Spazio all'Immaginazione 5° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "Il giorno in cui mi teletrasportai su Marte" di Massimo Acciai Baggiani


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Il giorno in cui mi teletrasportai su Marte

Massimo Acciai Baggiani

Ho sempre sospettato che Marte – il pianeta, non il dio – avrebbe salvato l’umanità.

Come e quando, questo allora non lo sapevo neanch’io, che pure ho un rapporto molto particolare con il Pianeta Rosso. Un rapporto che dubito qualcun altro sulla Terra possieda.

Perché io, su Marte, ci sono stato.

Più di una volta.

È bene precisare subito alcune cose che rendano meno assurda – o forse di più – la mia affermazione.

Punto primo. Sono in grado di teletrasportarmi ovunque io desideri, sulla Terra o altrove.

Come? Non lo so. Non sono mai riuscito a comprendere questa mia facoltà, che ho scoperto di recente e di cui non ho finora mai abusato. Ad ogni modo, anche se conoscessi questo meccanismo, non credo certo che lo divulgherei.

Punto secondo. Benché ne abbia la possibilità, non ho mai desiderato teletrasportarmi da qualche parte su questo piccolo, globalizzato pianeta. Ciò potrebbe stupire molti, ma non è importante spiegare neanche questo.

Punto terzo. Ho da sempre avuto una specie di ossessione per Marte, fin da bambino, fin da quando osservai – in una foto della NASA – per la prima volta la sua superficie sassosa, al tempo stesso così simile ad un paesaggio terrestre e così immensamente aliena.

Ho letto da qualche parte che un uomo, senza l’adeguata protezione di una tuta da astronauta, potrebbe sopravvivere sulla superficie marziana fino ad un minuto. Non ricordo chi era l’autore di questo calcolo (uno scienziato immagino), e su quali basi (certo teoriche) ha fondato la sua affermazione, ma ho conservato a lungo questa curiosa memoria, per molti anni, fino al giorno in cui ho avuto la possibilità di verificarla.

Da qui partivano le mie fantasticherie adolescenziali, intrise delle mie letture fantascientifiche. C’era infatti un tempo che ero affascinato dalla rappresentazione letteraria, pur assolutamente irrealistica, di Marte (le minacce aliene narrate da Wells, Burroughs, Bradbury e molti altri però le trovavo ridicole) ma mai quanto la storia per immagini raccontata dalle sonde Vostock, Vicking, e successive missioni automatiche terrestri. C’era una poesia indicibile in quel cielo arancio, nella brina di anidride carbonica congelata nelle mattine invernali, nei giochi di ombre e luci del terreno (ombre più nette di quelle terrestre), nei contorni lontani delle montagne. La mente tornava spesso a quei panorami, come un luogo che i miei occhi avessero davvero osservato. All’inizio pensai che fosse una sorta di déjà vu – allora non ero ancora stato su Marte – ma col tempo mi convinsi che era qualcosa di più.

Un legame misterioso sembrava esistere tra me e quel pianeta, da un passato remotissimo.

Non credo nella reincarnazione, o almeno mi pare una cosa molto improbabile. Di certo indimostrabile, come non provabile è l’esatta corrispondenza tra il numero dei nati ed il numero dei morti nel Cosmo. Credo che una sorta di reincarnazione sia comprensibile e naturale, se consideriamo la vita che continua a riprodurre se stessa, generazione dopo generazione. Ma pure questo è irrilevante per la mia storia.

Non tento di spiegarmelo. Se riuscite ad accettare quando ho detto finora bene, proseguite nella lettura, altrimenti è più saggio interrompere qui.

Dicevo, io su Marte ci sono stato. La prima volta per pochi secondi. Era una mattina d’estate nella mia città, e per pura coincidenza era estate anche nell’emisfero marziano in cui mi ritrovai nel tempo di un battito di ciglia.

