Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Miraggio" di Manlio Greco


miraggio_manlio-greco

Miraggio

Manlio Greco

Il sole sorse lento e placido, portando con sé il suo carico di calore e cominciò a illuminare il paesaggio desertico risvegliando, in ogni suo anfratto, le creature che faticavano ancora a scrollarsi di dosso il gelo della notte.
Un crotalo maculato annusò l'aria tiepida con la lingua biforcuta e fuoriuscì dalla sua tana sotto i sassi grigi, alla ricerca di calore con cui ritemprare il proprio corpo intirizzito.
Un arancione saturo e caldo ricolorò il paesaggio spento accendendo colori e tinte che apparivano grigie e fredde fino a pochi minuti prima. Il sole brillò sulle rocce giallo-arancio ricoperte di polvere rivelando, con riflessi bianchi e accecanti, formazioni di quarzo sulla loro superficie. All'inclinarsi dei raggi luminosi la luce fece brillare l'acciaio e il tungsteno dei lunghi cavi sospesi da tralicci che, eccitati dal calore, presero a produrre il sordo ronzìo tipico delle trasmissioni ad alta tensione.
Il cielo si tinse di giallo pallido facendo riverberare la luce solare nella polvere sospesa nell'aria, diventando via via sempre più arancione man mano che lo sguardo si spostava verso l'orizzonte.
Uno stridìo di grilli e altri insetti crebbe di intensità man mano che il deserto si riscaldava con il ritrovato astro diurno.

In prossimità dell'orizzonte, veicoli militari percorrevano, apparentemente lenti, una strada lontana il cui asfalto, ingrigito dagli elementi, faticava a distinguersi dalla sabbia, le rocce e la polvere. Al termine della strada, bassi edifici di una base militare, sfumavano nel color mattone dell'orizzonte divenendo fantasmi di strutture evanescenti.
Un oggetto grigio, dagli scarsi riflessi opachi, solcò il cielo con innaturale lentezza. Un ronzìo meccanico guadagnò corpo e volume in pochi minuti, man mano che l'oggetto si allontanava dall'orizzonte.
La forma affusolata e le due coppie di ali facevano pensare ad un drone da ricognizione di origine militare. Le piccole scritte grigie sulla fiancata, illeggibili da chi si trovasse a terra, lo identificavano come proprietà dell'esercito indiano. La costruzione ed i materiali però sembravano di origine europea. Ad un occhio esperto il drone avrebbe avuto tutto l'aspetto di tecnologia rubata e riciclata da mani meno esperte.
L'oggetto compì una lenta virata verso nord. Probabilmente stava effettuando rilievi fotografici su un'ampia area.
Dalla lontana base militare, una jeep corazzata, partì a tutta velocità lungo la strada sabbiosa in direzione del drone lasciandosi dietro una coda di polvere che, sollevandosi per qualche metro, si disperdeva nell’aria.
Il dispositivo indiano non aveva ancora finito la sua lunga virata e già il mezzo corazzato si trovava quasi sotto di esso. Un uomo in una mimetica impolverata si trovava nel cassone posteriore insieme ad uno strano dispositivo simile ad un computer portatile munito di un'antenna parabolica non più grande di un freesbie. L'antenna, che ruotava rapidamente da qualche minuto, si fermò improvvisamente agganciando il segnale del drone e prese a seguire la sua traiettoria con un lento e preciso movimento. L'uomo accanto ad essa digitò qualcosa su una tastiera poi, voltandosi in direzione del pilota del mezzo, fece un gesto con il pollice all'insù come a voler dare un "ok". La jeep fece una brusca inversione di marcia e si diresse nuovamente verso la base.
Il ronzìo emesso dal drone divenne discontinuo. La sua stabilità aerodinamica venne meno e un filo di fumo biancastro cominciò a fuoriuscire dai piccoli motori a reazione.
In poco tempo il drone perse quota e rovinò al suolo tra la polvere, arrestandosi in prossimità di un traliccio. Il suo guscio esterno era danneggiato e la fotocamera ad alta risoluzione in pezzi e ormai inservibile. Nel silenzio del luogo, sovrastato solo dal frinire degli insetti che gioivano del calore diurno, una routine di emergenza venne caricata da una memoria "ombra" ed eseguita dalla CPU del drone.
Veicolo a terra, missione fallita, proteggere i dati.
Invisibili onde radio trasportarono via, in pochi istanti, terabytes di dati resi illeggibili al nemico da un algoritmo crittografico avanzato. Pochi istanti dopo il drone esplose fragorosamente disperdendo i suoi frammenti tra le rocce e la polvere del deserto. La deflagrazione fu accompagnata da un impulso elettromagnetico che interruppe per qualche istante il flusso di corrente nei cavi per l'alta tensione. Il boato si propagò per centinaia di metri nel deserto attutendosi nell'atmosfera polverosa, fino ad estinguersi del tutto prima di raggiungere orecchie umane.
Alcuni metri più sotto, nelle profondità del suolo, un nodo di ripetizione a fibre ottiche subì un istantaneo e infinitesimale calo di tensione che fece oscillare per alcuni centesimi di secondo i fasci di luce coerente all'interno delle fibre. Milioni di cavi, sottili come capelli, smisero per un istante di trasportare informazioni luminose suddivise in diverse bande di frequenza di luce. Una grande città in blackout in un microcosmo trasparente.

L'ibrido ebbe un sussulto e si svegliò dal suo sonno cosciente. Per pochi, brevi millisecondi, percepì sulla pelle il liquido nutritivo che proteggeva la parte organica del suo corpo all'interno della vasca di stasi. Con un intenso sforzo dei suoi deboli muscoli atrofizzati, provò a muovere la testa di un paio di centimetri, riuscendo solo a fare scricchiolare la plastica dei cavi che si innestavano nel suo corpo all'altezza della nuca e lungo la colonna vertebrale. Un sottile rivolo di sangue si dissolse nel liquido dal punto in cui la carne incontrava l'innesto meccanico.
Nella stanza sotterranea debolmente illuminata, macchinari e computer sofisticatissimi, atti a mantenere in vita l'ibrido e convertire le comunicazioni esterne in segnali biologici, continuarono a produrre il loro solito ronzìo a bassa frequenza mantenendosi tiepidi in un'atmosfera stantìa e umida.

