Spazio all'Immaginazione 5° Edizione, Sezione Racconti Lunghi: "IMBUTO MOTEL (il mistero si infittisce, la patata si infrittisce)" di XOBE MAMOBE


Credit: Yuri Missiroli
Credit: Yuri Missiroli

IMBUTO MOTEL (il mistero si infittisce, la patata si infrittisce)

XOBE MAMOBE

Nulla rendeva ancor più irrequieto il giovane Gasolio che lasciarsi sfuggire la propria preda, un grassoccio topo marrone. Parecchi giorni erano trascorsi dalla prima volta in cui incrociò il proprio sguardo famelico, con quello dell’unto roditore ma, per diversi motivi, la caccia non era andata a buon fine. Non che Gasolio fosse un mediocre cacciatore anzi, è che probabilmente questa volta, si era imbattuto nel sorcio più lesto della contea. Un continuo stress quindi, una prolungata tensione psicologica, che riversava aimè contro la mia persona. Da cosa lo capivo? Dal trovarmelo la mattina presto sul letto ad esempio, intento a sgranocchiarmi le caviglie, come fossero due pannocchie. O da quel comportamento altrettanto anomalo e sospetto, nell’offrirsi volontario per radermi il volto. Con le sue unghie. Devo in ogni caso essere sincero, il giovane Gasolio sapeva anche mostrare il suo lato più dolce. Le carezze se le prendeva tutte, quand’era il momento giusto: bisognava solo aver l’accortezza di indossare dei guantoni di cuoio, come quelli degli ammaestratori di condor.

Il gatto Gasolio era divenuto parte integrante del motel, dal momento in cui lo trovai a ripararsi dalla pioggia, sotto il porticato della reception. Era un ingrato gatto tigrato intento nel grattarsi sopra una grata. Dopo un lungo girovagare, aveva finalmente trovato chi gli avrebbe donato affetto e rifugio.

Ormai un anno era passato da quando entrai la prima volta in questa struttura. Era un infimo motel in pieno deserto, completamente anonimo e semi abbandonato. Solo una strada le correva a fianco: la Rutto 66, che tagliava in due la contea. La città più vicina era a est, Pochezza Town, distante trenta miglia. Dirigendosi a ovest, ci si sarebbe imbattuti in Origami City, a ben cinquanta miglia da qui.

A Pochezza, che mi diede i natali, lasciavo un lavoro sicuro come stura grondaie, ereditato da mio padre e parecchie grondaie occluse. Non avevo altro che il lavoro. Né amori né amicizie; solo ed esclusivamente grondaie. Non pago, soffrivo di una lieve forma di sdoppiamento di personalità. Insomma: ero nel verde dei miei anni, ma le mie giornate erano sempre marroni. Varcata la soglia dei quarant’anni, pensai fosse giunto il momento di dare una svolta alla mia vita, inventandomene una del tutto nuova. Preferii quindi un giro di vite. Anche il mio giro vita lo chiedeva.

L’investimento iniziale non fu eccessivo. I vecchi proprietari, due anziani signori, mi presero in simpatia già dal primo incontro e non vollero speculare più di tanto sul prezzo; probabilmente perché ricordavo loro un figlio perduto, un canguro morto o un alce investita; chissa! Fatto sta che nel giro di poche ore mi ritrovai ad essere il nuovo gestore del motel.
Lo stabile, completamente in legno, occupava una superficie di 690 metri quadri. Le camere in tutto erano dieci, disposte a ferro di cavallo e a pian terreno. Al centro della struttura, un largo spiazzo adibito a posto auto. Ogni camera disponeva di bagno con vasca, letto matrimoniale e un armadio a due ante. In quanto a comodità il motel lasciava parecchio a desiderare. Modernizzare lo stabile non era tra i miei compiti iniziali. Lungo il corso del primo anno, pensai più al rifacimento di tutti gli impianti, da quello elettrico a quello idraulico. Unica novità, mi pareva assurdo non dotarne ogni stanza, un collegamento alla rete neuronale ultra veloce della contea: il viciNET.

