Spazio all'Immaginazione 4° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Valutazione" di Sunbeam


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Valutazione

Sunbeam

Gomer si era svegliato a notte fonda, dopo aver dormito tre ore. Aveva fatto di tutto, tutto il possibile per avere la certezza di arrivare in tempo per la Valutazione. Era ossessionato dal tempo e dagli orari, eppure un eterno ritardatario. Alla Valutazione, però, non si arrivava in ritardo, per cui stavolta si era preparato per bene: uscito di casa all'alba, preso il suo fido hoverboard a motore regalatogli due anni prima per il compleanno, arrivato a destinazione dopo tre ore (avendo fatto le relative pause, di cui naturalmente aveva tenuto conto con un arrotondamento per eccesso di almeno mezz'ora), con circa sette ore di anticipo. A qualcuno, o forse a molti, potrebbe sembrare un comportamento decisamente esagerato, ma per Gomer era meglio essere troppo sicuro piuttosto che solamente molto sicuro di non poter arrivare in ritardo neanche volendolo. Per una volta, era bello non essere di corsa. Poteva permettersi addirittura di guardare ciò che lo circondava.

Il palazzo del Governo era stato appena ristrutturato e ciò era evidente dai pilastri perfettamente trasparenti e dall'estetica curvilinea, come andava di moda quell'anno, estetica che per fortuna era solo esterna, o il breve soggiorno di Gomer nell'amplissima sala d'attesa proprio sulla soglia della stanza della Valutazione sarebbe stato meno confortevole. Per tutto il tempo durante l'attesa, lui si limitò ad accendere il chip, mettere i suoi visori-occhiali (le lenti a contatto infastidivano Gomer terribilmente) e rassicurare amici e parenti sul fatto che fosse arrivato a destinazione sano e salvo e non si sarebbe annoiato in attesa del suo turno.
Difatti, Gomer non si annoiò neppure per un secondo. Solo che, a due ore dall'ora della Valutazione, iniziò a provare una sensazione di sconforto molto lieve che lo spinse a prendere una ciocca innocente dei suoi capelli e attorcigliarsela nervosamente attorno alle dita, tirandola. La sensazione rimase nel sottofondo delle sue emozioni ma man mano che passava il tempo diventava sempre più intensa. Era una sensazione che lui conosceva bene, quella che si prova quando si cerca di non pensare a qualcosa per molto tempo, poi si cerca di sminuirla, e a un certo punto non si può più fare né l'una né l'altra cosa. Ed era evidente che sarebbe solo peggiorata nel momento in cui il robot che si occupava della sala d'attesa avrebbe annunciato il suo turno.
A quel punto era pomeriggio inoltrato.
"Avanti il prossimo"
Gomer, il prossimo, pensò di stare avendo un mancamento quando finalmente si alzò dalla sedia. Liberò la ciocca di capelli dalle dita e cercò con scarso successo di farla tornare alle condizioni originarie. Per anni, fino a precisamente due ore prima nella sala d'attesa, non aveva mai provato la benché minima preoccupazione né tantomeno ansia all'idea della Valutazione. O almeno così si era sempre detto. Non c'era alcuna ragione di preoccuparsi, sapeva benissimo che non ci sarebbe stato nulla di spaventoso né tantomeno di doloroso, ma a quanto pare le emozioni umane ingiustificate si facevano sempre sentire, prima o poi. Ma almeno una parte di lui le considerava tutt'altro che ingiustificate.
Riuscì miracolosamente a entrare nella stanza senza cadere. Gli era parso che tutto gli girasse attorno, ma era riuscito a dissimulare bene, o almeno così credeva. Se qualcuno aveva notato il suo disagio, nessuno ne diede segno.
Rispetto a come se l'era sempre immaginata, la stanza aveva un aspetto piuttosto deludente. L'aveva sognata un paio di volte come un ampio salone rosso e dorato pieno di mobili antichi e rari, specchi, tende, librerie, cassettiere, persino mensole e stoffa alle pareti, tutti oggetti barocchi effettivamente inutili alla Valutazione.