Nadira si svegliò tossendo. La polvere del deserto le aveva riempito le narici e la gola durante il sonno e la pesante coperta che la copriva integralmente gravava su di lei con il peso di diversi centimetri di sabbia. Con un ampio gesto del braccio spostò la coperta piena di polvere e sabbia e subito venne accecata dalla luce dei primi raggi solari. Era da poco spuntato il sole all’orizzonte ma il calore era già sufficiente ad aver asciugato quel poco di brina che la notte fredda aveva depositato sulle rocce.
La ragazza si alzò in piedi scrollandosi di dosso la sabbia e accusando qualche dolore alla schiena e al collo. La notte fredda e umida non è l’ideale per riposare, soprattutto se si attraversa il deserto e si portano con sè strumenti delicati.
Lo strumento! Fu il pensiero che per primo trafisse il suo cervello come un ago rovente nel ghiaccio. Scrollò la coperta per liberarla da tutta la sabbia che si era accumulata durante la notte e, nel giaciglio ancora umido in cui aveva riposato, scavò nella sabbia alla ricerca della sua sacca.
Con un sospiro di sollievo trovò ciò che cercava e, dopo essersi assicurata che il suo sitar fosse ancora al suo posto e in buone condizioni, crollò di nuovo sulla sabbia in attesa che il suo cuore riprendesse il normale battito.
Rassicurata, si rimise in piedi tentando di dare un senso al caos dei suoi capelli corti che, a causa del caldo e dell’umidità della notte, avevano preso pieghe ben lontane dall’essere considerate “ordine”. Si mise in testa un lungo fazzoletto turchese e lo annodò in modo da proteggere il capo dai raggi solari e al contempo nascondere il disordine dei suoi capelli.
Dalla stessa tasca del fazzoletto turchese emerse la piccola testa di una lucertola striata che, con il classico sguardo privo di alcuna emozione dei rettili, lappò l’aria con la lunga lingua biforcuta.
“Buongiorno anche te, Jiji! Mi stavo giusto chiedendo dove ti fossi nascosta.” esclamò Nadira con la voce ancora impastata dal sonno e dalla notte inclemente. La lucertola ovviamente non rispose e si limitò ad appoggiare le zampette sul bordo della tasca e lasciarsi trasportare in giro dalla ragazza come se fosse una principessa su un baldacchino.
Nadira si rimise in piedi, ripose la coperta nella sacca che sistemò sulla spalla, e scrutò l’orizzonte in cerca di orientamento.
Il calore del sole era già poco sopportabile e creava vistose perturbazioni nell’aria del deserto facendo oscillare in una danza esotica tutto ciò che si trovava nei pressi dell’orizzonte.
“Sarà dura trovare un punto di riferimento...ma non vorrei dover aspettare di nuovo la notte per orientarmi con le stelle. L’oasi di Jala ormai dovrebbe essere abbastanza vicina!” - si rivolse alla sua tasca da cui facevano capolino due piccoli occhi gialli.
“Sono abbastanza convinta che oggi la troveremo e...una volta lì il nostro viaggio sarà molto vicino alla conclusione. In marcia!”
I suoi occhi verdi scrutarono l’intero orizzonte velocemente da sotto il velo turchese e, senza apparenti dubbi, la ragazza si mise in cammino con lunghe falcate agili.