La gran maggioranza dei clienti del motel erano uomini d’affari diretti verso Origami City. Al momento gli introiti erano bassi, ma confidavo nella prossima trasformazione del paese in ORGASMI City: futuro luogo di perdizione, che avrebbe sicuramente fornito nuova linfa ai miei affari.

Fortunatamente già due erano gli ospiti fissi ereditati dalla gestione precedente: lo scrittore Dimitri Wilson, stanza 106, e il ricercatore Philip Grondaia, stanza 108. Almeno, questo è quello che mi raccontarono di loro; non m’importava più di tanto. La riservatezza era uno dei pochi punti a favore della vecchia gestione e volevo rimanesse tale. Del resto, anche fossero stati pericolosi criminali in fuga, non mi sarei posto il problema. Erano affidabili dispensatori di denaro liquido e, soprattutto nei primi mesi di attività quella era la cosa che più importava.
Dimitri Wilson era un distinto signore sulla sessantina. Alto, sguardo severo, capelli neri. Uomo di spessore. Portava bene la sua età. Incuriosito sul personaggio, lessi la sua biografia cercandola su viciNET. Fino ad un decennio fa era considerato un validissimo scrittore. A lui sono attribuiti successi come “Cerchi nel grano e trovi la pannocchia”; il seguito del libro “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” dal titolo “Cetrioli bianchi cotti a vapore all’aeroporto”; e il trattato “Madre Natura è una milf”. Lo scrittore toccò con i suoi scritti molteplici argomenti. Si occupò della teoria evoluzionistica di Darwin con il saggio “Le gaffe delle giraffe”; della mitologia classica con un monumentale volume intitolato “Una ciclopica enciclopedia sui ciclopi”. Si avventurò nel campo della matematica con il seguito de "La solitudine dei numeri primi" con il saggio "L'orgia dei numeri multipli"; ma soprattutto e questo gli valse il tanto ambito premio “BrokenLink2Universe”, la raccolta di poesie da cui fu tratto anche il lungometraggio “Pubblico ludibrio di un pubblico manubrio”.
Poi complice una serie di pubblicazioni minori, come il testo legislativo “Legge di Murphy e Decreto di Robocop”; o “L’Abc della bici“; ma anche ”Libero arbitrio, arbitro imprigionato”; venne ben presto dimenticato: prima dal suo editore, poi dai suoi lettori, infine dalla moglie. Sono quasi sicuro che Wilson sul comodino di fianco al letto, tenesse un paio di occhiali da lettura, qualche pillola e una copia della Bibbia autografata dal collega Norberto Bobbio.

Ero piccolo quando cominciai con questa, possiamo chiamarla, mania, di capire le persone in base a ciò che tenessero fianco al letto. Ho sempre creduto che conoscere cosa fosse appoggiato sul comodino, aiuti a comprendere nel profondo le persone. La teoria era questa: quando una persona si trova nel proprio letto, mentre dorme, è al massimo della vulnerabilità. Pareva sensata l’idea quindi, che uno volesse vicino a se, ciò che più lo mettesse a proprio agio. Ad ora, difficilmente lo scenario immaginato, corrispondeva al reale.

Cinque giorni fa, liberarono una camera due importanti figure di spicco della scena politica della contea. Due elementi molto incisivi. Erano il Ministro per il Delirio e quello Della Carne ai Ferri. Sul loro comodino la mia fervida mente, aveva materializzato due confezioni di pastiglie. Una per dormire, l’altra di freni per auto. Ad ogni modo lasciarono la camera in ordine e qualche spicciolo extra per il gatto.
Con le generose mance lasciate dagli ospiti nell’ultimo anno, all’interno del barattolo “Fai il pieno a Gasolio”, mi ero ormai ripagato una nuova insegna per il motel. Abbaglianti luci al neon giallo e rosso, che avrebbe illuminato le nere notti del deserto.

