Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Figlia del tempo" di Maestro Wallace


Credit: Magda Boccadamo
Credit: Magda Boccadamo

Figlia del tempo

Maestro Wallace

Janis riaprì gli occhi all’improvviso in una capsula fredda e molto stretta. Il risveglio fu brusco e il respiro affannato fin da subito. Appena schiusa la cabina, una folla festante le si parò alla vista. Urlavano a ripetizione il suo nome lasciandolo riecheggiare sulle ampie vetrate dell’ambiente.

Era l’enorme atrio di un edificio vitreo, illuminato a giorno. Un uomo barbuto con un camice bianco le porse la mano invitandola a uscire: «Benvenuta. O meglio, bentornata.» Janis portò avanti la gamba destra, che non resse il suo peso, costringendola ad accasciarsi a terra. Venne prontamente sorretta da due infermiere. Presero quindi a condurla lungo una passerella, in direzione dello scatenato pubblico. Alla fine del percorso la attendeva un letto che levitava a mezz’aria. La ragazza non vi badò, lo ritenne uno scherzo della sua mente intorpidita. Come anche la serie di ologrammi bidimensionali che fluttuavano per tutto lo spazio circostante. Questi trasmettevano immagini di quanto accadeva in quello stesso luogo, secondo diverse angolazioni. I caratteri sovraimpressi ricordavano ideogrammi orientali, mentre i suoni emessi riproducevano termini incomprensibili. Gli schermi mostravano anche un libro con un volto femminile in copertina. Lo stesso volume veniva agitato come una bandiera anche dai presenti, contenuti a fatica da un cordone di uomini della sicurezza. Sembravano essere tutti lì per lei. Sembravano attenderla da sempre. Solo Janis dava l’idea di non rendersi conto di nulla. In quel momento però le importava solo di abbandonarsi su quella “barella volante”. E così fece, aiutata dal personale che assisteva l’uomo barbuto. Il letto iniziò poi a muoversi da solo, conducendola via. Volgendo un ultimo sguardo verso la capsula appena abbandonata, Janis notò l’ologramma tridimensionale di un volto, che campeggiava tra il pavimento e il soffitto. Un volto noto e antico. Un volto amorevole. Un improvviso dolore lancinante alle tempie le impedì di urlare. Le permise appena un flebile sussurro: «Papà?» Quindi perse i sensi.

Si ridestò in una stanza asettica, spoglia e dalla fioca luce. Questa volta regnava il silenzio. Un altro uomo, più giovane, l’osservava ai piedi del suo letto:
«Mi dispiace, il riavvio è sempre traumatico. Figuriamoci nel tuo caso… Sono il dottor Claut, mi occupo degli step psicologici per il protocollo di ripristino mnemonico. Ti trovi all’Hancryon».
Janis lo scrutava con aria interrogativa. Lui le porse un libro. Ancora lo stesso volume. Le chiese se riconoscesse il volto femminile impressovi. Alla risposta negativa di Janis, azionò, col tocco di un telecomando, uno schermo olografico, facendolo comparire dal nulla proprio di fronte la ragazza:
«Guarda qui dentro allora. Riconosci qualcosa? O qualcuno…?»
Lei vide nuovamente lo stesso viso del libro. Ora però si muoveva esattamente come faceva lei. Nel labiale vi lesse anche le sue stesse parole:
«Che scherzo è?»
«Non è uno scherzo, è uno specchio.»
Le vennero poi indicate delle righe scritte a mano, sulla prima pagina del testo. Immaginò fosse una dedica ed a quel punto che fosse magari rivolta a lei. Ma solo quando fu invitata a leggerla si rese conto di non esserne in grado. Ciò la sconvolse al punto da farla balzare giù dal letto strillando: «È la mia lingua! Perché non leggo?»
Il medico, compiaciuto nel vederla reggersi in piedi: «Bene! Il riavvio delle facoltà motorie procede con successo. Ed avverrà lo stesso con la tua memoria. Devi solo “ricordare” come si legge.»
Janis scagliò con violenza il volume contro il muro. Finendo a terra si aprì casualmente alla pagina che mostrava il volto paterno intravisto poco prima dello svenimento. Lo psicologo:
«Quello invece, lo riconosci?»
Janis si pronunciò solo in un timido «Si…», dopodiché si rimise seduta su invito dell’uomo, il quale sorrise soddisfatto:
«Il recupero integrale delle funzioni psico-somatiche contempla un intervento chirurgico a livello neurologico. Uno shock sinaptico rischia tuttavia di arrecarti danni permanenti. Ti pregherei pertanto di visionare questo filmato. Ha l’obiettivo di attestare le tue resistenze subconscie a valori residuali. In pratica è un’anticipazione di quello che dovrai ricordare, per evitare di farti impazzire da un momento all’altro.»
Janis non fu affatto persuasa, ma si concentrò comunque sul display. L’ambiente piombò gradatamente nella penombra. L’uomo uscì attraversando un varco che si creò dal nulla in una parete, per poi richiudersi dietro di lui con un sibilo, quasi fondendosi col perimetro della stanza.