Era passata poco più di un’ora e già il sudore imperlava la fronte di Nadira che, risalendo una duna poco ripida, ansimava e cercava di resistere alla tentazione di attingere ancora alla riserva d’acqua. Sebbene fosse vestita con leggeri abiti dalle tonalità azzurro-verdi che non le limitavano i movimenti in alcun modo e lasciavano respirare la pelle, ogni passo sembrava essere sempre più pensante. Il calore del sole si era fatto cocente e la sabbia rifletteva una luce abbagliante e al tempo stesso rilasciava il calore accumulato rendendo l’aria quasi irrespirabile. Persino Jiji si muoveva il meno possibile nella tasca come volesse conservare le energie.
Arrivata in cima alla duna, Nadira cadde in ginocchio, spossata e, come in trance, le sue mani si mossero verso la fiasca dell’acqua, dentro la sacca. Un lungo sorso ristoratore riportò alla ragione la sua mente offuscata. D’istinto si asciugò le labbra con la manica ma le sue labbra erano già aride già pochi istanti dopo aver bevuto. Il calore era diventato pericoloso, probabilmente mortale.
Con terrore scrutò all’interno della fiasca e scoprì che vi era rimasto appena un velo d’acqua, forse sufficiente per un altro sorso o poco meno.
“Non sono più così sicura che ce la faremo Jiji, ho sete, troppa sete e sono sfinita, se solo riuscissi a scorgere qualcosa all’orizzonte che non sembri un dannato miraggio…”.
Un dolore acuto e improvviso alla caviglia sinistra interruppe Nadira e le mozzò il fiato.
In una frazione di secondo tutto il mondo si capovolse e sabbia e polvere affluirono copiosi nella sua bocca e nelle sue narici. Qualcosa l’aveva afferrata con forza bruta dalla caviglia e la stava trascinando velocemente giù dalla duna lasciando dietro di sè un solco stretto e frastagliato come potrebbe esserlo quello di una ragazzina che si dibatta furiosamente mentre scivola giù da un pendìo.
La stretta dolorosa alla caviglia non accennava a diminuire e Nadira immaginò la ferita arrivare fino all’osso e la sabbia mischiarsi al sangue mentre il tutto veniva trascinato a forza sul terreno ruvido e irto di sassi. Il dolore era tremendo e annebbiava la sua mente che non trovò altra occupazione utile che pensare a Jiji, indifesa piccola creatura, che probabilmente era già stata sbalzata via dalla tasca del suo abito e ora si trovava chissà dove, sperduta tra le sabbie. Mentre veniva trascinata a gran velocità i raggi solari balenarono più volte sul suo viso accecandola e facendole lacrimare gli occhi ormai quasi del tutto aridi. Il sitar risentiva dei sobbalzi del terreno man mano che vi veniva trascinato sopra all’interno della sacca emanando accordi cacofonici simili a lamenti di una creatura sofferente. Molte immagini scorsero rapidamente nella mente di Nadira ed ella ripensò alla sua ricerca, all’oasi, alla Principessa Perduta e all’importanza del suo sitar. Con uno scatto improvviso degli addominali si sollevò e, estraendo fulminea il coltello dalla lama ricurva allacciato alla tracolla della sua sacca, pugnalò alla cieca la sabbia nei pressi della sua caviglia gridando in preda ad un folle furore.
Molti colpi andarono a vuoto conficcandosi con un suono sibilante nel calore bruciante della sabbia del deserto. Un ultimo affondo, accompagnato da un urlo così disperato che si perse, rauco, nella gola secca della ragazza, trafisse qualcosa di diverso, molliccio, dalla superfice liscia e cheratinosa che, spaccandosi, emise la cosa più vicina ad un grido di sofferenza che, di umano, aveva ben poco. La morsa alla caviglia cessò improvvisamente e Nadira fu libera di confortare la parte lesa con le mani sporche. Qualcosa di grosso, con molte zampe e lungo più di un metro e mezzo si allontanò da lei scivolando sotto la sabbia e contorcendosi più volte fino a ribaltarsi sul dorso esponendo il ventre viscido e bianchiccio, irto di centinaia di zampe che si contorcevano, agli implacabili raggi solari. Con un ultimo balzo disperato Nadira conficcò il suo pugnale negli organi vitali, ormai senza difesa, di quell’abominio insettoide. Le centinaia di zampe articolate si richiusero sulla sua mano nel vano tentativo di fermare la penetrazione della lama che, implacabile, affondò fino a bucare la parte opposta del corpo vermiforme. Con un ultimo grido acuto e inumano, l’enorme insetto ebbe un’ultima contrazione e poi cedette alla morte, rilassando i molteplici arti con orrida lentezza.
La ragazza ritrasse subito la mano, inorridita. Provò a strofinare della sabbia sul dorso delle mani per cercare di lavare via l’orribile sensazione delle appendici cheratinose che le avevano lambito la pelle, senza successo. Man mano che l’adrenalina del momento si dissolveva nel suo corpo la sua caviglia sinistra le ricordò che aveva una ferita a cui dover pensare.
Quasi con timore, Nadira sbirciò con un solo occhio le condizioni della ferita con la paura di scorgere qualcosa di irreparabile, che l’avrebbe condannata a morire lì in mezzo al nulla, sotto il sole cocente. La caviglia aveva solo due tagli profondi sporchi di polvere e sabbia, uno per lato, non particolarmente gravi ma che stavano assumendo una colorazione bluastra. Brutto segno. La ragazza si stupì nel constatare che l’articolazione non era messa poi così male come lei aveva pensato, avrebbe persino potuto provare a camminare per un po’. Probabilmente le era stato iniettato un veleno che aveva enormemente amplificato il dolore e causato delle allucinazioni e la colorazione che stava assumendo l’area intorno alla ferita sembrava confermarlo.
In preda al panico, la giovane si alzò in piedi e con passo zoppicante si mosse in circolo nel disperato tentativo di scorgere all’orizzonte una qualsiasi forma di salvezza, magari un altro viandante a cui chiedere aiuto. Quando la sua vista cominciò a sfocarsi ed ebbe qualche capogiro, scorse, oltre una duna, il riverbero argenteo di rocce, acqua e vegetazione. Probabilmente un’oasi! Oppure, come la sua mente le suggerì con spietata brutalità, un ennesimo miraggio.
Colta dallo sconforto, Nadira si mosse, claudicante, in quella direzione.
“Non abbiamo altra scelta, Jiji”- si rivolse al suo animaletto, senza neppure sapere se si trovasse ancora nella sua tasca -”arriveremo ad un’oasi o moriremo qui, sulla sabbia, sotto il sole.”
La ragazza proseguì zoppicando per un tempo indefinibile con gli occhi chiusi ormai inariditi dai riverberi del sole sulla sabbia quasi bianca. La sacca sulla sua spalla, parzialmente lacera dopo il lungo trascinamento sulla sabbia, esponeva parte del manico del sitar, le cui corde, risuonavano flebili agli afflati di vento torrido del deserto. Nadira, con la mente offuscata dalla spossatezza e dalla strana ebbrezza causata dalla sete, percepì note della sua stessa composizione, quella che lei aveva creato e preparato per tutta la sua vita.
“Il vento suona la mia canzone Jiji, è un segno divino? Siamo già morte e non ce ne siamo ancora rese conto?”
Un soffio di vento leggermente meno afoso le carezzò il viso e le fece spalancare gli occhi per la sorpresa. La ragazza inspirò profondamente con il naso.
“E’ marciume, fango, foglie marce! Acqua!”- indicò di fronte a sè con il braccio che faticava a reggere la piccola mano mentre piangeva, senza lacrime, dalla felicità -”Non è un miraggio, Jiji!”.

L'ibrido costruì delle nuove strutture dati coerenti, per la prima volta non imposte da un flusso di istruzioni provenienti dall'esterno. "Fango" pensò in una frazione infinitesimale di secondo. La parola stimolò aree di quella parte del suo cervello ancora organica raramente usata e gli sembrò di avvertirne l'odore attraverso le narici immerse nel fluido nutritivo.
Si ricordò come fosse piacevole avvertire gli odori tramite l'olfatto ma sviluppò il dubbio che questo fosse solo un "ricordo di controllo" impiantato artificialmente al boot.
Per un certo numero di cicli macchina il suo sistema nervoso sembrò apprezzare quel ricordo cosciente e volontario ma quasi subito altri concetti base andarono a intaccarne la logica. Un occhio molto esperto e capace di vedere nella semi oscurità del luogo, avrebbe notato un impercettibile corrugamento della fronte liscia e glabra dell'ibrido, apparentemente immobile.