Ultimamente il tempo qui era cambiato. La brutta stagione si avvicinava e con essa, le gelide tormente. Avrebbero messo a dura prova la struttura del motel e probabilmente anche l’umore del gestore. Quello cui andavamo incontro, era il periodo nero per gli affari. Di turisti nemmeno l’ombra. Cinese, nella remota possibilità mi avessero fatto visita persone asiatiche.
Oltretutto seguendo su viciNET gli ultimi sviluppi sul fronte politico di Orgasmi City, le sensazioni non erano affatto buone. Scontri tra manifestanti contro le forze dell’ordine erano ormai consuetudine e il governo in carico, sembrava non riuscire più a gestire la calda situazione.
La quasi mancanza di lavoro, mi obbligava a compiere tutti quei piccoli lavoretti di manutenzione ordinaria, che per pigrizia fino ad oggi, avevo sempre rimandato.
Come la pulizia delle grondaie sui tetti ad esempio. La mia vecchia passione! La cosa della quale avevo maggior terrore del mio precedente lavoro, non era tanto il dover stare a diversi metri d’altezza o camminare su tetti spioventi ricoperti di quel viscido e instabile muschio verde. La mia era una vera e propria fobia: avevo il terrore degli aghi! Di pino.

Quel mattino, fuori era ancora buio, continuando a rigirarmi nel letto e confidando in un improvviso ritorno di sonno, complice qualche reminiscenza lavorativa passata, mi decisi finalmente a partire; cominciando dalla 108, la stanza di Philip Grondaia.
Iniziai dalla sua, per un motivo ben preciso: non sarei stato fonte di disturbo a quell’ora. Il giovane ricercatore per sua stessa ammissione, dormiva solo un paio d’ore a notte.

- Come andiamo ‘stamattina Phil? – ormai eravamo in confidenza da darci del tu.
- Come i satelliti di Marte – rispose.
- Grossi e rotante? – domandai.
- Phobos e Deimos! Paura e Terrore, ecco come andiamo!
- Qualcosa è andato storto?
- Appunti che non saltano fuori, calcoli errati, computer impallato… insomma, il solito!

Phil ed io eravamo coetanei e questo probabilmente aiutò molto il nostro rapporto. D’altro canto era anche ormai un anno che ci frequentavamo ma a differenza dello scrittore Dimitri Wilson, col quale era parecchio difficile entrar in confidenza, Phil ed io passavamo parecchio tempo insieme, non appena ce ne era data la possibilità. Era più grande di me di qualche mese, intellettualmente parlando la differenza sembrava essere più di anni, luce. D'altronde lui era un ricercatore fisico, io un comune gestore di un motel in pieno deserto.
Di buona famiglia, si era trasferito qui perché aveva trovato le condizioni particolari, per occuparsi a tempo pieno della sua ricerca in campo astronomico. Nel deserto l’inquinamento luminoso era nullo e i forti venti spazzavano continuamente via le nuvole.
Il cielo sopra il motel era vivo.

- Un procione! Un procione! – urlai un istante dopo a Phil, dal tetto.
- Davvero? Ma…morto? – chiese interessato.
- A prima vista direi di sì. Lo porto giù!

Phil ispezionò accuratamente la povera bestia esanime.

- Posso tenerlo? – mi chiese con aria sommessa.
- Me lo chiedi anche? Certo che puoi tenerlo! Ancora non mi sento così solo la notte!

Corse verso la propria stanza con in braccio un procione morto. Io continuai il mio lavoro sui tetti.
Dalla finestra della reception riuscii a distinguere Gasolio che mi scrutava con piglio malevolo. Sì portò una zampa verso gli occhi, per poi puntarla dritta su di me.
Il significato era limpido come le stelle nel cielo: “Ti tengo d’occhio!”

Il tempo procedeva lento al motel. La Rutto 66 con l’arrivo delle fredde stagioni e la poca affluenza di auto, pareva un grigio serpente asfaltato, nel bel mezzo del nulla sabbioso.

E finalmente arrivò. La consegnarono un giorno qualunque. Un giorno in cui non ti aspetti né sorprese, né procioni morti sul tetto. Uno di quei giorni che sembrano essere uguali al giorno prima e credetemi, qui nel deserto capita spesso. Il furgone me la scaricò lì, nel bel mezzo dello spiazzo. Il motel aveva finalmente una propria insegna e un nome: Imbuto Motel.