Il video prese avvio con una sequenza di immagini di Janis ed una voce fuori campo: “Inizio del terzo millennio. La società raggiunge un apice di progresso inaspettato. Al contempo il consumo spregiudicato di risorse e la contaminazione atmosferica lasciano poche aspettative di vita alle ultime generazioni. Pochi fortunati hanno il privilegio di riporre le speranze nell’ultima conquista tecnologica che la scienza mette a disposizione: la conservazione criogenica. Gran Bretagna, 2016; la quattordicenne Janis Spencer chiede al giudice dell’Alta Corte di Londra, tramite una commovente lettera, il consenso legale ad ibernare il proprio corpo, contrariamente alla volontà espressa in un primo momento dal genitore. Nell’ottobre dello stesso anno, il gruppo Cryonics si prende carico della missione di traghettarla verso un futuro dignitoso. Han Spencer, padre della coraggiosa ragazza, ricredutosi in merito alla potenziale efficacia del metodo, intraprende una sorta di pellegrinaggio, recandosi quotidianamente presso il laboratorio in cui lei è conservata. Mosso dal senso di colpa per ciò che considerava un fallimento della propria generazione, vuole tramandare il suo messaggio alla Janis del domani. Non si accontenta certo di sussurrare parole ad un corpo inanimato. Così raccoglie i suoi pensieri in un diario, prova sincera di quanto avrebbe voluto insegnarle. La vicenda fa il giro del mondo e viene presto richiesta a gran voce la pubblicazione del manoscritto. Forse per la prima volta su scala globale, un pubblico trova coesione grazie all’universalità di quei contenuti, che smuovendo la sensibilità dell’opinione comune, assicurano all’opera un successo senza precedenti. I proventi vengono generosamente devoluti all’istituto di criogenia e destinati alla ricerca nel settore. Han, divenuto IL padre per antonomasia, stipula un’assicurazione sulla vita, indicando la Cryonics come unico beneficiario. L’istituto muta il nome in Hancryon, dopo la sua morte nel 2029. Cento anni più tardi “Figlia del tempo” è l’unico testo al mondo per cui è concessa la riproduzione su formato cartaceo. Non esiste uomo alcuno che non ne possegga almeno una copia e molti dei principi espressi nella stesura, sono recepiti ed applicati anche dalla legge. L’8 febbraio 2129, il risveglio di Janis è trasmesso in diretta in mondo visione.” Venivano a questo mostrate le stesse immagini che lei già aveva notato sugli schermi, appena uscita dalla capsula. “Chi ha potuto assistere all’evento è stato fortunato testimone dell’incarnazione del simbolo della speranza stessa.” Janis, più atterrita che altro, trattenne a stento le lacrime, mentre un’altra figura fece il suo ingresso. Era l’uomo barbuto apparso all’inizio. Si presentò come il Dr. Peter Jackson, numero uno dell’intera struttura. Raccolse il libro scaraventato a terra dalla ragazza e riaggiustatene le pagine con una devozione quasi religiosa, glielo riconsegnò:
«Questa copia è una delle poche scritte nella tua lingua rimaste ancora in circolazione. È forse anche l’ultima su cui qualcuno abbia scritto a mano, con una penna. È un vero reperto archeologico.»