Marte è un pianeta freddo, più gelido della più gelida notte antartica sulla terra, eppure avevo letto che in estate, all’equatore, nelle ore più calde della giornata, non è raro che si raggiungano i 25-30 gradi. Quasi afoso. L’atmosfera esigua e velenosa mi avrebbe comunque ucciso in poco tempo (forse un minuto, forse meno) e le radiazioni solari, non schermate dal nostro prezioso ozono, mi sarebbero state altrettanto – o forse più – nocive. Avevo poco tempo a disposizione, avrei dovuto gestirlo al meglio.

Mi preparai con cura. In realtà si trattava soprattutto di prepararmi psicologicamente. Fino a quel momento mi ero teletrasportato solo sulla Terra, poche volte, per breve tempo. Sapevo come fare, non c’era alcun pericolo. Ma su un altro pianeta? Forse la stima dello scienziato dell’articolo era ottimista. Forse avrei perso conoscenza immediatamente, e per me sarebbe stata la fine. Forse sarei capitato nel mezzo di una di quelle tremende tempeste marziane con venti che soffiano fino a 400 chilometri orari e sarei stato scaraventato chissà dove. Era un vero salto nell’ignoto. Mi soffermai poco però su questi pensieri. Credo che se ci avessi pensato troppo, alla fine avrei rinunciato. Ma in quel momento ero preso da una frenesia che mi nascondeva il reale rischio di quanto stavo per fare. Mi concentrai semplicemente su Chryse Planitia, nella regione di Ares Vallis, il luogo di atterraggio del Mars Pathfinder, così come me la ricordavo dalle foto della sonda automatica che ammartò nel 1997. All’improvviso non ero più nella mia camera sul pianeta Terra.

Fu come trovarsi sott’acqua dopo un tuffo in piscina da un trampolino. Avevo fatto un lungo e profondo respiro un attimo prima di partire, poi mi ero chiuso il naso con le dita e d’istinto avevo socchiuso anche gli occhi. Li riaprii lentamente, con timore. Cominciarono a bruciare ed a lacrimare. Non avevo potuto portare nulla con me che mi proteggesse da quell’ambiente; potevo trasportare solo cellule viventi, le mie. Mi trovavo dunque completamente nudo su un altro mondo, senza pudore – nessuno poteva vedermi – ma non senza timore.

Quando il velo umido che mi impediva di vedere si fu in parte assorbito riuscii a vedere la luce solare, sempre in apnea. Registrai fugaci sensazioni, confuse, come in un sogno o in un delirio. La temperatura era inferiore a quella che avevo lasciato sulla Terra, ma tutto il resto era assolutamente strano. Mi sentivo leggerissimo, stordito, scoordinato. Sentivo il sole che mi bruciava la schiena ed il gelo che mi mordeva la pancia e le parti in ombra del mio corpo. Sentii sulla pelle uno strano vento al tempo stesso turbinoso ed inconsistente. Mi fischiavano le orecchie, a causa dello sbalzo di pressione. Davanti ai miei occhi eccitati un paesaggio desertico, del tutto uguale a quello che avevo già visto in foto. Ma lo stavo guardando con i miei occhi! Era lì, concreto, tangibile! Avrei potuto chinarmi e raccogliere un sasso. Non avrei potuto portarlo indietro come souvenir, ma avrei potuto scagliarlo contro quel cielo luminosissimo, solcato da piccole nubi giallognole, sottili, che intravidi prima di tornare indietro, quando l’aria nei miei polmoni era ormai bruciata e quella esterna, irrespirabile, premeva per entrare dalle narici tese fino allo spasmo. Ancora un attimo e sarei svenuto.

Quel primo viaggio durò esattamente undici secondi, anche se a me sembrò un tempo molto più lungo. Maledii la mia miopia, per quanto leggera. Non era solo a causa del bruciore e delle lacrime che vedevo tutto sfuocato e confuso.