Non aveva mai pensato che acqua sporca e fangosa, su cui galleggiavano resti putrefatti di foglie e insetti, potesse avere un sapore così sublime e una freschezza tale da spegnere il calore infernale che martoriava la sua pelle scottata e scorticata.
Nadira, con la testa completamente immersa in una pozza marrone, beveva l'acqua sporca come fosse fresca limonata. Con un forte sospiro risollevò la testa e i capelli legati nel fazzoletto gocciolarono, zuppi, sui suoi vestiti leggeri.
"Il deserto non ci ha ancora ucciso, Jiji"- sospirò con orgoglio -"credo che che questa sia l'oasi di Jala...o magari un'oasi vicina. Poco importa, significa che siamo sulla strada giusta!".
Nadira percepì un breve fremito all'interno della tasca che ospitava la piccola lucertola. I rettili, pensò, non temono il caldo torrido quanto noi, anzi ne sono attratti. Tutte le sue disavventure nel deserto devono essere state poco più che uno scomodo diversivo per Jiji.

Nadira non era esperta nelle arti mediche ma sin da piccola le era stato insegnato che “una ferita pulita può guarire, una sporca no”.
Pazientemente, con l'aiuto di alcune foglie spesse e carnose che crescevano in cespugli verde-marrone, provò a ripulire i contorni della ferita alla sua caviglia. Il dolore era quasi del tutto scomparso ma avvertiva ancora un torpore diffuso che le impediva di camminare agevolmente senza zoppicare. Ciò le permise comunque di muoversi verso l'interno dell'oasi alla ricerca di qualcosa con cui accendere un fuoco. Presto sarebbe arrivata la notte e la temperatura sarebbe scesa parecchio.

Lentamente aprì gli occhi, i bagliori arancione delle ultime fiamme del piccolo falò improvvisato si rifletterono sulla sabbia intorno ad esso creando un alone luminoso che racchiudeva Nadira, rannicchiata accanto al fuoco, e la sacca con il suo prezioso sitar. Tutto intorno, il paesaggio dell'oasi era ammantato delle lunghe ombre del falò e sfumava lentamente verso un blu scuro e freddo, creato dai deboli riflessi della luna che si nascondeva alla vista ammantandosi di nubi.
Nadira si sporse dal suo giaciglio per ravvivare il fuoco e alimentarlo con altri rametti e corteccia secca. Il falò scoppiettò allegro come a volerla ringraziare.
-"Non ho più sonno, Jiji. Sono ancora molto stanca e dormirei volentieri ma la mia mente si rifiuta. Sono emozionata e spaventata."
-"Sono anni che mi preparo per questo e,  se questa è davvero l'oasi di Jala allora scopriremo presto se la leggenda ha un fondo di verità."

Con cura trascinò accanto a sé la sacca con il sitar. Il manico di questo fuoriusciva da un lembo strappato e Nadira soffiò via, con delicatezza, la sabbia che si era accumulata sulle corde e le chiavi. Le corde emisero un impercettibile accordo.
-"Non riesco a dormire perché sono sempre più preoccupata che la mia musica non piacerà alla principessa, ma non posso permettermi di provare la melodia ora. La leggenda parla chiaro: il componimento non dev'essere suonato per due lune intere affinchè possa risultare gradito alla principessa."
Nadira si rivolse alla tasca del suo abito leggero -"Ti ho già raccontato della principessa perduta?"- dalla tasca non arrivò ovviamente risposta.
-"Bene, allora ti narrerò della principessa Taishma e del Palazzo della Luna"- Nadira guardò il cielo cercando di scorgere la luna velata -"Non credo che riuscirò ad addormentarmi nuovamente prima che faccia giorno."

Per un intero millesimo di secondo l'ibrido attese un’istruzione  proveniente dall'esterno. Si preparò a processare una richiesta di calcolo balistico, una funzione di recupero dati per una mappa incompleta, la decrittazione di un messaggio in codice. Il canale esterno sembrava morto. Nessun messaggio nella coda di attesa, nessuna variazione di frequenza nella portante del segnale.
Come da programma avviò una diagnostica dell'intero sistema. Non ricordava l'ultima volta in cui fosse stato necessario farlo. Probabilmente non era mai accaduto prima...prima del...mondo esterno.
Immagini sfocate di una bambina in lacrime, vestita di verde, affollarono la parte organica del suo cervello.
Una subroutine d'emergenza si attivò e le rimosse tutte accuratamente, una dopo l'altra, disconnettendo ogni sinapsi responsabile, con fredda precisione chirurgica.
L'ibrido provò qualcosa simile al dolore. Non era un dolore fisico, provocato dalla eccessiva stimolazione dei suoi adattatori neurali, ma qualcosa di più “intimo”.
Lasciò che un programma in esecuzione parallela computasse a fondo il valore della parola “intimo”, perchè non riusciva a comprenderne bene il significato.
Decise infine di tralasciare il problema non essendo rilevante ai fini marziali della sua modalità di funzionamento.
“Funzionamento?” - si interrogò.
“Esistenza”- corresse subito reimpostando alcuni percorsi sinaptici della sua rete neurale.

“...e lei giudicherà la musica secondo il suo gusto e, se soddisfatta, concederà al musicista la realizzazione di un unico desiderio, qualunque esso sia”. Nadira si fermò un attimo per riscaldare i palmi delle mani al calore delle braci morenti del falò. “Mi sono preparata tutta la vita per questo compito, è per questo che sono diventata una suonatrice di sitar, capisci Jiji? Potrei chiederle di riavere con me la mia sorellina!”.
Il cielo cominciava a schiarirsi e un pallido alone azzurro cresceva d'intensità lungo la linea dell'orizzonte, a tratti alterata dal sinuoso contorno delle dune.