Passarono alcuni giorni prima che Janis potesse superare intorpidimento e sconvolgimento, potendo interfacciarsi solo con individui sconosciuti e distanti da lei per tempo e spazio. Fu infine in grado di sottoporsi all’intervento per il recupero (quasi completo) della memoria e per l’installazione di un chip di ricalibrazione sensoriale. Dovette acconsentire al trattamento, per cui sapeva bene di avere nel cervello un aggeggio che l’avrebbe avvantaggiata nell’interazione con la realtà: ascoltare lingue tradotte in tempo reale; interpretare ogni sorta di scrittura nuova o antica; orientarsi perfettamente al buio e chissà quali altre applicazioni avrebbero potuto esistervi. Venne ultimato tutto in tempo per la prima conferenza in diretta mondiale. Un dispiegamento di reporter di tutte le emittenti del pianeta aveva sgomitato per mesi per ottenere lo spazio di una domanda alla neo-risvegliata. L’imbarazzo ed il disagio di Janis erano però i veri protagonisti al centro di quel palcoscenico, allestito all’interno di un immenso parco, inaccessibile al restante pubblico. Lei era affiancata dal team di medici che la seguiva. Il dottor Jackson aveva il controllo situazione. O per lo meno così credeva. Per almeno un’ora infatti Janis poté limitarsi a rispondere usando retorica spicciola per barcamenarsi tra futili domande di circostanza. Finché un corrispondente non le chiese:
«A distanza di decenni, che rapporto conservi con la tua patologia? Come convivi con la consapevolezza di non poterla curare?»
Jackson saltò in piedi ed interruppe furiosamente la conferenza: «Non erano questi i patti!»
Il giornalista venne braccato con violenza e portato via, mentre nella confusione più totale si gridava allo scandalo. Janis fu immediatamente ricondotta presso la struttura ospedaliera.
Risvegliando un’indole combattiva, reagì immediatamente a tale vicenda. Dopotutto ne erano accadute così tante in così poco tempo, e ciò servì a forgiarne il carattere. Conscia della devozione che sapeva esserle rivolta, si impuntò riuscendo a venire a capo della sconfortante realtà dei fatti:

«Il motivo per cui ricorresti alla sospensione criogenica, è un glioblastoma cerebrale, incurabile nella tua epoca. Come purtroppo anche nella nostra. Disponiamo tuttavia di terapie in grado di tenerlo sotto controllo e ritardarne l’esito infausto. Dovrai nuovamente affidarti alla crioconservazione per sperare in misure risolutive. Riteniamo di ottenerle però nell’arco dei prossimi decenni. Il nostro istituto esiste ed opera unicamente in tua funzione.»
Lo shock non fu tanto per la scoperta della reale ragione del suo ibernarsi, quanto a causa del motivo per cui avevano anticipato il suo risveglio: clamore politico, speculazione mediatica, mercificazione del dolore. E ciò le venne chiarito con una naturalezza ed una sfacciataggine persino inquietanti. La società si era progressivamente allontanata dalle istituzioni, perdendo fiducia nei servizi pubblici, loro gestione e nella politica in generale. Occorreva una distrazione, seppur temporanea, dalle reali problematiche, per scongiurare un’insurrezione globale, la cui deriva anarchica avrebbe obliterato ogni grado di civiltà raggiunto. Quale miglior rimedio dunque, del ritorno di un Messia portatore di speranza, in carne ed ossa?

La risolutezza che aveva caratterizzato Janis nella sua breve esistenza, non tardò quindi a manifestarsi, come riemersa dai meandri della sua coscienza sopita. Non si era scelta quel ruolo, né avrebbe mai concesso a nessuno di farne una pedina. Forte del rispetto dovutole, si trincerò nei confortevoli alloggi che l’istituto di criogenia le riservava, rifiutando qualunque apparizione mediatica. Declinò ogni invito a comparizioni pubbliche, interviste e conferenze, spezzando il gioco politico messo in atto alle sue spalle, con la complicità di Jackson e la sua troupe. Avevano smesso di godere della benché minima fiducia da parte della ragazza. Intraprese con fermezza un ferreo “sciopero” dell’immagine, attendendo solo il rientro nella capsula, che per motivi fisiologici non sarebbe potuto avvenire prima di altri sei mesi. Mesi di cure e ripensamenti. Si rifugiò nella lettura del lascito paterno. Fece tesoro dei suoi insegnamenti, ma davvero non si capacitava di come una confidenza così intima e privata potesse essere stata elevati a quei livelli. Si incuriosì poi al mondo che la circondava e che presto avrebbe dovuto abbandonare. Tentò quindi di comprenderlo senza affezionarcisi.
In realtà tale rischio era molto basso e lo fu ancora di più qualche settimana più tardi.