Non tenterò nemmeno di descrivere le emozioni provate in quella manciata di secondi, e neppure quelle molto più intense e durature provate nelle ore e nei giorni successivi. Non furono comunque così intense come quelle sperimentate nei viaggi successivi, tutti della durata compresa tra 8 e 15 secondi. Con particolari esercizi preparatori di respirazione avrei in seguito prolungato la mia permanenza fino al famigerato minuto, ma un oscuro timore mi riportava sempre indietro. Non era quel senso un po’ buffo della mia faccia che sembrava gonfiarsi fino a scoppiare, neanche il senso di soffocamento che avevo infine imparato a dominare, o il terrore dei micidiali raggi cosmici – la quantità che ne avevo assorbita, in teoria, era comunque bassa, da quanto avevo potuto informarmi attraverso Internet. C’era qualcos’altro che allora non avrei saputo dire, qualcosa di inafferrabile. Ogni volta che tornavo nella mia camera, nudo come ero partito, crollavo sul letto e per qualche minuto mi rifugiavo sotto le coperte, senza riuscire a smettere di tremare. C’era qualcosa di sbagliato in quello che stavo facendo. Era come una droga. Avrei finito per uccidermi, me lo sentivo, eppure non riuscivo a smettere. Ho perso ormai il conto dei viaggi che feci nei mesi successivi.

Non vidi mai niente di particolare.

So di deludere così quanti si aspetterebbero, a questo punto, qualche rivelazione straordinaria. Niente piramidi o manufatti alieni, niente volti giganteschi nella sabbia ossidata. Niente omini verdi, né altre più plausibili forme di vita. Non vidi neppure i resti delle varie sonde automatiche: per quanto più piccola della Terra, la superficie marziana è immensa per uomo solo. Le mie esplorazioni marziane, anche se divulgate, non avrebbero aggiunto nulla alla conoscenza del pianeta. Avrei potuto solo dare una conferma a quanto già si sapeva del Pianeta Rosso: ossia che è un luogo inospitale, arido, morto.

Forse in un passato remoto esisteva la vita anche lassù. Vita intelligente intendo. Questo lo potrà forse dire un giorno qualche astronauta, equipaggiato di strumenti tecnologici abbastanza sofisticati. Io, su Marte, ci andavo nudo e trattenendo il respiro. Al massimo potevo muoverci qualche passo barcollante, attendo a non ferirmi sul terreno disconnesso, di consistenza simile al pongo, disseminato di rocce aguzze più o meno grandi, con i cinque sensi seriamente limitati.

Non c’era da stupirsi. Ho fatto molti “viaggi”, ma tutti brevissimi: mettendoli tutti di seguito non si raggiungebbe un’ora.

Continuavo però a sentire, sempre più intensamente, che lassù avrei trovato qualcosa; qualcosa di importante, che avrebbe riguardato l’intera umanità. Da Marte sarebbe venuta la salvezza, ne ero certissimo.

Un giorno, o più precisamente una notte (in casa mia erano andati tutti a letto, mentre sulla regione marziana che stavo visitando erano le prime ore del pomeriggio, col sole ancora alto), mi parve in effetti di vedere qualcosa che non mi aspettavo. Si trovava a pochi passi da me, pure nelle mie condizioni era una distanza notevole. Me la trovai così davanti all’improvviso che feci un sobbalzo e buttai fuori tutta l’aria insieme.

Qualche ufologo, al mio posto, ci avrebbe probabilmente visto una figura umanoide, una scultura prodotta con intenti precisi. Altri avrebbero pensato ad una specie di illusione ottica, uno scherzo delle ombre o del vento marziano. Un tizio che conosco non avrebbe esitato a vederci la prova di una forma di religiosità aliena. Io devo essere onesto: non ho certo una buona vista neanche sulla Terra, e tutto si è risolto in meno di un secondo. Può anche essere stata una specie di allucinazione, prodotta da quelle particolari condizioni atmosferiche, anzi sarebbe la spiegazione più probabile.