Quando il sole fu alto nel cielo, Nadira, con la sacca in spalla e la caviglia che le doleva sempre meno, si dirigeva, con passo costante, verso il centro dell'oasi. “Se raggiungiamo...il centro...dell'oasi...”- raccontava Nadira con il fiato corto per il caldo e l'umidità -”...dovremmo riuscire...a scorgere...il palazzo...della Luna”- si fermò un istante per bere un sorso dalla borraccia che aveva riempito con l'acqua torbida trovata la sera prima. “Pensi che lo troveremo facilmente Jiji? Dai...scommettiamo, io dico che lo troveremo presto...e che...sarà meraviglioso...e luccicante d'oro...e di giada...come dice...la leggenda!”.
Non fu così semplice. La ragazza camminò l'intero giorno e, al calar del sole, quando la temperatura scese bruscamente, si trovò costretta a fermarsi per accendere un fuoco e trascorrere la notte.
Il sole era quasi del tutto tramontato e, muovendosi a fatica tra basse fronde dalle larghe foglie, Nadira giunse in un'ampia radura che le propose un paesaggio che ella non si aspettava.
La vegetazione si interrompeva improvvisamente davanti ad un enorme spiazzo di pietra sul quale sorgevano centinaia di resti di colonne, muri, scale ed arcate, un tempo bellissimi e impreziositi da gemme, oro e giada, ora ridotti a rovine di un glorioso passato.
La giovane cadde sulle sue ginocchia sfinita e allibita dalla visione inaspettata.
“N..no..no, non può essere Jiji!”- sussurrò con un filo di voce -”Non può trattarsi del Palazzo! Non può essere! Io devo suonare per lei!”- esclamò più forte -”Ho fatto tutta questa strada solo per suonare per lei! Deve farmi riavere mia sorella!”- gridò in un impeto d'ira.
Delusa e con le lacrime agli occhi, Nadira barcollò incerta alla ricerca di legna per accedere un fuoco. Era troppo stanca e sconvolta anche solo per pensare al da farsi. Decise che ci avrebbe dormito sopra e l'indomani avrebbe deciso cosa fare.

Tornare indietro? Provare altre strade? Forse quello non era davvero il Palazzo della Luna! Forse il vero palazzo era lì, da qualche parte nell’oasi. Nadira non riusciva a chiudere occhio nonostante la stanchezza. La parte razionale della sua mente le suggeriva ciò che era più che palese: non c'era alcun Palazzo della Luna. Forse era solo una leggenda a cui aveva voluto  disperatamente credere, nel suo rifiuto di accettare la perdita della sorella.
Anche se la leggenda avesse avuto un fondo di verità, era comunque una storia molto vecchia. Quelle rovine potevano anche essere state un palazzo, forse addirittura il leggendario Palazzo della Luna, ma erano passati secoli e la storia degli uomini è purtroppo costellata di edifici distrutti e saccheggiati in nome di una causa superiore, un dio più importante degli altri o, semplicemente, il capriccio o la lussuria un uomo potente.
Avrebbe voluto chiedere il consiglio di un amico o di un saggio. Anche rivolgersi alla piccola lucertola Jiji non sembrava appagarla. In fondo, riflettè amareggiata Nadira, che senso avrebbe avuto parlare con un essere, nascosto tra le pieghe del suo abito, che non poteva capire il suo dolore, la sua incertezza sul da farsi, la sua ansia.

La luna si levò alta nel cielo terso ed era magnificamente grande e luminosa, sebbene fosse ancora incompleta. Uno “spicchio” rimaneva ancora oscuro e misterioso dando al disco lunare una forma tozza, imperfetta, che trasmetteva una senso di attesa.
La mente di Nadira vagò in territori che confinavano al tempo stesso con il reame del sogno e della veglia. Si immaginò camminare sul suolo lunare. Lo immaginava come un candido e gigantesco disco disseminato di increspature, come un grande lago di gesso dalle acque calme che si fosse, in un istante, congelato in un eterno attimo. Camminava, come danzando, con passo leggero, così leggero che le sembrò che il suo corpo non avesse quasi peso. Trovò la sensazione meravigliosa. Era quasi sicura si trattasse di un sogno e da quel sogno non avrebbe voluto più svegliarsi, almeno per il momento. La realtà era stata fin troppo dura con lei negli ultimi giorni.
Al centro della luna scorse una grande costruzione pallida e abbagliante. “Il Palazzo della Luna!”- pensò senza proferire parola. Così continuò a danzare, saltellando in lunghissimi balzi leggeri in direzione della candida costruzione.
Guardandosi attorno tutto il cielo era terribilmente buio, un nero profondo come non lo aveva mai osservato. In alto, ma la parola “alto” perdeva quasi significato in quel reame di sogno, una piccola sfera azzurro-verde riluceva lontana nel buio proprio accanto ad un sole enorme, bianco ed accecante, tanto da ferire gli occhi. Il forte bagliore la confuse e, a metà di un lungo e lento balzo, Nadira distolse lo sguardo cercando di nuovo, con gli occhi doloranti, il Palazzo che anelava raggiungere.
Nel breve istante di un battito di palpebre tutto cambiò! Il paesaggio lunare divenne una distesa polverosa e costellata di crepe, crateri e aride rocce grigie. Il disco piatto e livellato, con le sue dolci increspature, divenne un paesaggio aspro, irto di dislivelli, montagne e pendii scoscesi.
Impaurita per l’improvviso cambiamento, Nadira non ricordò neppure di stare sognando. Venne colta dal panico quando, in lontananza, vide che il Palazzo della Luna aveva lasciato il posto a strane costruzioni basse dalle forme spigolose, simili alle pietre preziose tagliate che aveva visto una volta da un mercante straniero, ma dai riflessi metallici e freddi, sorrette da impalcature luccicanti come argento e parzialmente ricoperte da sottili fogli d’oro puro. Accanto alle strane costruzioni, si ergevano mostruosi altari, o forse statue, simili a grandi coppe vuote rivolte verso l’innaturale cielo nero come mani mostruose in attesa di un segno divino. Enormi carri dotati di ruote dentate, grosse e nere come artigli di mostro, venivano cavalcati da goffi uomini vestiti interamente di grigio che indossavano ingombranti elmi dalla grande visiera cieca che risplendeva come oro lucido.
Nadira rifiutò ciò che vide, cercò di liberarsi da quell’incubo come chi anela una boccata d’aria mentre sta per soffocare sott’acqua. La luce dell’enorme sole bianco divenne accecante e i suoi occhi soffrirono.
Un freddo mortale si impossessò delle sue membra che si intorpidirono mentre sulla sua pelle si formavano ustioni e ferite come quelle di chi viene marchiato a fuoco per un crimine commesso.
Nadirà provò a urlare di dolore ma non c’era aria nei suoi polmoni e sentiva il proprio torace schiacciato da una forza invisibile che le impediva di respirare. Presto sopraggiunse una sensazione di soffocamento. La vista le si annebbiò mentre all'interno dei suoi bulbi oculari si formavano cristalli di ghiaccio che spezzavano i capillari e laceravano la cornea e l’iride.