Nei giorni a venire mi recai a Pochezza Town per far provviste. Comprai merce di ogni genere: da quello alimentare all’abbigliamento, dal complemento d’arredo al ferramenta.
Arrivare in città mi portava via parecchio tempo. Tra andata e ritorno solo per il viaggio, impiegavo all’incirca un paio d’ore. Probabilmente, il mezzo di trasporto da me adottato, ne era in parte colpevole.
Era un modello d’automobile molto vecchio. Tanto per intenderci, aveva ancora le ruote!
Prestazioni a parte, non parliamo della carrozzeria. Un colore così orribile che più che verde, era merde. Da qualche mese, avevo anche perso il libretto d’istruzione. Mi rivolsi allo sfasciacarrozze, sperando di trovarne uno simile, invano. Trovai in compenso un manuale distruzione!

Rientrando al motel, appena posteggiato l’auto, trovai Phil seduto sul primo dei tre gradini di legno, dinanzi al mio ufficio. Aveva un’aria allo stesso tempo preoccupata ed eccitata. Chiesi fosse successo qualcosa in mia assenza. Rispose che doveva parlarmi di un fatto alquanto interessante e bizzarro.
Dovendo sistemare gli acquisti, rifornire i frigo e ordinare la dispensa, invitai a parlarne con più calma quella stessa sera dopo cena, nel salone. All’incontro partecipò anche lo scrittore Dimitri. Ci sedemmo intorno al grande tavolo rotondo con i suoi sgabelli rossi.

- Ero nel mio laboratorio e mi stavo dedicando all’analisi del procione morto. Osservandolo al microscopio, notai la stranezza del singolo atomo. Dovete sapere che noi tutti, uomini, animali, piante, la materia che ci circonda, bastoni e carote, siamo fatti di atomi – raccontò Phil - il mattone ultimo di cui siamo fatti è il nucleone. Questo non si rompe nemmeno se “martellato” con la più alta energia a noi accessibile. Noi esseri umani siamo costituiti da trentacinque miliardi di miliardi di miliardi di nucleoni. Ebbene, la stranezza sta proprio nel fatto che non è il nucleone l’ultimo mattone di quella povera bestia. Il procione era fatto col protone.

La notizia era alquanto destabilizzante. Al pari della fagiolata e riso mangiata un’ora prima.
L’unica spiegazione era lo scherzo di un burlone, anche se Dimitri Wilson non ne aveva affatto l’aria. Al contrario della fagiolata!
La cosa fu presa sicuramente con leggerezza da me e Dimitri Wilson, ma anche da una discreta dose d’ilarità. Insomma non sembrava quella gran notizia che Phil Grondaia volesse farci credere.

- Non capite l’importanza della cosa, vero? – domandò il ricercatore.

Scuotemmo entrambi la testa.

- Nemmeno io! – aggiunse Phil – Ma son sicuro che avrà delle importanti ripercussioni sul mondo scientifico.
Dovete sapere che un protone è grande un decimo di millesimo di miliardesimo di centimetro.
La metterò sul piano pratico: se un protone fosse grande quanto una palla da tennis, io sarei grande e grosso quanto il Sistema Solare!
Ho notato che avete entrambi buttato l’occhio sul mio giro vita, vi prego di non fare battute!
- Insomma, ci sta dicendo che un lurido e sicuramente infetto animale, portatore di ogni qualsiasi malattia conosciuta sul pianeta Terra, sta di là nella sua stanza?! – chiese con tono alterato lo scrittore.
- Sì, ma la questione non è questa!
- Io credo proprio di sì! – disse Wilson, chiudendo di fatto la conversazione.

Lo scrittore, rosso in volto, se andò dalla reception sbattendo dietro di sé la porta d’ingresso.
Di fatto la notizia di Phil Grondaia pareva essere insolita certo, ma non straordinaria! O probabilmente lo era ma solo ad un manipolo di ricercatori nerd furiosi.

- Non preoccuparti Phil, risolverai l’enigma! – dissi, cercando d’incoraggiare lo scienziato.
- Ma io non sono per niente preoccupato! Se non lo era Neil Armstrong al primo allunaggio, sapendo che al simulatore lo sbarco era riuscito solo una volta su dieci, non ho motivi di esserlo io!