Era intenta, come sempre, a curiosare nella sezione storica della biblioteca digitale della fondazione, quando le interruppe la lettura un fastidioso messaggio promozionale automatico: Il diario di Janis Spencer. Dalla mano diretta della “Figlia del tempo” la toccante testimonianza di un viaggio di un secolo, che non trova la sua meta. Non la stupì per nulla il fatto che qualcuno speculasse sul suo nome per il proprio tornaconto. Vi era anzi inconsciamente abituata fin dalla sua epoca. Lo spot veniva però ripetuto quotidianamente, con sempre maggiore frequenza ed in circostanze sempre più varie. Non impiegò molto a capire che di mezzo doveva esserci Jackson e qualche misura filogovernativa. Ma non poté più fingersi indifferente quando sulla scena apparve il testimonial ufficiale di quel prodotto: Janis Spencer!
Era proprio una ragazza dalle medesime fattezze, stessa mimica ed identica voce. Compariva in varie trasmissioni, veniva intervistata in diretta e circolavano audio con stralci di lettura d’autore, di quella sorta di nuovo vangelo, che non aveva mai scritto. Poiché credeva di essere proprio lei, immaginò di essere stata manipolata all’insaputa tramite qualche sostanza. O magari attraverso il chip che le avevano piantato in testa. D’altro canto, riflettendoci pensò che in tal caso avrebbero fatto di tutto per tenerla all’oscuro e lontana da quegli spot. Ciò al contrario non avveniva, avendo anzi libero accesso a media e ad informazioni. Giunse quindi alla conclusione che la sottoponessero periodicamente a delle obliterazioni di memoria, con la quale dopotutto l’Hancryon aveva dimostrato di saper giocare abilmente. Se ciò fosse stato vero tuttavia, non avrebbe avuto senso inscenare alcuna azione dimostrativa. Se potevano realmente controllarne la volontà e farle dimenticare ogni accaduto, come avrebbe mai potuto tentare di sottrarsi a quel complotto?
Si rassegnò dunque a fare buon viso a cattivo gioco, fingendosi ignara di tutto. Sperava in questo modo di captare di nascosto qualche segnale qua e là, aggirandosi per la struttura e chiacchierando con quanti avesse incontrato in giro. Nessuno le avrebbe mai negato un saluto e qualche parola. Godeva tra l’altro di una certa libertà di movimento e poteva anche richiedere di visitare l’esterno, rigorosamente scortata da personale autorizzato. Questa strategia però dovette destare qualche sospetto. Un giorno infatti fu stranamente Jackson a volerla accompagnare di persona durante una visita in città. Glielo propose con fare severo, e con un volto piuttosto ligneo. Janis si fece convincere a malincuore. Solo una volta scesi dal veicolo, si accorse di essere stata condotta presso una sala presentazioni, che ospitava l’in-store del diario. 

La solita folla scalmanata gremiva l’ingresso e tutte le strade che vi si snodavano frontalmente. Loro erano però abbastanza lontani da quel bagno di gente e Janis non venne vista da nessuno. Venne condotta sul retro dell’edificio, per un’entrata di servizio nascosta. La ragazza fu allora colta da un raptus d’ira, in quanto infastidita da quella che giudicò una coercizione da parte del dottore:
«Non firmo autografi, non sono un vip. E non sponsorizzo il vostro stupido diario!»
Si era intanto bloccata smettendo di seguire l’uomo barbuto, il quale aprì poi una porta invitandola a varcarne la soglia. Si mostrava però risoluto ed agiva con una certa naturalezza e stranamente non ne fu turbata. Sembrava piuttosto che stesse cercando di metterla di fronte un’evidenza. Del resto lei era lucida e cosciente, di certo non era stata drogata, né era sotto minaccia. Mosse allora qualche passo e non appena entrata in quella stanza, le fu lentamente richiusa la porta alle spalle. Era una specie di ufficio. Una donna sedeva in poltrona con le spalle rivolte all’ingresso. Si voltò. Si trovò davanti a sé stessa. Era lei, la sosia dello spot!