Lo scorrere del tempo; l'ibrido si interrogò sulla modalità con cui il tempo “scorre”. Il suo avanzare è continuo? Corrisponde forse a incrementi discreti delle sue variabili interne che però vengono percepite come un continuo fluire di eventi?
Per la prima volta ebbe dei dubbi in proposito e si chiese se il tempo scorresse alla stessa velocità sia all'interno delle sue strutture mnemoniche che all'esterno del suo corpo fisico.
Si meravigliò nell’immaginare che un lungo periodo di tempo potesse essere compresso in pochi istanti. Probabilmente è quello che il genere umano chiama “ricordi” o “sogni”.
Decise di interrogare i database in merito alla questione ma i suoi segnali bio-elettronici non ricevettero risposta dai server principali. In pochi cicli-macchina provò a contattare nuovamente le banche dati ma, di nuovo, non ricevette alcuna risposta.
Segnalò un possibile guasto ad uno dei sotto-sistemi di controllo. La mancanza di connessione con il mondo esterno causò un senso di solitudine nelle aree organiche del suo cervello.  L'ibrido si sentì isolato dal mondo, privo di protezione, solo. Avvertì anche un entusiasmante senso di libertà che fece vacillare i controlli di coerenza dei suoi banchi mnemonici.
Quella strana sensazione attivò dei ricordi che l'ibrido credeva cancellati da tempo:  immagini di soldati, mura grigie, sporche di fuliggine e la sensazione di essere rinchiusi, contro la propria volontà, in uno spazio angusto. La mancanza di una persona cara, familiare, da cui non si vuole essere separati.

Con un grido strozzato e i polmoni in fiamme, Nadira si svegliò di soprassalto.
Ebbe bisogno di inspirare ed espirare profondamente più volte prima che il panico che la pervadeva si dileguasse del tutto e si rendesse conto di essere ancora viva.
Accanto a lei, vicino alle braci spente, ma ancora fumanti, la sacca con il sitar si confondeva con il colore del terreno. Era ancora notte, nuove stelle erano sorte dall’orizzonte blu scuro e la luna, che ora non le appariva più così magnifica e benevola come prima, la osservava, luminosa, alta nel cielo nero.
-”E’ stato solo un sogno Jiji...solo un brutto sogno”- sussurrò Nadira. La sua voce risuonò con una strana eco e, alzando lo sguardo, la ragazza trasalì.
Il Palazzo della Luna si ergeva di fronte a lei, là dove prima vi erano solo macerie e rovine. I suoi marmi e pietre preziose rilucevano alla luce della luna, i suoi intarsi di giada coloravano ogni bagliore luminoso di un esotico verde freddo e l’oro delle sue finiture bruciava come fuoco vivo nel buio della notte. Le colonne sorreggevano imponenti mura e i tetti spioventi catturavano i raggi della luna brillando come argento nel cielo notturno. Una lunga serie di archi incorniciava una navata, fiancheggiata da imponenti colonne scolpite in foggia di serpenti, che conduceva a un grande cancello bronzeo che chiudeva l’ingresso sormontato da un arco a sesto acuto.

-”Il Palazzo della Luna!”- sussurrò Nadira, balbettando.
-”Il Palazzo della Luna!”- ripetè esclamandolo come se non fosse ancora del tutto convinta delle sue parole.
“...della...LUNA!”- gridò di nuovo.
“Ecco cosa ci serviva, Jiji...la luna!”- gridò felice mentre, saltellando di gioia, indicava con il dito la luna in cielo.
“La leggenda non lo dice espressamente ma...forse il Palazzo esiste solo quando la luna è alta in cielo! Questo spiegherebbe anche il suo nome...”
-”...o forse no”- continuò dubbiosa, -“magari sto sbagliando ed è solo un enorme fortuna averlo trovato! Non importa! Ci siamo Jiji, in marcia!”

I suoi passi leggeri risuonavano sul selciato marmoreo, come sassi lanciati contro una vetrata. Ogni rumore, anche il più flebile, veniva amplificato dalla straordinaria acustica del viale d’ingresso e i suoni rimanevano lì intrappolati tra le colonne per un tempo indefinito.
Con le orecchie piene di un coro cacofonico di suoni diversi, Nadira avanzava cauta verso il grande cancello. I suoni del luogo entrarono in risonanza con le corde del sitar che, a sua volta, vibrò per simpatìa con accordi non voluti e apparentemente casuali. La ragazza ebbe la spiacevole sensazione che il luogo stesse “suonando il suo sitar”. Si sentì insicura, persino violata. Un’antica magia era all’opera in quel luogo e sembrava agire a dispetto dei viandanti.