Perché in effetti l'unica cosa veramente utile alla Valutazione erano coloro che esaminavano e coloro che erano esaminati.
La stanza era perfettamente cubica e aveva due porte, una quella che Gomer aveva appena varcato e l'altra nel lato opposto, evidentemente adibita a uscita, dal momento che tutti i suoi predecessori nella Valutazione, o almeno tutti quelli che aveva visto, ne erano entrati e nessuno ne era uscito. Le pareti erano pitturate di un verde menta estremamente tenue, che per quanto fosse un colore rilassante non ebbe molto effetto sull'ormai agitatissimo Gomer. Al centro della stanza si trovava un ampio sedile nero, così ampio che Gomer ci sarebbe stato quattro o cinque volte, ma bisogna ammettere che in effetti Gomer era una persona piuttosto minuta rispetto alla media. In alto, attaccato al soffitto, quasi mimetizzato, un piccolo altoparlante. Piccolo ma efficiente, come il nuovo esaminato si sarebbe presto reso conto.
Gomer si era ripromesso più e più volte di fare le sue ricerche, di prepararsi per tempo a fare bella figura come nuovo cittadino. Non si sentiva proprio "uno come gli altri" e in varie, innumerevoli occasioni si era anzi sentito più che altro un pesce fuor d'acqua. Come se il suo ausilio neurale attaccato alla nuca non lo facesse già sentire a disagio. Aveva insomma delle grandi insicurezze sul fatto di essere considerato un buon cittadino, perciò aveva sentito il dovere di avere un bel discorso pronto, in qualche modo, di saper dire la cosa giusta al momento giusto, come gli sembrava tutti sapessero fare, a parte lui stesso. Però aveva anche la terribile tendenza a procrastinare e si diceva sempre "Domani! Domani mi ci metto di impegno!" e quel domani continuò a essere "domani" il mese successivo, l'anno successivo, finché dopo ben dieci anni lui ne aveva ventuno (età prestabilita per la Valutazione in quanto compimento della maggiore età) e non fu più nelle condizioni di potersi dire "domani" perché la Valutazione era "oggi". Il tempo relativo e i suoi scherzi.
Non si rese conto di quanto tempo passò prima di sentire la voce dell'esaminatore che provava l'audio dell'altoparlante. Era una voce dalle tonalità alte, più dolce della sua ma non tantissimo, forse un'ottava. Gomer riusciva a sentire davvero bene, e sperò di poter essere ascoltato altrettanto bene, perché iniziava a credere avere dimenticato come fosse possibile parlare forte e chiaro.
Dato che si trattava della Valutazione, quindi di una procedura ordinaria e governativa, l'esaminatore sapeva già ovviamente la sua età, ma a quanto pare sapeva anche il suo nome, visto che non glielo chiese. Gomer si sentì piuttosto a disagio pensando a chissà che altro a quel punto l'esaminatore poteva sapere su di lui. Senza pensarci si passò una mano dietro la testa, toccando l'ausilio neurale che aveva fin da giovanissimo e l'aveva sempre fatto sentire "strano". Non che non avesse mai visto nessun altro che ne usufruiva, e sapeva benissimo che si trattava solamente di un oggetto per notificare velocemente agli altri, soprattutto alle intelligenze artificiali, le sue esigenze particolari senza doverle ogni volta spiegare in prima persona, cosa che comportava il rischio di fraintendimenti e di un ulteriore peggioramento delle sue condizioni. Gomer sapeva benissimo tutto questo, ma se ne vergognava comunque. Era fatto così.
L'esaminatore interruppe, per la sua gioia, quella serie di brutti pensieri.
"Genere e pronomi, prego"
"Agenere, i miei pronomi sono per seconda persona , per la terza persona "
Il microfono doveva davvero funzionare bene perché Gomer aveva a malapena mormorato la sua risposta.