Per un attimo – solo per un attimo, badate – ho visto – mi è sembrato di vedere…

Ma non è importante riferirlo qui. Mi pento anzi di averne accennato. Dimenticate. Mi ero sbagliato: non era ad ogni modo quello ciò che cercavo lassù.

Infine mi ammalai.

Era la fine di novembre. Cominciò nel modo più banale: con una semplice influenza, a cui si unì un persistente dolore al fianco destro. Niente di preoccupante all’inizio. Pensai di aver in qualche modo abusato del mio potere; in effetti in quei giorni avevo fatto più viaggi del solito. Quegli sbalzi di pressione e temperatura, per quanto brevi, potevano aver indebolito il mio organismo. È curioso come, all’inizio, non mi balenò l’ipotesi di un virus marziano, o di una mutazione di un virus terrestre esposto alle condizioni di Marte. A pensarci adesso, sarebbe stato ovvio. Non a caso la NASA mette gli astronauti in quarantena e sterilizza tutto ciò che spedisce e riporta dallo spazio. Invece l’idea mi venne solo dopo vari esami medici inconcludenti, parecchie settimane dopo i primi sintomi.

Niente di terribile, solo un po’ fastidioso. Però non passava. Dopo un mese cominciavo davvero a preoccuparmi.

Quante persone avevo incontrato durante quel primo mese? Non molte, non sono certo un tipo mondano, pure una sola è stata sufficiente per provocare il disastro planetario. Precisazione: quello che una mente disattenta, pessimista, frettolosa, che non riesce a vedere le cose dalla mia prospettiva, può considerare un disastro.

All’inizio, confesso, ho dubitato anch’io. Il virus fece oltre un miliardo di vittime solo nel giro del primo anno, prima di stabilizzarsi sul milione mensile. Una cura è ancora lontana, ma l’Uomo sta lottando. A tre anni di distanza dal primo caso registrato, qualcosa si è scoperto sul nemico, se non ancora la sua origine extraterrestre (il che non è un male, per molte ragioni). Si sa ad esempio chi ne è immune, chi è un portatore sano come il sottoscritto, e si sa come contenere un’epidemia che, ad un certo terribile momento, sembrava destinata a spazzar via da questo pianeta l’attuale specie dominante.

All’inizio non comprendevo. Quando associai quella strana epidemia ai miei viaggi su Marte ero davvero riluttante ad ammettere che in qualche modo era colpa mia. Non è una responsabilità da poco. Ma non mi avevo comunque già inconsapevolmente assunto questa responsabilità, su ciò che avrei trovato lassù ed eventualmente riportato indietro, fin dal primo viaggio, o addirittura da prima?

Passai notti insonni a cercare una soluzione, con il cervello in fiamme ed il corpo dolorante a causa della febbre. Non poteva essere. Ero assolutamente certo che da Marte sarebbe arrivata la salvezza del genere umano, non il suo opposto, la distruzione. Cosa non aveva funzionato?

La risposta arrivò una notte, con un sogno. Ero appena tornato da un viaggio, il primo dopo che la febbre era scomparsa all’improvviso, così come era arrivata, ed anche l’ultimo che feci sul Pianeta Rosso.

Ero di nuovo su Marte, eppure era tutto, o quasi, diverso. Riconoscevo i luoghi che avevo da poco visitato: i profili delle montagne, il solito paesaggio sassoso e desolato, arido e privo di vita. Solo che nel sogno potevo respirare liberamente e non sentivo freddo. Mi muovevo come una specie di fantasma, come uno spettatore di una ricostruzione tridimensionale. Camminavo sotto il sole marziano, al tramonto. La notte scese presto e il cielo si fece subito nero, senza il chiarore che sulla Terra permane ancora per un po’ dopo che il sole è andato giù. Le stelle in compenso erano molte e luminosissime. Phobos e Deimos, le due lune marziane, facevano un ulteriore chiarore cosicché i contorni neri delle montagne risaltavano netti anche se non c’era modo di vedere dove mettevo i piedi.

