Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Eterna Rivoluzione" di Gianluca Candiago


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Credit: Gianluca Candiago

Eterna Rivoluzione

Gianluca Candiago

Interdipendenza: L'interdipendenza è l'Insieme di legami e rapporti economici, sociali e politici, tali per cui i comportamenti di una comunità o di un intero paese hanno conseguenze su altri.

Il geco si spinse lento nell'aria. Roteò leggero e lento, agitando le zampine, come un bambino che sguazza nell'acqua per la prima volta. Ruotò la coda, si stabilizzò, e prese a galleggiare verso il vetro della vasca, adocchiando la fila di formiche. Abel lo guardava pensoso, affascinato. Aveva sciolto la treccia ed ora i capelli gli incoronavano il capo come un' aureola. Il geco raggiunse le formiche, atterrando leggiadro sul vetro. Gli insetti subito abbandonarono la formazione, alcuni corsero, altri si afferrarono in piccole catene e spiccarono il volo. Il geco muoveva ancora la testa a destra e a sinistra, mentre il suo pranzo si disperdeva in tutte le direzioni. Abel sorrise, divertito. Gettò le lunghe braccia all'indietro e spinse le gambette in avanti. Ruotò piano su se stesso, come un tuffatore. Appoggiò con delicatezza i piedi sul vetro infrangibile del vivaio, dove ormai il geco aveva preso a inseguire fluttuando le formiche tra i licheni, si diede una leggera spinta e si diresse fuori dalla Stanza della Biosfera, diretto verso la Stanza di Navigazione.

Joseph sedeva nella sua poltrona di velcro, davanti a lui lo spazio interplanetario si estendeva in ogni direzione, visibile attraverso tre strati di vetro polarizzato infrangibile. Era nato sulla Arca Ecobiomica CG34 e con i suoi 29 anni era il più anziano di tutta la nave. Aveva fatto la tratta Giove-Terra almeno 5 volte, ma probabilmente non sarebbe arrivato alla sesta: il suo cuore aveva già iniziato a perdere i primi colpi, le sue ossa erano divenute fragili e passava le sue giornate su quella sedia logora, a chiacchierare con il NOMO e cercare di contattare i suoi amici su Giove.

"Ciao Abel, hai già concluso la tua ora libera?".

"No, Navigatore Joseph" Abel si sedette su una delle seggiole di velcro, provando la fastidiosa sensazione di essere ancorato al suolo. "Volevo solo chiederti cosa faremo all'incontro."

"NOMO" ordinò il Navigatore ed il capo del NOMO si illuminò di luce soffusa, "mostrami la Strada".

Il vetro si scurì lentamente e, mentre la luce delle stelle diveniva più flebile, rimase solo la Luce del capo di NOMO.

Abel non fiatava. Vedere il Navigatore fare una Divinazione era sempre uno degli spettacoli più grandiosi ai quali si potesse assistere. Dopo qualche attimo di silenzio, rotto solo dal dolce brusio dell'impianto di raffreddamento, nell'aria buia si materializzò una palla infuocata, di luce accecante, grande come un pugno. Attorno ad essa, come granuli di polvere, visibili solo come un luccichio traslucido, ruotavano i corpi celesti. Mercurio, Venere e Madre Terra. Poi Marte il Rosso Signore, Padre Giove, Fratello Saturno, Urano ed infine Nettuno, Colui che Precede i Minori. Nomi che Abel aveva imparato bene dalle lezioni di sua madre Magdala, sussurrandoli tra meraviglia e timore mentre brillavano dietro gli oblò della Stanza Panoramica. Tanto vicini da farsi toccare, come le palline di gommapiuma che da bambini lui e Sarah lanciavano in folli corse nel Corridoio Lungo.

Sul modello pian piano crebbe di intensità quella che prima era solamente una linea sfocata, ed apparve una traiettoria rossa che collegava l'orbita di Giove a quella Terrestre, un percorso di circa 650 milioni di chilometri per una durata di seianni circa. Un percorso che ogni abitante dell'Arca conosceva sin dalla più tenera età.

"Arca CG34 e Destinazione" Ed ecco, quello che era un atomo invisibile nella simulazione divenne l'Arca. Un cilindro lucido e bianco, teso come un dito, puntato all'Infinito. Casa e Universo di otto esseri umani. Abel vide i grandi pannelli solari e le piastre di dispersione del calore, che conosceva palmo a palmo. L'anello di metallo che erano le macchine e la memoria del NOMO, la Grande Sfera, il Magazzino e infine la massa borbottante dei i motori a ioni in coda ed i getti direzionali di metano sulla fiancata.

Marte riluceva in fondo alla stanza, ammiccando.