"I tuoi collegamenti cerebrali sono peculiari. Presenti condizioni psicologiche atipiche?"
"Ho... Ehm... Ho il diritto di avvalermi della facoltà di non rispondere?"
"Tale facoltà è concessa."
"Allora... Mi avvalgo della facoltà di non rispondere."
"Ottimo. Prima di tutto buona sera e spero ti sia trovato bene nell'attesa."
Gomer si fece immediatamente una serie di problemi sul fatto che chissà cosa potevano aver pensato di lui a vederlo arrivare così in anticipo e passare tutto quel tempo nella sala d'attesa. Era molto bravo a preoccuparsi moltissimo delle cose in una frazione di secondo.
"Oh, ehm... Sì. Mi sono trovato bene, sì."
Gomer si schiaffeggiò mentalmente. Doveva davvero darsi una calmata.
"La tua occupazione in questo momento?"
"Sto sostenendo la Valutazione di cittadinanza, come è evidente."
Ci fu un attimo di silenzio in cui pensò seriamente che sarebbe stato punito o anche solo biasimato per aver risposto con la sua ironia. Ma di fatto non successe nulla.
"Ti è stato parlato in precedenza di tale procedura?"
"Si... Naturalmente. Non nei dettagli, ovviamente."
"In quali termini?"
"È stata definita vagamente come... Una via di mezzo tra una conversazione medio-formale, una disquisizione filosofica e un interrogatorio."
"Che idea ha posto questa definizione nella tua percezione?"
"La parte riguardante l'interrogatorio, devo ammettere che mi ha suscitato una certa ansia."
"Ciò è perfettamente umano e comprensibile. Tale sensazione permane nel momento corrente?"
"..."
"Puoi sempre avvalerti della facoltà di non rispondere nel caso..."
"In parte permane."
"Nessun problema. Una variazione nei toni o una pausa sarebbe utile a rendere l'esperienza più positiva o comunque fare in modo da urtare meno la tua sensibilità?"
"Forse... Penso una pausa."
"Di quanti minuti ritieni di necessitare?"
"Non molti. Due, penso... Credo."
"La procedura riprenderà tra due minuti esatti."
Dopo queste parole l'altoparlante emise un rumore statico, poi tacque.
Gomer rimase solo nella stanza. Fisicamente parlando era solo fin dall'inizio, ma l'assenza di voce umana lo fece sentire veramente, finalmente, solo con i suoi pensieri, senza nessuno che lo osservasse, che lo monitorasse, che in buona sostanza si aspettasse una qualsiasi cosa da lui. In effetti, però, sapeva che l'altoparlante era stato disattivato, ma del microfono non aveva idea, né tantomeno sapeva se nella stanza c'erano telecamere o altri registratori. Probabilmente sì, pensò Gomer, ma l'assenza di suoni e di qualsiasi segnale che gli indicasse la presenza di chiunque altro lo faceva sentire comunque solo. Positivamente solo. Si alzò, fece tre passi in avanti, poi due a destra, poi tre ancora a destra, infine due nuovamente a destra, tornando al punto di partenza. Ripeté l'operazione finché non sentì il nervosismo diminuire almeno un poco. Sapeva da anni che prima o poi sarebbe successo, e non avrebbe mai pensato che la cosa gli avrebbe provocato una tale ansia. O meglio, ci aveva pensato eccome, ma non si aspettava un breakdown di tali proporzioni e aveva cercato il più possibile di non pensarci. E se non fosse stato considerato all'altezza? Se non fosse stato ritenuto un bravo cittadino? Non aveva la minima idea di cosa succedeva ai non idonei. Poteva fare questa domanda all'esaminatore? Aveva chiesto a chiunque avesse passato la Valutazione, ai suoi familiari, ai suoi insegnanti, persino ad alcuni amici fidati, ma nessuno di loro aveva mai dato risposte esaurienti. Semplicemente tutti erano sicurissimi che questa era una cosa di cui non era il caso di preoccuparsi. Dal loro punto di vista effettivamente era proprio così, aveva sempre ragionato Gomer, perché a loro cosa importava? Se erano nella società dovevano per forza di cose essere stati considerati idonei, a suo tempo O almeno così si era sempre detto tra sé. Per quanto riguardava il destino dei non idonei, invece, si immaginava scenari apocalittici e distopici, anche se non derivavano da alcuno spunto tratto dalla realtà. Non c'era e non c'era mai stata alcuna ragione per pensare che i non idonei venissero isolati o maltrattati in qualche modo. Ma, aveva sempre ragionato Gomer, i non idonei non erano mai stati visti, non solo da lui, ma proprio nessuno di cui lui fosse al corrente li aveva mai visti, per cui era logico che venissero isolati, cacciati, insomma messi da qualche parte lontano da tutto e da tutti, perlomeno nel migliore dei casi. C'era una corrente di pensiero, anche piuttosto diffusa, che affermava che questi non idonei non esistessero proprio, e benché questo poteva essere un ragionamento corretto, Gomer non riusciva proprio a crederci, non riusciva neanche a immaginarselo.