Questa trasalì «Chi diavolo sei?». Dalla reazione diede l’impressione di essere ignara quanto e più della vera Janis. Appariva anzi molto più agitata e perse subito l’autocontrollo in preda al panico. La prima invece, che a questo punto dubitava anche di sé stessa, tentò di imbastire un dialogo. Il suo sentimento nei confronti di quell’essere, era di assoluta empatia. Fin dal primo sguardo capì ch’era anch’essa vittima di un sadico gioco. Voleva domandarle se conoscesse il Dr. Jackson, se fosse stata lei a scrivere quel diario e se non si rendesse conto di essere niente più di uno strumento in mano a chissà chi. Non valse a nulla il suo intento. L’altra Janis piombò a terra in un lampo, freddata da un improvviso colpo d’arma da fuoco. Le perforò il cranio, senza lasciarle il tempo di accorgersi di nulla. Quella vera invece si portò le mani alla bocca, a strozzare il grido di terrore che stava per esplodere. Il braccio assassino era ancora teso con fermezza. Sbucava da una porta laterale, che era rimasta socchiusa per tutto il tempo. Abbassata l’arma, la figura si rivelò, incedendo lentamente. La ragazza non avrebbe mai immaginato di rivedere quel volto. Un volto noto ed antico. Un volto che però non era più così amorevole. 

«La sola ed unica Janis» sussurrò Han, con uno sguardo che lei era certa di non aver mai affrontato. Le aveva paralizzato arti e voce. Si limitò ad ascoltare incredula quanto farfugliava l’irriconoscibile padre:
«Lo so, ti sembra assurdo Janis, ma finalmente posso proteggerti adesso! Ora non abbiamo tempo, devi venire con me.» Si mostrava però distaccato, imperturbabile e non lasciava trasparire coinvolgimento o preoccupazione alcuna. La ragazza muoveva titubanti passi all’indietro, cercando di allontanarsi. L’uomo allora improvvisò una spiegazione, nel tentativo di anticipare i dubbi che la figlia in quel momento non era in grado di esternare:
«Questo era un clone Janis! Ti hanno clonata per manipolare la tua immagine e il tuo nome a loro vantaggio. Hanno dovuto farlo perché tu sei forte e non ti sei piegata! Io però ti sono stato sempre vicino in ogni momento, Janis. Io non potevo fidarmi di loro…» 
«Ma io non posso fidarmi di te.» Lo interruppe, risoluta. Aveva nel mentre riacquistato coraggio. 
«Certo che sì, sono tuo padre!»
«Tu non sei mio padre! Hai fatto fuoco sul mio viso – indicando il cadavere riverso al suolo – Tu non puoi essere un padre.» Non indietreggiava neanche più.
«Ascolta Janis, fuggiamo! Andiamo ancora più avanti nel tempo. Potrai curarti finalmente e ti salverai.»
«Posso farlo senza il tuo aiuto.»
«Ma io ho bisogno del tuo…»
«E per cosa, per i tuoi diari di successo? Allora fatti un clone!»
Un intervallo di silenzio si protrasse a lungo. Gli sguardi dei due si sostenevano audacemente a vicenda. Finché Han non gettò la maschera: 
«In effetti l’ho già fatto una volta. E posso rifarlo.»
Ormai non occorrevano filtri alla conversazione e l’arma stavolta era puntata dritta contro Janis. Disgustata e rabbiosa, sentenziò: 
«Allora dovevi uccidere me e non lei.»
«Ma io volevo la mia vera Janis.»
«Quindi sei stato sempre tu? Mi hai seguita fin qui e mi ha risvegliata per il tuo egoismo? E ora mi minacci anche. Ti rendi conto che mi togli la libertà di curarmi e vivere?»
«È proprio l’opposto invece! Sono qui per farti guarire. E vivrai!»
«Allora bastava che mi lasciassi lì dentro.»
«Janis, il tuo risveglio era previsto per un’epoca in cui le cure saranno pura routine. Ma poi? Saresti stata dimenticata. Avresti passato una vita da sola, lontana da tutti. Lontana da me. Io ti ho resa immortale nella memoria di chiunque. Sei una leggenda vivente!»
«Sono morente invece. Per colpa tua!»
«Ma posso renderti immortale anche nel corpo. Con quello che ti ho costruito possiamo risvegliarci insieme; sarà passato solo un attimo e vivremo per sempre. Sarai una leggenda in eterno. Il mio diario, il tuo, l’Hancryon… non lo capisci che ho fatto tutto per te?»
«Io non capisco perché sei ancora qui. Dovresti essere morto!»
Atterrita dal delirio paterno la ragazza gridò quest’ultimo sfogo e si lanciò verso l’uscita. Sarebbe voluta fuggire lontano. Appena spalancata la porta però, si ritrovò Jackson a farle da muro. Le bastò un attimo per risalire alla complicità intercorsa tra i due uomini. E per rassegnarsi alla triste idea di aver perfettamente interpretato nient’altro che un inconsapevole ruolo. Restò pietrificata dalla silenziosa presenza che le ostruiva il passaggio, mentre alle spalle l’altra voce non si era ancora interrotta:
«In fin dei conti, non ho bisogno di minacciarti in alcun modo, - Riabbassò l’arma - sei libera di scegliere: puoi venire con tuo padre e vivere in eterno. In alternativa, ti affidi all’Hancryon, che si prenderà cura di te, come ha sempre fatto, per il resto della tua breve ed anonima esistenza. Ricorda che in un modo o l’altro, io posso avere una Janis.»
Scomparve poi dietro la stessa porta da cui fece ingresso. La ragazza si ritrovò ancora sola con Jackson. Questi tuttavia non si presentava affatto corrucciato in viso. Si fece da parte, lasciandole libera la via. La invitò a precederlo verso l’uscita, con un cenno del capo inaspettatamente rassicurante. Pur notata la circostanza, lei non vi prestò troppa attenzione e presa dallo sconforto, attraversò la soglia e si incamminò sconfitta seguita dal medico.