All’improvviso fui catturato da una debole luce lontana. All’inizio la presi per una stella, ma si trovava più in basso del profilo delle montagne. Una luce sulla superficie. Mi diressi verso di essa con uno strano stato d’animo, tra la curiosità ed un’incomprensibile malinconia. Ma mano che mi avvicinavo la luce si scomponeva in molte sorgenti luminose distinte; mi ricordavano le luci di una città. Quando fui abbastanza vicino, dalla sommità di una collina mi resi conto di trovarmi davanti ad una immensa città che occupava una grande vallata con le sue luci. Era al tempo stesso un paesaggio familiare e terribilmente alieno. Una città marziana, piena di vita, ai margini di uno sconfinato deserto.

Mi accorsi, con stupore crescente, che quello che consideravo un deserto in realtà non lo era affatto. C’erano alberi giganteschi su quella collina, molto più alti di quanti ne avessi mai visti sulla Terra. Alberi strani, con fusti altissimi e una chioma in cima che, battuta dal vento, produceva un suono caratteristico, melodico. C’era erba sotto ai miei piedi, alta e fresca. Un vago odore vegetale impregnava l’aria; un odore piacevole ma di cui non potrei fare un paragone terrestre.

La tentazione di scendere per il pendio, che appariva dolce e privo di pericoli – era una sensazione inspiegabile ma precisa – era forte ma qualcosa mi tratteneva. Un oscuro timore. Rimasi così per molto tempo ad osservare la città in basso, cercando di coglierne più dettagli possibili, quasi dovessi ricordarmeli con precisione per riferirli in seguito.

Da quella distanza non riuscivo a vedere bene la forma degli edifici, né tanto meno gli abitanti. Mi parve però che un certo movimento animasse i tracciati diritti delle strade, che si intersecavano come in una scacchiera. Per fare un seppur vago paragone con una città terrestre, potrebbe essere con una metropoli americana, con grattacieli che parevano immensi – forse grazie alla scarsa gravità marziana ogni cosa si innalzava più facilmente verso il cielo, edifici o alberi – mentre oggetti che potevano essere veicoli molto veloci, sfrecciavano in ogni direzione.

Ero strabiliato.

Non saprei dire quanto tempo rimasi immobile ad osservare – se di tempo ha senso parlare nei sogni; l’impressione fu di un tempo lungo e breve al tempo stesso. Non saprei dire neanche cosa mi sblocco infine da quell’immobilità; sentii ad un certo punto una forte attrazione verso quella città ed un bisogno urgente di raggiungerla. Cominciai la discesa attraverso un sentiero che si immergeva nella vegetazione, via via più fitta. Presto il cielo sopra di me scomparve, coperto dalle fronte. Ero immerso nell’erba, che mi arrivava al bacino; era soffice e delicata, simile a quella terrestre. Un mare d’erba da cui emergevano come colonne immense i tronchi degli alberi. Il buio era quasi assoluto. Solo a tratti sapevo di trovarmi sulla strada giusta vedendo le luci che spuntavano da qualche parte, ogni volta più vicine. Al bosco si alternavano vasti prati, odorosi di frutti succosi, sotto il cielo pieno di stelle. Una visione grandiosa e commovente a suo modo.

Raggiunsi infine la città. Mi accorsi che non era così vasta come mi aspettavo, anzi che non era neanche una città ma un piccolo villaggio rurale.

L’aspetto era terrestre. Aveva qualcosa di nordico, scandinavo. Ispirava tranquillità e, in qualche modo misterioso, una grande antichità. Era un posto accogliente. Mi incamminai fiducioso nelle strade quasi deserte. C’era qualcuno, dall’aspetto terrestre, che percorreva la via principale, avanti e indietro; gente affaccendata ma non frettolosa. Persone dall’età indefinibile sotto la luce sfumata dei lampioni. Contai cinque persone. Quando una di queste, una ragazza, alzò gli occhi su di me vidi che erano dorati, profondi, sereni, simili a quelli che immaginavo leggendo le “Cronache Marziane” di Bradbury. Non si spaventò nel vedermi, e nemmeno io mi spaventai nell’essere visto da un marziano. Era bella; aveva lunghi capelli come fili d’oro, la bocca piccola, lo sguardo semplice e sfuggente.

