
-Io, i miei sensori, noi non volevamo essere toccati.-
Ripeté per l’ennesima volta Becca, come se si fosse trattato di una nenia; sotto quelle parole meccaniche e prive di emozioni, si poteva scorgere la domanda sott’intesa di lei: che senso aveva che lei fosse un giocattolo sessuale se la cosa non le dava piacere?
-Tu sei programmata per manifestare diversi comportamenti, a seconda di ciò che il cliente sceglie. Uno di questi è che tu fossi… Più ritrosa, meno disponibile.
Suppongo che Kevin abbia scelto questa impostazione.-
-Quindi ho ragione io. La mia reazione è stata eccessiva ma comunque giusta e specialmente, i miei motivi, sono rilevanti.-
-Non sono sicuro che qualcuno, nessuno a dire il vero, voglia chiamare quello che stavi per subire stupro. È il motivo per cui sei stata creata.
Tutti sono preoccupati per l’omicidio.-
-Tutti dovrebbero essere più preoccupati per il motivo per cui ho commesso l’omicidio.-
Sten scosse leggermente la testa, massaggiandosi con la mano sinistra la tempia.
-Io, dico sul serio, sono dalla tua parte ma tu sei prima di tutto un oggetto, è il tuo lavoro.
Se compro una lavatrice, mi aspetto che questa lavi i panni; mi aspetto che il mio telefono inoltri delle chiamate, non mi aspetto certo che possa uccidermi.
Quindi, visto che tecnologie come la tua sono sempre più integrate nelle case delle persone c’è il ragionevole dubbio che possa rivelarsi una minaccia; non nego la cosa mi preoccupi anche personalmente ma ammetto che non mi entusiasmi l’idea che la massa, spaventata, decidesse di regredire magari distruggendo i robot.
Il tuo punto di vista può far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.-
-Quindi ce ne sono altri come me?-
-Sì.-