Nel tacito tragitto di ritorno verso la struttura, Janis tentò di consolarsi convincendosi di non avere alternative. Per quanto ripugnante fosse divenuto il padre, lei avrebbe comunque avuto la possibilità di salvarsi dalla malattia. E vivere, forse davvero per sempre. Del resto già sapeva di dover abbandonare quel tempo e quel mondo. Che non le avevano peraltro mai trasmesso alcuna sensazione positiva. In alternativa avrebbe dovuto accettare una morte prematura. E chi mai avrebbe preferito ciò all’eternità? Quasi si riappacificò con sé stessa riflettendo su questo, fino al momento in cui si ritrovò dentro la capsula. Vi era entrata spontaneamente, seppur con un nodo alla gola. Stavolta avveniva in segreto, lontano da folle, media e sguardi indiscreti. C’erano solo Jackson e il suo team. Lei non provò neanche a immaginarsi quale spiegazione avrebbero fornito alle masse, per giustificare una nuova ibernazione del loro messia. Ma forse non vi era nemmeno motivo, se potevano disporre di cloni e replicarla all’infinito. Insieme a loro c’era Han. Non per assisterli però. Sarebbe stato criogenato accanto “la sua Janis”. Forse per recuperare un po’ di fiducia, o più probabilmente per spavalderia, si sottopose all’intervento per primo. Voleva che la figlia lo osservasse attentamente, per seguirne l’esempio. Si dispose nel modulo di ibernazione. Il portello si richiuse ermeticamente, lasciando trasparire solo i suoi occhi glaciali attraverso il vetro. Erano fissi su Janis. D’un tratto si spalancarono quasi fuoriuscendo dalle orbite. Era l’attimo in cui la temperatura precipita a -196°. Il sangue veniva estratto dalle vene e sostituito con una sostanza a base di nitrogeno liquido. L’interno della cella veniva interamente colmato dallo stesso composto. La capsula ruotò infine su sé stessa e dispose il corpo a testa in giù. Era la volta di Janis.