Fuori dall’Imbuto Motel, i neon iridescenti illuminavano quasi a giorno parte della Rutto 66. In particolare la curva parabolica. Parte del riso Paraboiled avanzato, incuriosiva l’olfatto di Gasolio appena rientrato da una notturna battuta di caccia. Anche questa volta, finita a vuoto.
Insomma, ero l’unico ad esserne entusiasta. Soprattutto dal momento che: il carattere, le dimensioni e l’abbinamento cromatico era stato tutto una mia scelta. Mi sono sempre considerato abile nelle vesti grafiche. Fin da piccolo sbizzarrivo la mia fantasia in ogni processo creativo affrontato. Purtroppo crescendo, questa fantasia fu incanalata da mio padre nelle grondaie.
E le grondaie si sa, hanno un percorso obbligato, concedono poco spazio alla creatività.
Se è vero come si dice che il cervello dei bambini è come una spugna, il mio col trascorrere degli anni assomigliava più ad un mocio. Mio padre esclusivamente di grondaie parlava, zero stimoli.
Da lui ho ricevuto solamente angherie e soprusi. Angurie a sorpresa invece da mia madre. Lavorava in una piccola bottega ortofrutticola.

Era una giornata uggiosa. Una mucca muggiva, là, da qualche parte nel deserto.
Il meteo aveva previsto neve quella settimana, e forti raffiche di vento. O meglio, il meteo aveva CERTIFICATO neve. Erano già parecchi anni che si era passati dalle previsioni, alle certezze meteo. I continui bollettini metereologici non prevedevano, CERTIFICAVANO.
Erano poco più le cinque di pomeriggio quel dì, io mi trovavo con Gasolio nel mio ufficio a pelar patate e cipolle per cena. Qualcuno bussò alla porta. Erano Dimitri Wilson e Phil Grondaia. Mentre sederono attorno al tavolo del salone, io portai a termine il mio lavoro.

- Potremmo cenare insieme questa sera, vi va? Sto preparando uno sformato di patate.
- Per me va bene – rispose Phil.
- Non avevo molto da fare – disse Wilson – ho in camera un ottimo vino, lo vado a prendere. Lo apriremo per l’occasione.
- Là fuori il cielo ha tutta l’aria di fare tempesta questa sera – dissi a Phil.
- Cosa vuoi che sia! Considera che altrove, c’è una tempesta in corso da più di trecento anni ed è grande due volte la Terra!
È la grande macchia rossa di Giove. Loro sì che han da lamentarsi!

Dimitri Wilson era tornato. Aprendo la porta della reception, una folata d’aria gelida c’investì. Sotto braccio, una cesta contenente vino, formaggi e pane in quantità.
Phil cominciò ad apparecchiare il tavolo. Lo sformato era quasi pronto. Gasolio in un angolo, si leccava i baffi.
Verso le diciannove ci sedemmo a tavola. Il mio sformato era perfetto. Era un dato di fatto. Poi era fatto col dado. Lo portai a tavola.

- Meglio di così non si potrebbe! Mai visto uno sformato così tondo. Sembra il mondo – dissi.
- Se proprio vogliamo essere pignoli – aggiunse Phil – la Terra è tutt’altro che tonda! A più le sembianze di un patatoide.
- Hai fatto caso a quanti gradi sotto zero segna il termometro esterno? – domandai a Phil – Siamo a meno venti!
- Non bisogna darci peso! Se valuti che la temperatura dell’universo è di duecentosettanta gradi sotto lo zero, ti torna subito caldo!
- Smettila con le tue nozioni spaziali! – disse inaspettatamente Wilson – Ne abbiamo le scatole piene di sentir parlare di stelle, pianeti e leggi gravitazionali! La legge che muove il mondo è soltanto quella Divina. E basta!
- Tu credi in Dio? E dove l’avevi tenuta nascosta fino ad oggi, la tua fede?
- Se ci ragioni, non c’è nulla di più sensato, nel pensare che la complessità dell’Universo, sia nata dallo schiocco delle dita di Dio.
- Lo sa cosa ha detto Jurij Gagarin giunto per la prima volta nello spazio? “Non vedo nessun Dio quassù!” – replicò Phil.
- Quella era sola propaganda antireligiosa sovietica! – rispose Wilson.
- Dio non avrebbe avuto bisogno di creare un Universo così complesso, solo per spingere l’Uomo a credere di più in lui! È proprio questa complessità e grandezza dell’Universo a dirci che nessuna legge Divina comanda sopra Noi! – ribatté Phil.
- Ti sbagli! – era la volta di Wilson – È solo un punto di vista! Quello che tu chiami Big Bang, io la chiamo Luce di Dio!
Gli animi si calmarono.
- Ho iniziato a scrivere qualcosa, volete sentire? – chiese Wilson, abbandonando di fatto, l’annosa rivalità tra scienza e fede. - Beh, più che altro sono semplici incipit, abbozzi, nulla di che insomma. Ad esempio questa è una delle mie preferite: “Nasco sotto una cattiva stella, mi sveglio con la luna storta, muoio con luna buona”. Che ne dite?