Mi prese per mano e mi parlò.

* * *

Qui termina il dattiloscritto rinvenuto nell’appartamento di B.G. dopo l’incendio del condominio di Vinohradská 156, a Praga. Il resto, secondo la versione ufficiale, è andato distrutto. Secondo versioni non ufficiali sarebbe stato occultato dai genitori di B.G., al quale sarebbe stato consegnato insieme ad altri oggetti rinvenuti tra le macerie. Molti punti non sono chiari, secondo le teorie del complotto, a partire da come sia stato possibile che qualcosa di carta sia sopravvissuto a quell’inferno di fuoco che non ha risparmiato neanche un brandello del corpo del giovane cameriere, proprietario dell’appartamento.

Il “caso marziano” è nato poco dopo ed ha raccolto presto i suoi sostenitori, anche se divisi nella formulazione delle ipotesi su quanto sia realmente accaduto in quell’appartamento nei giorni e nei mesi precedenti all’incendio. C’è chi sostiene, ad esempio, che B.G. non sia morto nell’incendio ma che lo abbia inscenato per far sparire le proprie tracce (sul perché avrebbe dovuto farlo, visto che nessuno lo cercava, i sostenitori di questa ipotesi rimangono perplessi o ipotizzano che fosse da tempo tenuto sotto controllo dai servizi segreti). Altri sostengono che B.G. non avrebbe avuto tempo o modo di uscire senza essere notato e che la sparizione sarebbe a questo punto ancora più misteriosa. Le altre ipotesi, più banali, le lasciamo alla curiosità del lettore.

Ma pochi rimasero ad interrogarsi sulla questione. Negli anni successivi il virus continuò a mietere vittime ad un ritmo crescente. La razza umana fu di nuovo in pericolo di estinzione, dopo le occulte vicende preistoriche dei primi ominidi: la civiltà ripercorse, in pochi anni ed in senso contrario, le tappe che aveva già toccato nel corso dei millennio: si ebbe un nuovo medioevo e una nuova preistoria.

Troppo rapido fu comunque il passaggio perché tutto il sapere e lo spirito scientifico si estinguessero del tutto. Rimasero un gruppo di scienziati, simili all’apparenza ad un ordine monastico, che da un rifugio isolato in Himalaya continuava a lavorare ad un vaccino, oltre che alla conservazione e alla trasmissione del sapere scientifico.

A vent’anni dal primo caso l’umanità entrò in una nuova fase, caratterizzata dalla cooperazione e da uno spirito di fratellanza che non si era probabilmente mai conosciuto nella Storia. Passate le violenze ed i disordini, passò anche il virus – si dice in seguito ad una misteriosa predicazione di strani monaci che venivano da regioni montane e che portavano curiosi strumenti dotati di aghi con cui iniettavano un liquido incolore a chi decideva di “convertirsi”. Si iniziò a ricostruire le città, da tempo in stato di abbandono. Le campagne tornarono ad essere coltivate su vasta scala e via via che l’Uomo si riappropriava del pianeta, si scopriva un’Umanità molto diversa. Nessuno parlava più di guerre, di bandiere o di confini. Per millenni si scordarono i problemi di sovrappolazione e di povertà; le risorse erano sfruttate in modo giusto e consapevole. Qualcosa era definitivamente cambiato nella natura umana.

All’inizio del XXII secolo, indicato secondo il nuovo calendario come il Primo della Nuova Era, quasi nessuno si ricordava più di B.G. e dei suoi appunti, né si domandava dove fosse finito. A noi piace immaginarlo mescolato tra noi, ad osservare il cambiamento e magari a sorridere tra sé e sé visitando il museo della NASA.

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