Voleva dimostrarsi forte e impassibile, ma non poteva celare la paura. Sospirò profondamente e in cerca di un ultimo magro segno di consolazione, volle sincerarsi del fatto che non avrebbe conservato alcun ricordo di quell’assurdità al prossimo risveglio. La risposta di Jackson spazzò via ogni barlume di speranza:
«Le tecnologie sono molto progredite rispetto al tuo tempo. La perdita di memoria non è un rischio contemplato.» Il suo tono era piuttosto dispiaciuto. Janis non distolse lo sguardo dall’uomo barbuto mentre veniva sigillata nel modulo. Avrebbe scolpito nella sua mente quella sagoma, a imperitura memoria della sofferenza patita in quella realtà. Negli ultimi istanti di veglia, pensò al destino beffardo, che aveva assegnato a lei la veste di “speranza universale”, per privarla poi in vita di qualsiasi punto di riferimento in cui riporre fiducia. A quel punto tutto ciò che poteva sollevarla sarebbe stato non rivedere mai più quel medico e saperlo morto da secoli una volta sveglia.

Quando rinsavì, sembrava trascorso un attimo. Ogni ricordo, ogni immagine o sensazione era ancora lì. Si aspettava di vedere Han come prima testimonianza di quella nuova vita. Ma mentre il modulo si riapriva, le si avvicinava lentamente una figura di cui non sapeva riconoscere i lineamenti. Un viso attempato, rughe profonde, barba canuta e camice bianco. «Bentornata di nuovo.» Janis distinse la voce del Dr. Jackson. Stavolta non si sentiva intorpidita e uscì da sola, camminando senza troppa difficoltà. Fu spiacevolmente sorpresa nel ritrovare quell’uomo ancora in vita. Pensò che non dovessero essere trascorsi molti anni. Chiese tuttavia l’unica cosa che le importasse:
«Lui dov’è?»
«Ancora lì.». 
Si accostò all’altra capsula e vide il padre. Ibernato, immobile, inerme. Si volse silenziosa al medico, che la anticipò:
«Il suo sogno era l’immortalità. Ma noi non possiamo ancora dargliela.»
«Invece io, stavolta per quale scopo sono stata tirata fuori?»
«Perché il tuo sogno era un altro. Una vita normale.»
«E posso averla?»
«Ora sì. Con o senza tuo padre…»
«Quello non è mio padre.» sentenziò lei priva di esitazione. Mentre l’uomo rispose con gli occhi bassi: «No… Non lo era più.»
Il viso di Janis si illuminò di stupore per un attimo: «Quindi lo conoscevi bene?»
Desunse un sì, dal silenzio di Jackson. Quindi incalzò:
«Allora voglio sapere perché è ancora vivo. È un clone anche lui? O siete andati a ripescarlo da qualche parte indietro nel tempo?»
«Devi sapere che quanto ti ha raccontato di persona, non è del tutto falso. Ha agito realmente pensando al tuo bene come unico scopo. Poi purtroppo è stato accecato da questo. Non voleva ti ibernassero, ma quando dopo la tua lettera l’Alta Corte te la diede vinta, Han patì un enorme senso di colpa. Si rese conto che aveva quasi preferito la tua morte alla possibilità che vivessi senza lui. Credo fosse già iniziata la sua spirale di egoismo autolesionista. Dopo il successo del diario, inscenò la sua morte per far schizzare alle stelle i guadagni. Con questi si assicurò la totale attenzione dell’istituto nei tuoi confronti. Ma non bastava. Ormai era paranoico, non si fidava. Voleva esserci! E controllare di persona che tutto procedesse per il meglio. Allora si fece ibernare, programmando un riavvio ogni dieci anni. Ma quando si svegliò l’ultima volta, cent’anni fa, l’hai visto anche tu, non era più lui...» Fu interrotto:
«100? Ne son passati altri 100?»
«Esatto. Ma vedi, io ne ho anche più di 200. Diciamo che ho dovuto ricorrere a qualche prodigio della scienza, per non rischiare la mia sanità mentale dopo numerosi risvegli, come tuo pad… come Han. Non so dire in effetti se la sua psiche sia stata alterata a causa di un abuso della tecnologia obsoleta della nostra epoca.»
«Nostra epoca?»
«No Janis, non appartengo al secolo in cui mi hai conosciuto. E non sono neanche un medico… Ma solo l’uomo a cui un padre affidò la figlia e sé stesso. Ma ho fallito: lui ora è un’altra persona. Quando si rese conto di come era riuscito a cambiare il mondo, con l’influenza dei suoi scritti, la sua trasformazione era completa. Ha creduto di meritare gloria eterna più di chiunque altro. Si vedeva onnipotente. E ha pensato di riportarti in vita usandoti per plasmare la civiltà. Puntava addirittura a ristabilire gli equilibri sociali ormai sgretolati. Si sentiva un dio in terra. Ma il mondo lo sapeva morto. Quindi doveva servirsi del tuo nome per il suo nuovo diario. Ma qualcosa è andato storto, tu “sei forte, non ti sei piegata”» Lei lo anticipò:
«Quindi ha usato un clone. Un clone che gli hai fornito tu, giusto? Anziché contrastarlo.»
«Anch’io Janis cerco di redimermi dai miei errori. Perciò lascio a te la scelta…»
Guardarono insieme per qualche istante il guscio in cui era Han. L’interfaccia mostrava i comandi per la procedura di riavvio. Janis premette la funzione Annulla. Il software reimpostò il countdown a 500 anni. Jackson sfoggiò il sorriso più commosso e sollevato che avesse mai avuto. Alla ragazza rimanevano invece molti dubbi, ma riuscì solo a dirsi:
«Quindi si è fidato di te. E alla fine lo tradisci…»
«Al contrario! Lui ti ha affidata a me. E io rispetto il suo intento di proteggerti.»
«Perché proprio tu?»
«E chi altri? Solo io avevo riconosciuto il tuo eroismo. Solo io avevo premiato il tuo coraggio.»
Janis rimase perplessa. Era solo più confusa. L’uomo tirò allora fuori un foglio di carta, ingiallito e sgualcito:
«Trattalo con cura. Anche questo è un bel pezzo d’antiquariato.» Lei lesse in silenzio.