Ora era di fronte a un bivio, aveva due possibilità: fare del suo meglio e riuscire a passare la Valutazione, oppure fare del suo meglio e non farcela comunque. Per quanto con la seconda possibilità avrebbe fatto luce una volta per tutte sul mistero di che fine facessero i non idonei, non era quel genere di mistero che Gomer avrebbe voluto svelare sulla sua stessa pelle. Decise che la prima possibilità era quella preferibile e prese un paio di respiri profondi. E a quanto pare i due minuti erano finiti, perché l'altoparlante fece lo stesso rumore statico e la voce dell'esaminatore si fece nuovamente sentire.
"Bentornato. Ti senti meglio ora?"
"Sì, grazie."
"Ma figurati, nessun problema. Sei pronto a riprendere? Ti senti in grado di rispondere alle nostre domande?"
Gomer si sorprese non poco all'uso del plurale. C'erano dunque più esaminatori? In effetti non era scritto da nessuna parte che dovesse essere uno solo. Riprese il suo posto sul sedile.
"Sì, sono pronto."
"Molto bene. In questo caso procediamo. Hai mai fatto uso di denaro?"
"Sì."
"In quale o quali occasioni?"
"Numerose, direi..."
"Oh, certo, puoi tranquillamente limitarti a dire le più frequenti."
"Colleziono oggetti di antiquariato, quindi la maggior parte degli scambi commerciali li ho fatti per ottenerli."
"E questi oggetti ora sono di tua proprietà o li condividi con altri?"
"... Onestamente non mi sono mai posto il problema. Voglio dire, li ho comprati perché a me piacciono, li tengo in casa mia perché mi piace vederli, ma non credo mi offenderei se chiunque altro mi chiedesse di vederli. È semplicemente molto raro trovare appassionati o collezionisti di chip così obsoleti, per quanto ancora funzionanti."
"Quindi in linea di massima li consideri di tua proprietà ma non avresti nessun problema a condividerli con gli altri, se interessati."
"Sì, precisamente."
"Capiamo. Per quale motivo guardi verso l'alto?"
"... Prego?"
"Tendi a guardare verso l'alto, sia mentre ascolti che mentre rispondi. Come mai questo?"
"Istinto, credo."
"Potresti elaborare su questo?"
"Gli umani tendono a pensare a degli esseri più alti di loro quando sentono una voce senza poter identificarne un corpo corrispondente, o almeno io immagino sia così."
"Tu ritieni noi qui presenti come un essere più alto di te?"
Gomer fece una pausa di qualche istante, ancora sorpreso dall'uso del plurale, ma poi decise di non farci caso, per il momento.
"Inconsciamente, forse."
"Perché nella stanza in cui ti trovi non sei in grado di vedere nulla di identificabile come un interlocutore, è corretto?"