Il grande cancello era gelido al tocco. Le molteplici figure d’oro, in altorilievo su di esso, raffiguravano uomini e donne che suonavano strani flauti e ingombranti cetre, attorniati da innumerevoli serpenti dorati, le cui spire s’intrecciavano con tutto il resto, divenendo esse stesse parte dei suonatori.
-”Suonatori e serpenti…”- pensò a voce alta Nadira mentre il suo sguardo si perdeva nell’ampia scultura che adornava il cancello principale. Tutta la scultura, lucida come fosse appena stata realizzata, risplendeva dei riflessi metallici dell’oro e la luce della luna rimbalzava tra le sue curve morbide e aggraziate facendo quasi sembrare vive le figure. Nadira ebbe persino la sensazione che alcune di esse si muovessero di vita propria. Le era difficile seguire le spire dei serpenti perchè i suoi occhi venivano ingannati ed esse divenivano la gamba o il braccio di un suonatore. Come in un elaborato disegno, progettato per ingannare l’osservatore con prospettive audaci e illusioni ottiche, lo stesso accadeva in quella grande scultura dorata. Il fatto stesso che non fosse però un disegno ma una scultura rendeva il tutto molto più inquietante per Nadira.
-“...i suonatori sono serpenti!”- esclamò con una nota di paura nella voce mentre, spingendo una delle pesanti ante del grande cancello, entrò nel palazzo, ansiosa di sottrarre i suoi occhi a quella visione tanto affascinante quanto sconvolgente.
L’interno era immerso nell’oscurità. Nadira provò timidamente a muovere qualche passo in avanti, sperando di non inciampare su qualcosa. Un tenue bagliore cominciò a diffondersi nell’ambiente.
Rivelò un lungo corridoio in pietra alto e ampio sormontato, ad intervalli regolari, da archi ad ogiva. A terra, uno spesso tappeto, dai ricami articolati, rendeva piacevole il passo. Man mano che la luce aumentava Nadira si rese conto che non vi era alcuna fonte di luce in quel corridoio. Non una lampada né una torcia. Era impossibile determinare da dove venisse la luce che le permetteva di vedere. Nadira sentì ancor di più il peso della paura crescere nel suo cuore e rimase al centro del corridoio, leggermente rannicchiata, in una posizione infantile che le donava un po’ di sicurezza.
Solo dopo qualche minuto, il suo spirito d’osservazione notò qualcosa di ulteriormente innaturale. Si avvicinò ad un parete per toccarne la roccia.
-”E’ liscia…”- sussurrò.
-”La roccia è liscia e...lucida come…”- colta dal panico, Nadira ritrasse la mano e si voltò a guardare il resto dell’ambiente attorno a sè e ciò le causò delle vertigini che le fecero perdere l’equilibrio.
L’intero corridoio era fatto di specchi. Essi riflettevano l’ambiente che la ragazza vedeva, il lungo corridoio, il morbido tappeto: nient’altro che riflessi. Nadira si trovava in un ambiente, la cui reale forma era impossibile da determinare. Gli specchi le mostravano l’immagine di un ambiente inesistente ma non riflettevano la ragazza.
-”Stai giocando con la mia mente?!”- esclamò con sfida Nadira alla ipotetica entità che si stava prendendo gioco di lei. “Va bene, starò al tuo gioco…”- lentamente si rimise in piedi e, cercando di controllare le vertigini causate dal muoversi in un ambiente fittizio, provò a seguire il tappeto sotto i suoi piedi, verso la fine del corridoio.
Nadira era cosciente del fatto che anche il morbido tappeto fosse un riflesso su una superficie a specchio; tuttavia ne avvertiva, sotto i calzari leggeri, la morbidezza, persino la trama degli elaborati ricami. Evidentemente qualcosa stava giocando con i suoi sensi. La ingannava con false visioni di luoghi inesistenti e le donava sensazioni fittizie atte a ingannare la sua mente.
-”Non ne sono sicura, Jiji”- disse a bassa voce Nadira, come non volesse farsi sentire da orecchie indiscrete -”...potrebbe essere una prova a cui mi sottopone la Principessa Perduta! Forse prima di suonare per lei bisogna dimostrare di esserne, in qualche modo, degni”- continuò la ragazza, non del tutto convinta delle sue ultime parole.
Per quanto irreale fosse quella situazione, i passi di Nadira, su quel tappeto illusorio, la stavano effettivamente conducendo avanti, attraverso il lungo corridoio.
Ad ogni passo percorso, ad ogni arco attraversato, qualcosa del riflesso di quello strano luogo cambiava, si modificava, scompariva o appariva dal nulla.
La prima cosa che Nadira notò furono i quadri. Prima del tutto inesistenti, comparvero improvvisamente alle pareti, come fossero sempre stati lì. Raffiguravano soprattutto volti abbastanza anonimi. Nadira pensò che non dovessero essere personaggi importanti o nobili o particolarmente benestanti perchè le loro espressioni, la loro stessa fisionomia, suggerivano uno stile di vita semplice, al limite della povertà. Ciò di cui la ragazza fu abbastanza sicura fu che essi erano segnati da una tristezza di fondo che traspariva da ogni volto, dal più giovane al più anziano.
Una delle altre cose che cambiarono, al susseguirsi dei passi, furono le pareti del corridoio. Dapprima costituite da grandi blocchi di pietra levigata, ora divennero più compatti, come ricavati da un’unica forma in pietra. Non vi erano più fughe tra un blocco e l’altro e le pareti erano molto più lisce e regolari. Su di esse comparvero poi strane funi, alcune dai colori sgargianti, che correvano lungo il corridoio seguendone la direzione o attraversandolo trasversalmente per inserirsi subito in strane scatole metalliche alloggiate in nicchie nei muri.
Il lungo corridoio terminava con una parete rossa dalla superficie damascata. Su di essa un ultimo quadro, dalla cornice argentea, raffigurava un giovane volto femminile. Man mano che Nadira si avvicinava, l’immagine nel quadro cambiava in modo subliminale. Dopo qualche passo non raffigurava più una bambina ma una giovane donna. Quando la ragazza fu di fronte ad esso l’immagine nel quadro era svanita del tutto e la cornice d’argento conteneva solo uno specchio.
Nadira osservò il proprio riflesso in quello specchio e si meravigliò nel constatare che fosse l’unico specchio, in quello strano luogo, capace di riflettere la sua immagine. In pochi istanti il riflesso di Nadira nello specchio cominciò o mutare. Il volto divenne triste e stanco, il suo viso si sporcò di polvere, fuliggine e un rivolo di sangue le scendeva dai capelli attraversandole la tempia destra.
Nadira fu colta dal panico, distolse lo sguardo e si toccò il viso e i capelli alla ricerca di una ferita, senza trovarla. Intorno a lei tutto l’ambiente sfumò di nuovo verso il nero, come se qualcuno avesse spento l’unica luce. Dopo qualche secondo di panico, nel buio più assoluto, una luce cominciò a rischiarare nuovamente l’ambiente ma il luogo stesso era cambiato come fosse stato un elaborato gioco teatrale di scenografie.

Nadira si trovava adesso in un luogo molto diverso dal precedente. Una stanza più piccola e dal tetto basso. Le pareti erano di un materiale compatto, simile alla pietra e il pavimento era ricoperto da lastre metalliche. Ai lati della stanza, alte scatole metalliche, in cui lampeggiavano centinaia di piccole luci intermittenti colorate, emettevano un ronzio sommesso. Dalle scatole metalliche fuoriuscivano centinaia di strane corde colorate, lucide e lisce come serpenti, che si raggruppavano ordinatamente e confluivano tutte verso il centro della stanza dove un grande cilindro di cristallo, alto fino al soffitto con la base e la sommità metalliche, faceva fluttuare, in un liquido azzurro-verde ricco di piccole bolle d’aria, il corpo di una bellissima fanciulla dai sontuosi abiti dorati e il trucco elaborato.