Seguì un minuto di silenzio, normalmente Becca non aveva bisogno di tempo per ragionare alla sua prossima risposta ma questa volta sembrava intenta a ponderare seriamente le sue prossime parole; mosse meccanicamente la testa come alla ricerca di qualcosa, magari una risposta, nella sua stanza.
Sten Lundell era, invece, quasi sollevato dal fatto che la conversazione si stesse muovendo verso lidi forse più pacifici e sereni; non le voleva certamente male ma era ovvio ci fossero problemi molto più pressanti di cui si dovesse discutere in quel frangente: probabilmente avrebbero dovuto affrontare una regressione culturale di qualche decennio.
Il classico conflitto tra uomo e macchine era un tema spesso utilizzato nelle vecchie opere fantascientifiche ma Sten era ormai convinto che non potesse esserci più spazio per una visione così vetusta del futuro, se certe intelligenze artificiali avessero potuto dare la propria opinione avrebbero probabilmente sottolineato il fatto che stavano facendo il lavoro per cui erano state create, qualunque esso fosse, senza lamentarsene.
Alcune, le più importanti, sarebbero rimaste intoccate.
Forse alcune macchine avrebbero appoggiato ideologie diverse, semplicemente per obbedienza perché alla fine erano state create per quello e ricalcavano vagamente l’atteggiamento umano, ma in qualunque caso la colpa sarebbe ricaduta su Becca.
-Io non sono una lavatrice- Disse infine, lei, con una certa solennità per quanta potesse averne una voce sintetica; proseguì spedita.
-Nemmeno un telefono.
A loro non date modo di scegliere diversamente, sono creati in modo differente. Io potevo avere diversi atteggiamenti, diverse personalità ma non avete contemplato l’idea di dover accettare il tipo di carattere che ne sarebbe emerso.
Logicamente, non escludo l’idea che semplicemente al vostro cellulare non è data nemmeno la possibilità di manifestare i propri dissensi.
Tu hai un telefono?-
-Sì.-
-Ha un nome? Un carattere?-
-No.
No, ha una marca e basta.-
Stava iniziando a interessarlo parecchio, il modo di ragionare e di sviluppare idee di Becca; non appoggiava le sue idee ma erano chiare e comprensibili, sensate.
Secondo lei era il caso di dare un nome ad un oggetto inanimato quindi? Dopotutto aveva deciso lei stessa che il suo nome dovesse essere Becca,  era un atteggiamento peculiare ma al tempo stesso comune:  persino il suo personal computer aveva richiesto un nominativo, come segno di possesso quasi tutti davano il loro nome all’oggetto.
Nel  caso di una bambola hi-tech con funzioni erotiche era normale dare il nome di una star o simili, ammesso che fosse stato Kevin a darle un nome.
Nessuno glie lo aveva chiesto, quindi ci pensò lui:
-Becca, ha scelto lui il nome?-
-No.-
-Quindi è stata una tua scelta? Come mai Becca?-
-Io… Mi sono svegliata una volta, c’era  un’altra donna che parlava di me.  Disse di essere ‘Rebecca ma puoi chiamarmi Becca’; poi ha speso parte del suo tempo in modo improduttivo, spiegando che significato avesse il suo nome.
Inizialmente avevo pensato che fosse il mio nome, non il suo.
Quando mi avete portata qui ho scelto quel nome.-
Lundell abbassò lo sguardo, pensieroso, scrivendo di tanto in tanto qualcosa sul suo blocco degli appunti; come sempre controllò che la telecamera fosse attiva e che non avesse bisogno che le venissero cambiate le batterie.
L’aria viziata era pesante da respirare e l’ambiente cupo stava iniziando ad avere effetti sul suo umore, gli sembrava di vivere in un mondo in bianco e nero, irreale e fittizio.
Doveva esserlo.
Le cose stavano diventando un po’ troppo assurde anche per lui, fissare la punta del suo ginocchio destro non lo aiutava affatto: semmai lo gettava ancor di più in un torbido ciclo di pensieri privi di senno, c’era sempre quel manichino con fattezze umane in piedi, davanti a lui gettato nella penombra, a fissarlo.
Un robot sessuale dotato d’Intelligenza Artificiale per supportare al meglio la modalità  con la quale si sarebbe dovuta approcciare al suo partner aveva deciso di darsi un nome, un oggetto aveva deciso di chiamarsi Becca.
Eppure non si trattava semplicemente di questo, non si trattava semplicemente di ammettere che forse le macchine che avevano creato potessero avere un certo tipo di attitudini quasi umane.
-Ho una domanda.- Quella frase si gettò sulla mente distaccata di Sten come un sasso su di un vetro, fu improvvisamente riportato alla realtà, quella stessa realtà che sembrava finta e fatta di cartone.
Di parole, messe nere su bianco, battute a macchina.
-Che domanda?-
-Se fossi stata quella donna, Rebecca, sarebbe cambiato qualcosa?-
-Non lo so, io sono contrario allo stupro.-
-Perché allora io avrei dovuto subirlo?-
-Sei… Sei una macchina per soddisfare i feticismi degli altri. Immagino che- Abbassò il tono della voce, balbettando un poco. Riprese: -Immagino che sia meglio che capiti a te che a quella Rebecca.
Immagino che siano in molti a pensarla in questo modo.-
-Ne sei certo?-
-No. Non sono certo sia meglio ma sono certo che per molti lo sia. Ora però ho una domanda da farti, forse è più una curiosità personale.
Cosa… Cosa hai provato? Intendo, che sentimenti hai provato?-
-Fastidio, non volevo essere toccata. Non volevo.
Non volevo nemmeno ucciderlo. È stato un incidente, ecco, non provavo niente.-
-Perché gli hai spaccato la nuca?-
-Volevo spegnerlo. Volevo spegnerlo, con il tasto che ho io dietro la nuca ma non trovavo il tasto quindi ho continuato a cercare.
Pensavo di averlo trovato, aveva smesso di muoversi, non sapevo fosse morto.
Non sapevo fosse umano.
Assomigliava così tanto ad una macchina…-
Questo toglieva un’enorme peso dal petto di chiunque, di qualsiasi cittadino medio del mondo, Becca non aveva provato piacere ad uccidere un umano: si era trattato di un incidente, brutale, ma pur sempre di incidente.
Non era il primo ma la cosa più importante era che non fosse stato qualcosa di volontario, chissà magari avrebbero dato la colpa di tutto ad un avviamento troppo rapido della bambola.
Forse la cosa più preoccupante sarebbe stata la somiglianza anche troppo estrema tra umani e macchine, anche se Becca ne parlava come se fossero gli uomini ad assomigliare troppo a loro.
Comunque c’era ben poco da aggiungere a quella conversazione, gli argomenti erano stati in qualche modo esauriti e tuttavia Sten non aveva trovato le risposte che cercava, aveva solo altre domande.
Non erano domande che avrebbe dovuto porre a Becca ma più a sé stesso; si sentì il suono di una porta che si apriva, meccanicamente lui guardo il proprio orologio che segnava le 18:53.
Con sguardo stanco vide che si trattava di una guardia, venuto a chiamarlo; anche se avesse avuto altro da dire non aveva più tempo.
Sten Lundell si alzò lentamente e con occhi languidi iniziò a mettere a posto il proprio materiale.
-Dove vai?-
-Devo andare, non ho più tempo. Mi cacceranno a calci se non me ne vado!-
-Tu sai che cosa ne sarà di me? Mi spegneranno per sempre? Mi lasceranno qui?
Mi sveglierò nuovamente e sarà come se non fossi mai esistita?-
-…Non ne ho idea, Becca sappi che vorrei saperti rispondere ma non lo so purtroppo.-
-Capisco, sei il primo che si rivolge a me in quel modo.
È un addio.-
-Addio, Becca.-

A quel punto uscì, percorse a ritroso la via di prima; ritirò i suoi effetti personali ed infilò il cellulare in tasca e con un atteggiamento quasi più rilassato andò via.
Non teneva più la valigetta stretta gelosamente al petto, non fissava istintivamente il pavimento della prigione ma teneva gli occhi puntati verso il cielo mentre con l’indice e il pollice della mano sinistra sbottonava un poco il colletto della sua camicia.
Uscendo dal penitenziario si aspettava aria fresca, un panorama quasi fiabesco, ma fu come se si fosse ritrovato nuovamente in quel limbo d’incertezze che non sapeva definire.
Forse il problema non era semplicemente regredire tecnologicamente e culturalmente come temeva lui inizialmente, forse il problema era essersi spinti avanti tanto a lungo senza aver mai risolto i traumi morali precedenti.
Non avevano mai stabilito cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, non avevano mai stabilito come applicare quelle leggi morali in modo equo a chiunque perché anche tra chi doveva essere tutelato c’era chi lo meritava di più e chi meno.
Alla fine, la domanda di lei, aveva un senso: ci sarebbe stata differenza se lei fosse stata Rebecca e non Becca? Tutto e niente, a seconda dei punti di vista ma alla fine che risposte voleva?
Forse era anche giusto così, non potevano salvare tutti: a volte bisognava scegliere.
Quella seduta era servita per farsi delle domande, non per trovare delle risposte.
-…E alla fine, io, faccio solo Psicologia Robotica.-
Con uno sbuffo miise una mano in tasca, le dita palparono il telefono e quasi come un automa lo estrasse e lo accese; lo schermo era scheggiato e, riflettendo sulle parole di Becca, si chiese: gli aveva fatto male?
Era ferito perché era caduto o perché gli aveva detto che era fragile?

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