"Ritengo questo il motivo principale, sì."
"Per questo rispondi alle nostre domande senza proteste e senza resistenza?"
Gomer rifletté un momento prima di rispondere.
"Questo e il fatto di non sentirmi minacciato e considerare lecite e discrete quasi tutte le domande."
"Ragion per cui alla prima domanda ti sei avvalso della facoltà di non rispondere. La consideri indiscreta, urta la tua sensibilità."
"Precisamente."
"Sei consapevole della ragione di tali domande e dell'esistenza della Valutazione in generale? Se si ti chiediamo di esplicitarla."
"Perché la società si deve assicurare che i suoi nuovi membri siano buoni cittadini, immagino."
"Cosa intendi con l'espressione ?"
"Cittadini responsabili che conducono la loro esistenza eticamente."
"Definisci < responsabilità >; ed nel contesto della risposta precedente."
"Dicasi < responsabilità > la facoltà di prendere decisioni consapevoli accettandone le conseguenze ed la concezione secondo la quale un individuo non commette nei confronti dei suoi simili un'azione che dai suoi simili non vorrebbe subire, nei limiti delle possibilità umane."
"E tu ritieni che noi abbiamo le capacità di valutare te sulla base di un colloquio di durata limitata se tu sia adatto o meno a far parte della società? I nostri pronomi sono voi e loro."
Solo a quel punto Gomer realizzò che quel "noi" era l'esaminatore. Utilizzava pronomi plurali, pur essendo una singola persona. Non era una situazione priva di precedenti, ma non era neanche una consuetudine.
"... Non vedo come ciò non debba essere possibile. Intendo dire, se questo è il vostro compito non ho ragione di credere che non siate in grado di farlo. Ora, non so quali procedure siano necessarie per diventare esaminatori, ma sicuramente si tratta di procedure severe e precise. Non credo che chiunque possa diventare esaminatore senza un'attenta preparazione."
La pausa di silenzio che seguì fu talmente lunga che per un attimo Gomer pensò che si fosse guastato l'altoparlante.
"Secondo il tuo ragionamento la nostra intelligenza è biologica o artificiale?"
"Biologica, senza dubbio."
"Motivo?"
"Nessuna intelligenza artificiale è dotata dei concetti di creatività ed etica, essendo queste concezioni parzialmente soggettive e tipiche della intelligenza biologica, per cui nessuna intelligenza artificiale è in grado di valutare alcuno di questi concetti. Il compito di un esaminatore è appunto proprio quello di valutarli negli esaminati. L'unica conclusione possibile è quindi che tutti gli esaminatori non possono che essere dotati di una intelligenza biologica umana."
"Ti sei accorto di come hai iniziato a parlare con sempre maggiore sicurezza?"
A quella domanda Gomer sentì sei pulsazioni fortissime alla tempia destra e subito dopo una intensa sensazione di calore alle guance.
"Oh... Io? Ehm..."
"Comunque dirigiti pure verso l'uscita. È la porta che hai di fronte. Ti aspettiamo in fondo al corridoio."
Gomer uscì dalla stanza. La porta di uscita dava in effetti su un lungo corridoio su cui davano altre porte, presumibilmente dalle altre stanze. Percorse tutto il corridoio, che finiva su una saletta alla cui estremità si trovava una porta che conduceva direttamente all'esterno. Prima della porta, però, si trovò davanti all'esaminatore. Erano una donna (o perlomeno avevano un aspetto molto femminile, pensò Gomer) molto più giovane rispetto a come si aspettava. Pochi anni in più di lui, o forse qualcosina di più, i loro cornrows celesti risaltavano grazie alla loro pelle scura. Osservando meglio non poté fare a meno di notare che avevano l'ausilio neurale, segno che anche loro presentavano una neuroatipicità, proprio come Gomer.