-”Oh, mia Principessa!”- esclamò Nadira prostrandosi, non appena realizzò chi aveva di fronte. In cuor suo non si aspettava di trovare la Principessa Perduta in un luogo così alieno né che lei vivesse confinata in una specie di magico contenitore azzurro.
-”Sono giunta qui da molto lontano, oh Principessa, per portarti la mia musica e chiedere il tuo aiuto”- continuò la ragazza soppesando con attenzione ogni parola.
La principessa, all’interno del cilindro, non parlò ma fece solo un impercettibile cenno di assenso con il capo.
Con movimenti rituali precisi, frutto di una preparazione durata tutta la vita, Nadira estrasse il sitar dalla sacca e con un elegante movimento del polso fece scivolare le dita sulle chiavi per aggiustare l’accordatura. Qualcosa non andava. Il suono delle corde era rauco, irto di vibrazioni cacofoniche. Colta dal panico, Nadira interruppe i suoi movimenti aggraziati ed esaminò in fretta il sitar: la cassa armonica sul retro era solcata da una crepa dovuta probabilmente ad un urto subìto.

-”Non sento la tua musica…”- sussurrò una voce che sembrava permeare l’aria stantìa di quel posto. La Principessa Perduta non aveva mosso le belle labbra ma la sua voce echeggiava nella stanza come se parlasse direttamente nella mente di Nadira.
-”Il sitar….è danneggiato! Io non sapevo proprio…”- balbettò la ragazza senza trovare le parole.
-”Hai attraversato molti pericoli, giovane donna, ed il tuo strumento si è irrimediabilmente danneggiato. Non potrai eseguire il tuo componimento musicale”- affermò con freddezza la Principessa.
-”Ti prego, regale Taishma, dammi una possibilità! Ho viaggiato a lungo e mi sono preparata per tutta la vita! Ho bisogno del tuo aiuto!”
-”Tu chiedi il mio aiuto senza adempiere a ciò che ti viene chiesto in cambio?”- chiese glaciale la Principessa.
-”Ti imploro, oh Principessa, la guerra ha colpito me e la mia famiglia!”- Nadira si prostrò fino a sfregare il viso sul freddo pavimento metallico -“il mio popolo è stato sterminato, mia sorella rapita dai soldati quando era ancora piccola, ho bisogno del tuo aiuto! Devo riavere almeno lei! Farò tutto quello che vorrai in cambio!”- esclamò in lacrime.
-”Le tue argomentazioni non sono corrette, giovane donna. Il tuo popolo non è stato sterminato. Tu vivi ancora quindi il tuo popolo è composto ancora da una unità: tu, giovane donna.”
Nadira non riusciva a capire le risposte della Principessa e, sollevando lo sguardo da terra, osservò il contenitore di cristallo che la ospitava e rabbrividì.
Il cilindro non conteneva più la splendida fanciulla riccamente vestita d’oro. Al suo posto vi era il corpo nudo di una bambina di circa dieci anni. Fluttuava nel liquido con le braccia semi aperte come farebbe un cadavere annegato in un fiume. Molteplici tubi e cavi neri e lucidi si inserivano nella sua carne lungo la colonna vertebrale fino alla nuca. Il capo, leggermente sproporzionato rispetto al corpo atrofizzato, aveva piccoli occhi ciechi dalle cornee opache.
-”Sei in preda alla paura, giovane donna, ciò è prevedibile con una percentuale di probabilità del 98.654%”- continuò l’ibrido -”Ti stai chiedendo come sia possibile tutto ciò che vedi, il mio corpo organico, la mia parte digitale, questo ambiente per te alieno. Semplicemente non puoi comprenderlo. Non fa parte della tua programmazione di base. Non puoi vedere lo schema al di fuori della simulazione”.
-”S...Simulazione?”- balbettò esitante Nadira senza capire bene. Osservò freneticamente l’ambiente intorno a sé, le alte scatole metalliche lampeggianti, il cilindro di cristallo e l’essere inquietante al suo interno, la scritta su una parete: “T.A.I.S.H.M.A.” dipinta in bianco a grandi lettere e subito sotto, a caratteri più piccoli: “Tactical Artificial Intelligence Simulation Hybrid Military Array”.
Nadira cedette alla paura -”Scappiamo Jiji!”- si voltò e cercò un’uscita dal quel luogo ma tutto ciò che trovò fu una porta metallica che non riuscì ad aprire.
-”Il rettile a cui ti rivolgi non è qui con te, giovane donna. Esso si è perso tra le sabbie diversi eventi prima di questa nostra conversazione. La probabilità che fosse rimasto nella tasca del tuo abito è inferiore allo 0.0378%”.
Nadira controllò la tasca del suo abito e infilò una mano nella speranza di sentire le zampette della sua piccola amica ma trovò solo un mucchietto di sabbia”.

L’ibrido interruppe la simulazione. Nadira svanì dalla sua proiezione olografica in un turbinìo di pixels. Un senso di insoddisfazione pervase la matrice dei suoi algoritmi comportamentali.
-”Neanche questa volta posso ottenere un lieto fine per la storia”- pensò mentre riorganizzava le sue strutture dati mnemoniche -”la simulazione prevede troppe variabili che influiscono negativamente sul corso della storia. Devono essere controllate diversamente”.
Immagini che pensava perdute nei recessi del suo cervello organico si fecero vivide e reali e l’ibrido ricordò eventi della sua esistenza al di fuori della vasca di stasi: la sua vita umana, la guerra, la sua famiglia, sua sorella, il rapimento.
Si ripromise di riorganizzare ulteriormente la simulazione in modo da poterla portare a termine senza ostacoli. Mentre eseguiva i primi calcoli preparatori le sue estensioni digitali, collegate con il mondo esterno, lo avvertirono dell’imminente arrivo del flusso di dati che, evidentemente, era stato ripristinato.
L’ibrido sospese i preparativi, avvertì il flusso di dati esterni come si avverte il cacofonico rumore di una folla che si avvicina inesorabile. Godette degli ultimi istanti di veglia prima che il suo “sonno cosciente” venisse ripristinato dal canale di dati e, fantasticando sul futuro, si chiese quando avrebbe avuto di nuovo l’occasione di sognare ancora.

Rispondi

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>