"Tra quattro giorni raggiungeremo la zona d'attrazione di Marte, NOMO ha calcolato l'energia necessaria per decelerare e metterci in orbita." Joseph distolse lo sguardo dalla Simulazione "L'ambasciata Terrestre ci attende, e solo a quel punto inizieremo le comunicazioni e le trattative. Il carico di idrogeno e Xenon Gioviano, Nichel e Carbonio, lo offriremo solo al termine dei patti, un dono simbolico, hanno detto."

"Navigatore Joseph, accetteranno?"

"Giove è stata riconosciuta indipendente, lo Yuni, l'Impero Terrestre, non ci può temere: siamo autosufficienti, siamo pochi e non abbiamo le sue risorse. Vogliamo solo poter decidere da noi come gestire il lavoro, siamo capaci, addestrati e di certo non vogliamo privarli dei loro rifornimenti di Metalli e Carburante. Accetteranno, non perdono nulla... Non perdono nulla." Joseph si chiuse in un mormorio sommesso. Aveva paura. Il messaggio sull'indipendenza di Giove era giunto un anno prima, mentre varcavano le soglie della cintura di asteroidi. Il NOMO si era incarnato nel giovane volto olivastro del neoeletto Capo Raccoglitore di Giove e l'Arca, che era partita dalla Stazione Mineraria Agrav Selene come nave cargo, ora era la prima ambasciatrice della Sodalità Gioviana. Compito gravante su di loro dato che erano al momento la nave relativamente più vicina alla Terra. Sarebbe stata la prima "stretta di mano" tra l'Impero e la prima comunità Agrav indipendente, diceva sorridendo il Capo Raccoglitore, un momento storico.

Tutto l'equipaggio aveva accolto con gioia la notizia, tranne Joseph, che aveva passato sempre più tempo sulla sua poltrona, pensando e rimuginando. Abel lo capiva. Era un compito gravoso, che ricadeva sulle spalle di tutti, quelle del Navigatore in particolare, e sotto sotto percepiva un velato disagio nella separazione dall'Impero Terrestre, come un minuscolo tarlo che scavava pian piano nella nuca. "Una sensazione, nulla più" si diceva. Eppure non l'abbandonava e sbucava nei momenti meno opportuni, distraendolo mentre controllava il cupo russare dei motori, o puliva i pannelli solari dalla polvere, ancorato all'Arca solo da un sottile cordone ombelicale. A volte si svegliava durante i suoi turni di sonno, senza alcun apparente motivo, e rimaneva a fissare sua moglie Sarah, avvolta nel suo sacco a pelo, meditando nel buio.

"Navigatore Joseph"

Quello scheletro di vetro che era un uomo smise di mormorare nel buio e lo guardò con uno sguardo che pareva implorarlo.

"Accetteranno" Disse Abel sorridendo "Andrà tutto bene.". E intanto il tarlo grattava piano ma a fondo.Passarono due giorni e la leggera decelerazione suggeriva che NOMO avesse acceso i motori al minimo. Come previsto, due giorni dopo entrarono nel campo gravitazionale di Marte. Abel riuscì a percepirlo anche nel sonno. NOMO aumentò pian piano la spinta dei motori e alla fine furono di nuovo tutti quasi a proprio agio. Marte, che nei giorni precedenti non era sembrato altro che un punto luminoso, vagamente rosso nel cielo, era cresciuto di giorno in giorno ed ora pareva un tondo rubino nel velluto scuro.

Non fu un viaggio inoperoso: il filtro della terza Stanza della Biosfera si intasò di muschio e andò sostituito, vi fu poi un problema di surriscaldamento in un circuito di controllo per il quale Abel dovette uscire dall'Arca e sostituire a mano il pezzo. Al rientro lo diede alla piccola Miriam, di 5 anni, che si divertì ad aggiustarlo. Videro passare Phobos, Deimos balenò all'orizzonte. Passò una giornata senza particolari attività, finché, mentre Abel verificava in sala macchine il corretto funzionamento del sistema di refrigerazione interno, Petrus venne a chiamarlo.

Joseph lo attendeva nella Stanza di Navigazione, al suo fianco Il NOMO si era incarnato nel viso di un impiegato Imperiale di mezza età, dal sorriso cordiale. "Vuole conoscere l'equipaggio, Abel" lo tranquillizzò il Navigatore. "Ha ragione figliolo, voglio conoscere e registrare i nomi che passeranno alla storia!" E arricciò le labbra mostrando i denti immacolati "dimmi: quanti anni hai, figliolo?" "15, signore" "hai preso moglie, giusto? Si chiama Sarah, ha detto il tuo Navigatore. Avete figli?" "Non ancora Signore, aspettiamo di tornare di nuovo su Giove, lì hanno attrezzature migliori per far nascere un bambino." "Giusto, giusto.. E invece di cosa ti occupi sulla nave?" "Di un po' di tutto, signore, ma Joseph crede che io abbia un dono naturale per la manutenzione del motore. Se posso dirlo, è la mia Stanza preferita, signore, dopo le Biosfere." Le domande continuarono su questa linea: da informazioni più tecniche, come il suo peso, la sua altezza, forza, rapidità di metabolismo, fino a domande sulla sua dimestichezza con le armi, dal corpo a corpo ai veicoli, se prendeva le pastiglie per le radiazioni, sui suoi rapporti con gli altri membri del gruppo e sulla stazione di Giove.