Sulla loro divisa l'olografo col loro nome segnava "Dorean System" e loro si trovavano dietro una scrivania su cui era poggiato un libro piuttosto grande, aperto su una pagina non completa, coperta di firme per circa un terzo.
Gomer si sentì disorientato per un momento. Non che non avesse mai visto un libro cartaceo, li conosceva anzi molto bene, ma mai e poi mai si sarebbe aspettato di trovarne uno in un luogo come quello, o del resto in qualunque luogo che non fosse un museo, un negozio di antiquariato, o casa sua, ovviamente.
"È possibile conservare documenti ufficiali cartacei? Credevo non fossero validi."
"Oh no, questo è un monumento più che un documento. Tutti i dati sono già in database, ma non si può negare che avere le firme di coloro che hanno sostenuto la Valutazione, firme fatte a mano, in questi volumi sia una cosa molto emozionante, almeno secondo noi. Questa è una tradizione iniziata circa un secolo fa, e né noi né gli altri esaminatori e gli altri membri dello staff tutto abbiamo pensato di terminarla, né ne abbiamo sentito l'esigenza. Naturalmente non obblighiamo nessuno a firmare, è solo per assecondare la nostra umana nostalgia."
"Da buon appassionato di antiquariato, non posso che firmare."
Gomer firmò con la mano decisamente malferma, scrivere su carta era decisamente diverso dallo scrivere sulle superfici digitali. Per poco non macchiò tutto il foglio trascinando la mano sulla parte dove aveva già scritto. Ma come facevano gli antichi a scrivere senza la possibilità di cancellare?
Dopo aver firmato non riuscì a tenere la bocca chiusa.
"Dunque? Sono stato promosso?"
Il tono della risposta di Dorean fu più alto del normale.
"Promosso?"
"Si, insomma, sono passato?"
"Passato?"
"Si, la Valutazione, l'ho passata o no? Sono un buon cittadino?"
"Tu ti ritieni un buon cittadino?"
Gomer non amava particolarmente quando a una sua domanda gli si rispondeva con un' altra domanda.
"Bé, io... Così, su due piedi... Sì, mi ritengo tale."
"Per quale ragione?"
"Io... Ho dato le risposte che ritenevo giuste... Sono stato sincero... Ho fatto del mio meglio, insomma."
"Esistevano risposte giuste?"
A quel punto Gomer iniziò a rispondere molto spontaneamente.
"Uh... No, in alcuni casi si, ma nella maggior parte no, non credo."
"Perché questo?"
"Perché... Se ci fosse stata una sola risposta giusta a tutto non esisterebbe la diversità, immagino. E fin dall'istruzione primaria si tiene assolutamente e giustamente conto della diversità in tutto, per quanto non riguarda le scienze esatte. Un sistema sociale che non accetta diversità è incompleto, barbaro se vogliamo, o fondato sulla discriminazione, o entrambe le cose. Insomma non siamo mica nel 2000!"
"Come mai proprio il 2000?"
"Oh, non vorrei cadere nel banale stereotipo, in effetti, so come gli storici stanno cercando di recuperare un po' la considerazione di quell'epoca, ma non posso credere come in un'era se vogliamo così vicina alla nostra e che inevitabilmente ha contribuito a portare alla nostra ci fossero così tanti concetti barbari. Esistevano già le basi e i mezzi per poter capire..."
"Vedi, in linea di massima hai ragione, ma non si può e noi come storici non possiamo ignorare quanto ci troviamo avvantaggiati dalle nostre istituzioni. Noi, e con questo noi intendiamo la società tutta, abbiamo usufruito di tutto ciò che ci era necessario per vivere sia in termini biologici sia in termini psicologici, senza che nessuno ci chiedesse nulla in cambio. Noi sappiamo che questo sistema è ben funzionante, ma allora nessuno poteva saperlo con assoluta certezza e anzi nelle ideologie più diffuse dell'epoca vi erano molte credenze per cui una società simile non avrebbe mai potuto essere né efficace né duratura. Siamo d'accordo con te quando parli di arretratezza ma è sempre bene tenere conto delle situazioni dell'epoca. Dopotutto il passato non può essere cambiato e se ora siamo qui significa che allora, cioè in quell'epoca, almeno qualcuno ha fatto qualcosa di buono. Non possiamo metterci nei panni degli umani del passato e dire cosa avremmo o non avremmo fatto al loro posto, possiamo parlare solo e unicamente del presente in questi termini."