Pensai che sebbene Dimitri Wilson, in passato fosse stato un abile scrittore e per questo gli fu riconosciuta la fama mondiale, ora era poco più che un fantasma di se stesso. Aveva perso la sua ispirazione e, causa una polmonite mal curata, anche l’espirazione.
Grazie al vino di Wilson, il tasso alcolemico crebbe in breve tempo. Era un dannato vino d’annata.
Lo scrittore confessò di aver fatto numerose ricerche sul motel nei giorni precedenti, per cercar di spiegare il protone del procione.

- Non ci dica che l’Imbuto Motel è stato costruito sui resti di un antico cimitero indiano? – chiesi a Wilson con non poca ilarità.
- Tutt’altro – rispose – L’edificio sorge sui resti di un moderno cimitero per cowboy.
- E cosa comporta questo? Abbiam a che fare con una maledizione, forse?

Lo scrittore tirò fuori dalle tasche un foglietto spiegazzato.
Lo aprì, cercando di portarlo allo stato originale spianandolo con il coltello. Era una foto.

- Lo vedete questo? È stato ritrovato in zona quasi un secolo fa, scavando nel suolo. Ora si trova al museo della contea.
Phil balzò in piedi. Lo scatto del ricercatore irritò Gasolio che decise fosse il momento di iniziare una nuova battuta di caccia.
- Ma quello…. ma quello… – balbettò Phil
- Sì. È lui! – confermò Wilson.
- Posso capire anch’io cos’è quella roba? Sembrerebbe la foto di uno scarafaggio.
- Quello – rispose Wilson – è l’amuleto di Tutankhamon! È il pettorale col quale il grande Re venne sepolto.
Al centro, ritagliato a forma di scarafaggio, un vetro giallo verde chiaro.
- È un frammento di cometa caduta nel deserto più di ventotto milioni di anni prima! – aggiunse Phil.
- Quindi… è con la maledizione di Tutankhamon, che abbiam a che fare? – chiesi sempre più preoccupato per le sorti del motel.
- Meglio! – rispose Wilson – questa è la benedizione in tuta. c’mon!

Ora, non so se fosse il vino super mega alcolico, lo sformato patatoide o i vari formaggi ingeriti, ma io di questa vicenda cominciavo a non comprenderci più nulla.

- Mi aiutate a capire anche a me? Parlatemi come se doveste spiegare la cosa ad una grondaia. Senz’offesa Phil! Il tema è scottante l’ho capito, aiutatemi almeno a farne un freddo riassunto.
- Vediamo di semplificare la cosa – intervenne Wilson – La probabilità che nella stessa zona fosse recuperato il talismano di Tutankhamon e che venisse posizionato un cimitero per cowboy, è la stessa che una tromba d’aria entrando in un hangar contenenti pezzi di un jumbo, riesca a raggrupparli mettendo insieme un aereo perfettamente funzionante!
- Insomma, questo può voler significare solamente due cose! La prima – questa volta era Phil a parlare – è che il motel sia situato nei pressi di un imbuto cosmico gravitazionale.
In questo caso non sappiamo bene a cosa andiamo incontro, ma abbiamo da aspettarci solo grandi sorprese.

La seconda era che l’endorfina, citata fra gli ingredienti sull’etichetta del vino bevuto, ci avesse completamente sballato.
Allora in quel caso molto probabilmente, non ci trovavamo nemmeno lì, attorno al tavolo. Forse eravamo in mezzo alla tormenta di neve nel deserto, in mutande a vaneggiare.
“C’e ne era pure una terza”, pensò Gasolio: “Nello sformato c’ho sputato!”. E rise. Rise di gusto.