                                                                                                                                   2 Ottobre 2016
                                                                                                   Al Giudice dell’Alta Corte di Londra,
                                                                                                                                    Peter Jackson

Ho 14 anni. Non voglio morire, ma so che devo farlo. Vorrei però vivere più a lungo. Scrivo per chiedere una chance in più. La chance di essere curata e risvegliata, magari fra qualche centinaio di anni. Questo è il mio desiderio.
                                                                                                        Janis Spencer

Han riaprì gli occhi. Dall’oblò distingueva delle sagome immobili. Forse lo attendevano. Fu inizialmente pervaso da estrema soddisfazione. Non aspettava altro che la consacrazione della sua immortalità. Appena fuori udì le ultime parole di un messaggio che veniva ripetuto da una voce in lontananza “…sono pertanto condannati a morte”. Tre uomini lì di fronte lo scrutavano taciturni e sinistri. Essendo armati non parevano affatto medici, né tecnici di laboratorio. Si guardò attorno. Era in un antro lugubre ed inquietante. Migliaia di moduli di ibernazione erano impilati gli uni sugli altri. Occupavano per intero lo spazio della cupa caverna, che sembrava estendersi all’infinito in altezza. Non se ne scorgeva la sommità, che andava a confondersi con l’oscurità dell’ambiente. Da alcune fioche luci poste sulle capsule si notava come molte di queste fossero ancora sigillate. Altre erano invece aperte e molte altre ancora si schiudevano in quell’istante. I risvegliati venivano prelevati dagli individui in armi e condotti via a strattoni. Anche Han venne braccato. Lo trascinavano con violenza, mentre ad alto volume ripartì il messaggio di prima:
“Anno 2492. La razza umana ha raggiunto un benessere generale condiviso. Tutti gli individui hanno accesso gratuito ad ogni tipologia di risorsa e servizio. A partire dal 2571 ogni essere umano sul pianeta sceglie di farsi ibernare. Terminano quindi i decessi sulla Terra. Non si fermano tuttavia le nascite. Il vostro sconsiderato egoismo ha generato un sovraffollamento letale. Risorse, energia e spazio scarseggiano gravemente. Col primo decreto 2576 della Confederazione Boreale viene proibito a chiunque il ricorso alla sospensione criogenica. Tutti coloro i quali si trovino attualmente in stato di ibernazione sono considerati una minaccia per la sopravvivenza ed il sostentamento dell’ecosistema umano. Sono pertanto condannati a morte.”

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