Dopo ogni risposta, le domande avevano un leggero, seppur percepibile ritardo, dovuto alla distanza. Abel aspettava pazientemente le domande dell'impiegato, che aveva già perso la sua aura di simpatia, mentre palesemente seguiva una lista di domande prefabbricatogli da qualche superiore, e ne approfittava per cacciare un occhio a Joseph, che sedeva sprofondato nella sua poltrona, mordicchiandosi le unghie, gli occhi fissi sull'Impiegato. La cosa stupì Abel, era insolito vedere tic nervosi sull'Arca. La cosa lo turbò e fu più parsimonioso nelle sue risposte.

"Bene, dovrebbe essere tutto signor Abel. Navigatore, era l'ultimo dell'equipaggio?"
Joseph annuì e fece un gesto con la mano. "Allora abbiamo concluso! Vi chiediamo di mettervi in orbita Marginale, angolo Equatoriale, attorno a Marte. Vi raggiungerà una delegazione e l'ambasciatore terrestre. Lasciate liberi i canali di comunicazione in caso ci sia necessario contattarvi. Vi raggiungeremo tra un po' di ore, preparatevi. Arrivederci." "Arrivederci, signore". Abel stava per lasciare la stanza quando Joseph lo chiamò: "Prima ci togliamo da questa situazione, meglio sarà". Si era spezzato un unghia e una piccola bolla vermiglia si raggrumava attorno al dito.

Stabilizzarono l'orbita e attesero. Erano tutti svegli per l'occasione, anche la piccola Miriam che si strofinava gli occhietti per il sonno. Finalmente Joseph uscì dalla Stanza di Navigazione: "Sono quasi arrivati. Hanno chiesto che l'incontro si svolga fuori da entrambe le navi, usciremo io, Petrus e Simon, gli altri rimangano qui. Non è che... non è che una stretta di mano." Baciò ognuno sulla fronte e diede loro la sua benedizione, poi lo guardarono scivolare nella tuta pressurizzata. Abel gli porse le bombole dove gorgogliava il concentrato di acqua e cianobatteri, e lo aiutò ad assicurarlo al supporto vitale. Joseph gli strinse la spalla e fluttuò con i due ragazzi verso la camera di decompressione.

"Navigatore, le avevamo espressamente richiesto di uscire con tutti gli abitanti." "Lo so, ma è il loro turno di Sonno, e... non abbiamo abbastanza tute per tutti." Vi fu silenzio radio per un minuto scarso, poi la risposta arrivò fulminea. Il proiettile colpì Joseph in pieno petto, gli sbriciolò la cassa toracica e schizzò verso il vuoto dello Spazio. Nella Stanza di Navigazione il collegamento radio trasmise un gemito sordo, un'esclamazione di stupore, e videro il corpo del Navigatore ruotare come una trottola impazzita. Vi fu una vibrazione quando il cavo di sicurezza si ruppe, poi più nulla. Joseph aveva abbandonato per sempre l'Arca, diretto a velocità folle all'inseguimento del proiettile.

Petrus realizzò cos'era successo e urlò, poi fu colpito alla schiena. Continuò a urlare, il corpo inerte, mentre il fischio dell'aria riempiva i microfoni. Simon, invece, fu più lesto a reagire: si issò lungo il cavo e si rannicchiò dietro il compagno urlante. Girò il corpo di Petrus e lo sganciò dal cavo. Appoggiò i piedi sulla sua schiena e si spinse verso la nave, guadagnando ulteriore velocità issandosi sulla fune. I cannoni della nave marziana smisero di sparare. L'Arca doveva rimanere intatta. Nella Stanza di Navigazione tutti erano ammutoliti. Qualcuno ansimava. Miriam boccheggiava, la testa immersa nel grembo della madre. Abel fu il primo a riprendersi dalla paralisi. "NOMO" urlò "Arca CG34 e Marte, mostra la Strada." La nave militare si era posta proprio davanti a loro, sulla stessa orbita. Non potevano invertire la rotta, l'unico modo per sfuggire era accelerare, passargli a fianco e superarli il più rapidamente possibile. Non era stato addestrato a rischiare, ma decise di farlo.