"Perché noi abbiamo conoscenze che loro non avevano."
"E perché noi non abbiamo credenze che loro avevano."
"Capisco. Dunque la Valutazione è finita, giusto?"
"Possiamo considerarla conclusa, si."
"Posso chiedervi due ultime cose?"
"Naturalmente, e noi ci riserviamo il diritto di accettare o rifiutare di rispondere."
"Se non urta la vostra sensibilità naturalmente... Come mai i vostri pronomi sono plurali? È una cosa piuttosto rara e non ho mai avuto occasione di chiederlo a nessuno per cui ci ho pensato ed è semplicemente una curiosità che ho avuto..."
"Nessun problema. Noi facciamo parte di un sistema. Sei familiare con il concetto di sistema applicato a una persona affetta da DID?"
"Oh, ho studiato la neuroatipicità al mio quattordicesimo anno di scuola, se non sbaglio si basa sul fatto che un sistema formato da più individui è qualcosa di più della somma degli individui che ne fanno parte, e applicato a una persona affetta da DID questo sta a significare che la persona in questione nella sua interezza è più della semplice somma delle sue singole personalità." Gomer si sentì subito a disagio a parlarne con chi sicuramente ne sapeva mille volte di più. "Chiedo scusa se la mia conoscenza in merito è molto semplicistica..."
"Non c'è problema."
"E dunque..." Gomer si fermò a rileggere l'olografo per sicurezza. "Dorean è una personalità o..."
"Dorean è il nome di tutto il sistema."
"Dunque io ho parlato con tutti nel sistema?"
"No, Fatsani ha solo sei anni e non si preoccupa di questo genere di cose. Giustamente."
"Giustamente.", ripetè Gomer, ormai un po' frastornato. "La seconda cosa è... Cosa... Uh... Se è possibile saperlo naturalmente, cosa succede ai non idonei? Cioè quelli che per qualche ragione non vengono considerati buoni cittadini?"
"A questa domanda posso rispondere con altre domande: sei sicuro che quelli che tu chiami non idonei esistano? E se esistessero, li sapresti distinguere dai cosiddetti idonei nella vita di tutti i giorni? Ricordi cosa hai detto poco fa a proposito di diversità e di esistenza di risposte giuste o sbagliate? Sei proprio sicuro che la Valutazione sia un processo da cui si esce vincitori o vinti, idonei o non idonei?"
Gomer non parlò, non sapendo rispondere a nessuna di queste domande, e si limitò a fissare Dorean, che a loro volta si limitarono a sorridere in silenzio ed estendere una mano. Gomer la prese e la strinse, poi fece un cenno di saluto e Dorean ricambiarono, ampliando il loro sorriso.
Gomer attraversò la porta e uscì dall'edificio e una volta fuori si rese conto di come avesse il cuore molto più leggero rispetto a quando era entrato. Decise di tenersi l'hoverboard sotto braccio e fare una passeggiata, e a ogni passo si sentiva più leggero anche lui. Pensò a quante cose l'umanità poteva fare e pensò a quanto dopo così poco tempo, probabilmente meno di un'ora, si fosse sentito così vicino a un essere umano diverso da sé stesso, diverso dai suoi parenti e dai suoi amici, ed era sicuro che quell'altro essere umano si era sentito allo stesso modo, poi guardò il prato, in particolare i fili d'erba mossi dalla brezza, poi guardò gli alberi con i corvi appollaiati sopra, poi guardò il cielo, nuvoloso. Poi si diresse verso casa. Fu una lunga passeggiata.

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