Spazio all'Immaginazione 5° Edizione, Sezione Racconti Brevi: "DAMA DI COMPAGNIA" di Andrea Martina


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DAMA DI COMPAGNIA

Andrea Martina

“Ti amo”, mi disse all'improvviso, mentre tra di noi stava la logora scacchiera posata sul tavolino di cristallo. Restai con la mano sospesa a mezz'aria e due dita che sfioravano la testa intagliata di un piccolo alfiere, convinto di aver capito male. Ad uno scherzo, invece, non riuscì a pensare. Alla fine spinsi indietro la schiena, dimenticando la mossa che avevo studiato nell'ultima mezz'ora e presi a fissare Alice. I suoi occhi, di solito due perle scure, mi parvero improvvisamente vuoti, a discapito della frase che aveva appena pronunciato. Eravamo da soli, immersi nella luce di un tardo pomeriggio che presto avrebbe ceduto il passo alla notte. Le tende della finestra si agitavano debolmente, sospinte da una bava di vento che fino a quel momento avevo trovato gradevole, ma che adesso mi faceva tremare. Respinsi a fatica l'istinto di replicare a quella frase, quasi che a pronunciarla fosse stata una bambina a cui dopotutto non ha senso dare troppo credito. Poi mi passai una mano tra i capelli, tradendo la tensione che si era già insinuata dentro di me e che mi impediva di ragionare come invece avrei dovuto fare.

“Tu....beh, tu non mi ami”, riuscì finalmente a dire e mentre pronunciavo quelle parole ne indovinai tutta l'inutilità, come certe storie che appaiono splendide nel cuore della notte ma che il mattino dopo, invariabilmente, sembrano stupide e vuote. Eppure una qualche reazione dovetti produrla, perché lei sbatté le palpebre e piegò la testa di lato, in un atteggiamento interrogativo che mi spinse a provare pietà. Quella che avevo di fronte non era una bambina capricciosa, ma una creatura più consapevole di quanto avessi immaginato, conscia di un concetto che forse io stesso stentavo a comprendere.

Cercai di rievocare nella mente i consigli che mi erano stati dati quando avevo conosciuto Alice. Li scorsi uno ad uno provando ad applicarli alla situazione in cui ero sprofondato così repentinamente e alla fine conclusi che nulla del genere era stato previsto.

“L'amore non è.....Alice....l'amore non è per te....per noi” le dissi, accompagnando la frase con ampi gesti delle mani, quasi a voler sottolineare l'ineluttabilità delle mie argomentazioni. Fu un tentativo di apparire tranquillo, che lei però finse di non notare, restando imperturbabile, con gli occhi fissi nei miei. Sulle ginocchia teneva posata una copia delle Lamentazioni di Geremia, un libro che di solito a quell'ora del giorno le chiedevo di leggermi, lasciando a lei la scelta del brano. Era la nostra piccola abitudine, un'incombenza a cui si sottoponeva da tempo e da cui traevo un sottile piacere, restando con gli occhi chiusi ad ascoltare la sua voce.

“Lo so come la pensi” disse, spezzando il silenzio che si era insinuato nella stanza. Adesso il suo tono era cresciuto di diverse ottave e temetti che la tensione per lei si stesse facendo insostenibile. Tentai l'ennesima risposta, modulando la mia voce sui toni bassi, così come mi era stato raccomandato qualora avesse avuto una crisi:

“Alice, io non so cosa sia l'amore. Ho quasi settant'anni ormai e nel corso della mia esistenza ho creduto di incontrarlo diverse volte, eppure l'amore mi è sempre sfuggito, tanto che adesso non so più cosa sia, né se esista davvero”.

Parlai tutto d'un fiato e il sospetto che avessi imbastito quel discorso più per me stesso che non per lei si fece forte, simile ad una stilla di dolore rimasta sopita e che ora si preparava ad esplodere ancora una volta, riemergendo da un passato che speravo non avrei dovuto evocare mai più. Rividi con vivida chiarezza le donne che avevo amato e poi perduto e i loro volti si sovrapposero a quelli di Alice in una sequenza che alla fine mi fece sorridere, quasi avessi tentato con gli occhi della memoria di vestirla con le sembianze di chi avevo perduto. E capii quanto fosse stato grottesco quel mio tentativo di utilizzare Alice come simulacro, un vuoto a perdere da riempire con gli affanni che mi portavo ancora addosso.

Forse fu per quella improvvisa consapevolezza, che mi era sbocciata dentro come un fiore guasto che non mi accorsi che Alice aveva sollevato le braccia per poi farle calare sul tavolino in mezzo a noi. La superficie di cristallo andò in frantumi, disegnandomi addosso una pioggia di schegge, mentre la scacchiera spezzata in due finì tra i miei piedi. Mi rannicchiai rapido tra i cuscini del divano, perdendo una pantofola e per qualche ragione provai un moto di pudore nello stare davanti a lei con un piede nudo. Mi sentii vulnerabile e iniziai a tastare attorno, sperando che lei non se ne accorgesse, in cerca dell'unica cosa che poteva mettere fine a tutto quanto.

“Possiamo....si, possiamo stare insieme....perché non vedi anche tu quello che vedo io....amore mio?” disse ancora.

“No Alice, tu davvero non capisci. Guarda cosa hai fatto! Non vedi che tutto questo è assurdo, impossibile?”. Tentai di replicare ostentando durezza, ma nella mia voce c'era una vibrazione di paura che non riuscii a celare del tutto.

Affondai una mano tra i cuscini e finalmente ciò che stavo cercando finì tra le mie dita. Strinsi il piccolo telecomando, sentendomi finalmente più forte nonostante il terrore che lei potesse afferrarmi. Avrebbe potuto spezzarmi la schiena in pochi istanti, se solo l'avesse voluto. La guardai ostinatamente in volto, sebbene sapessi che in lei non avrei trovato alcun tipo di espressione. Per troppo tempo avevo attribuito ad Alice dei significati che non era nemmeno in grado di interpretare e ora ne stavo pagando il prezzo.

“Amore, amore mio....” disse poi e si lasciò cadere in ginocchio sul tappeto. Quella reazione inaspettata e il tonfo del suo corpo mi scossero e per un'istante immaginai di avvicinarmi e abbracciarla per provare a cancellare le sue parole e la consapevolezza di ciò che stavo per fare. Ma fu il vedermi stretto a lei che mi convinse ad azionare il comando che avevo tra le dita. Capii che era giunto il momento di dire basta a quella pantomima, per non fare un passo in più verso un delirio da cui non avrei avuto alcuna possibilità di fuga.

Con tristezza la vidi restare immobile mentre l'impulso elettromagnetico raggiungeva i congegni del suo cervello positronico, spezzandone ogni funzionalità. Non ci fu alcun vero cambiamento e pensai di aver assistito solo allo spegnimento di una macchina. Eppure rimasi lì, a fissarla, pensando che la sua voce mi sarebbe mancata e che le lunghe ore trascorse a decidere quale pezzo muovere sulla scacchiera non mi sarebbero mai state restituite.

Alla fine giunse la notte e fu solo avvolto dalle ombre che piansi la morte della mia dama di compagnia.

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