"Qualcuno vada a recuperare Simon, gli altri si dispongano nelle postazioni da manovra di emergenza!" non guardò i suoi compagni agire, ma si concentrò sulla proiezione. I pensieri gli turbinavano nella mente a velocità caotica. "NOMO, Inclina l'arca a 23 gradi fuori dall'orbita, accendi i motori, direzione Giove." I motori si accesero, e Abel sapeva che ci avrebbero messo un po' a spingersi fuori dall'orbita. Vedeva nella proiezione la nave nemica: un predatore immobile, in attesa dell'errore della preda. "Una preda che non si sarebbe fatta catturare facilmente" pensò Abel. La nave vibrava e gemeva sotto la spinta dei motori. Udiva, indistinto, il gemito soffocato di sua moglie e dei suoi amici, schiacciati dall'accelerazione nelle postazioni d'emergenza.

I terrestri apparentemente volevano la nave integra, e ciò dava loro un grosso vantaggio. L'unica cosa che potevano temere era un abbordaggio. Nella stiva avevano delle tute meccanizzate da lavoro che avrebbero potuto eventualmente utilizzare per il combattimento orbitale, ma Abel aveva già visto una volta le speciali tute da guerra che...

Le luci si spensero e, con loro, il motore. Calò un silenzio glaciale, rotto solo dagli scricchiolii dell'Arca che si riassestava. Abel sentì un brivido gelido percorrergli la schiena. Aprì la bocca e non ne uscì un suono. Dietro di lui qualcuno mormorò qualcosa, forse una preghiera, o forse un imprecazione. "NOMO" chiamò il ragazzo "NOMO". Ma non accadde nulla.

Passarono a fianco della nave da guerra terrestre. Ne osservarono il bianco, elegante profilo stagliarsi nelle tenebre. Non potevano fare null'altro che stare a guardare. Si avvertì una vibrazione. Un colpo leggero scosse la nave. Poi un'altro. Un'altro ancora. NOMO emanò un leggero bagliore che illuminò i volti paralizzati dei sei abitanti dell'arca. I giroscopi e i getti di metano stabilizzarono nuovamente la nave. Poi NOMO tornò come spento, sordo a qualsiasi richiesta. Passò un eterno minuto, poi, dall'oscurità del Corridoio Lungo, si udì, distinto, un ronzio di morte.

La nave militare della Guardia Orbitale Marziana raggiunse l'Arca con molta calma. Aspettò che i droni da gravità zero finissero il loro lavoro, poi ordinarono via radio al NOMO di aprire loro le camere di decompressione. Ricevuto il segnale di fine missione i droni staccarono le loro zampe da ragno dalle loro prede e, ruotando la lunga coda giroscopica, si ritirarono obbedienti nelle loro capsule, ancora conficcate nella fiancata dell'Arca. Le capsule vennero rimosse accuratamente e senza errori e i buchi vennero pian piano chiusi con la Schiuma Cementifera. La Sala di Navigazione venne svuotata rapidamente dai cadaveri, che furono presi e numerati, pronti ad essere inviati agli studiosi sulla Terra. Al NOMO venne ordinato di simulare digitalmente una trasmissione del deceduto Navigatore e dopo qualche minuto su Giove videro il vecchio volto di Joseph sorridere e dire che tutto era andato per il meglio e che, nonostante le sue diffidenze, la pace sarebbe stata prospera e lunga.

Mentre in orbita su Marte veniva radunata una flotta da guerra da inviare verso Giove, l'Arca Ecobiomica CG34, riprogrammata per continuare il suo viaggio e i suoi rifornimenti in autonomia, riprese la Strada da dove l'aveva interrotta e, sotto il controllo del NOMO, lasciò il suo carico sulla Terra e ripartì per Giove.

Il piccolo geco saltò. Il suo corpo allungato si contorse lento mentre fluttuava con leggerezza. Aprì le zampine e pagaiò, nuotando nell'aria. Le ampie dita adesive aperte al massimo. Una formica ne percepì la presenza grazie alle sue lunghe antenne, sottili come capelli. Spruzzò una nuvola di segnali chimici e la colonia sidisperse in ogni direzione, fluttuando in tante piccole catene, nascondendosi tra i licheni e i rampicanti. Il geco atterrò sul capo spento del NOMO e saltò di nuovo afferrando al volo un paio di formiche.

Trentaquattro anni prima l'Arca aveva avuto un malfunzionamento ai motori. Si era messa in orbita intorno a Giove e aveva mandato segnali automatici di SOS per oltre due anni e mezzo prima che si fondesse anche il sistema di telecomunicazione. Ora non poteva far altro che orbitare, come una minuscola luna, attorno a Giove. E mentre attorno a lei l'universo mutava, l'Impero Terrestre cresceva e prosperava e la Stazione Mineraria Agrav Selene, in orbita intorno a Padre Giove, veniva ricostruita e ripopolata da nuovi operai, l'Arca continuava la sua lunga, lenta, eterna rivoluzione.

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