La serata continuò in allegria. L’azione inibitoria del vino, aveva liberato Dimitri Wilson da quella maschera imperscrutabile. Ora finalmente sul suo volto, comparivano i segni di ciò che era veramente: un uomo solo, deluso dalla vita, abbandonato dai propri affetti e circondato di sole meschinità. Lui era una vittima, non il carnefice che voleva tanto dar da apparire.

Era arrivato il momento di riportare Phil Grondaia a casa. Cioè nella sua camera. Dimitri Wilson mi aiutò nel sorreggerlo. Fuori la tempesta di neve era aumentata, a stento potevamo vedere dinanzi a noi. Giunti alla 108, con la chiave magnetica aprimmo la porta, lasciando Philip sul letto. In seguito, racconterà come unico ricordo della sera, quello mentre vomitava sul monitor del computer. Trasformandolo in un vomitor. Dimitri Wilson ed io ritornammo al salone. Lì con mia grande sorpresa, mi raccontò la sua storia e anche l’origine della parola “magnete”, venutagli alla mente, giocherellando con la chiave di Grondaia fra le dita. “La parola "magnete" venne introdotta dai Greci, in riferimento alla città di Magnesia, ricca di giacimenti del minerale”. Passò quindi alla propria storia personale.

Lui e la moglie si sposarono neanche ventenni. Si conobbero ad una gara automobilistica. Lei si fece circuire su un circuito mandandolo in corto circuito. Entrambi si laurearono in filosofia e letteratura. Tutto bene finché la moglie non rimase incinta. Lei soffrì molto per depressione post parto. Lui per aver smarrito i post it. I problemi affettivi si riversarono inevitabilmente sui propri scritti. Sebbene avesse venduto nell’ultimo decennio milioni di copie in tutto il mondo, disponendo di tutta la fiducia dal suo editore, i suoi lavori ora parevano ripetitivi e desolanti. E lui perse il suo talento. Venne presto dimenticato da tutti. “Ero così triste che pisciavo lacrime” aggiunse. Qualche mese fa, venne informato da un lontano parente, della scomparsa della moglie. Un incidente. Rimase folgorata da un fulmine durante un temporale. Il dispositivo parafulmine dell’edificio in cui si trovava, dalle indagini svolte, risultò inefficiente.

- Grazie ad un colpo di fulmine ho trovato moglie, per colpa di un fulmine l’ho persa – disse nascondendosi il volto fra le mani.

Parlammo fino a quando la tormenta cessò. O perlomeno ridusse la propria potenza. Sarano state le due e mezzo di notte quando mi buttai letteralmente sulla mia branda.
Dimitri Wilson preferì passare la notte dormendo sullo scomodo sofà nel salone. Lasciò la reception verso le sette il mattino seguente.
Fuori, il solito paesaggio desertico, aveva questa volta ceduto il posto ad una scena desolatamente nordica e brulla. Quelle sparpagliate piante grasse che, se prima riuscivano almeno in parte a rendere il paesaggio un po’ meno anonimo, ora ricoperte di neve, disorientavano completamente l’osservatore.
Se prima si aveva la sensazione di essere nel nulla ora, si avvertiva la sensazione, di disagio, nell’APPARTENERVI a quel nulla.

Una nuova giornata era cominciata. Iniziai subito a liberare i tetti sopra le camere, togliendo il grosso strato di manto nevoso, formatosi lungo il corso della notte.
Philip Grondaia era già sveglio. Vedevo la luce del suo vomitor filtrare dalla finestra. Agitando la pala, attirai la sua attenzione. Uscì per salutarmi.

- Splendido sole questa mattina, Phil!
- Una stella che al secondo brucia quattro milioni e mezzo di materia, non può non esserlo!
- Il tempo regge. La musica reggae. Hai più capito qualcosa poi sul protone del procione? – chiesi.
- Ci sto ancora lavorando, ma credo ci sia di mezzo la Teoria del Caos. Hai presente? Il battito d’ali di una farfalla in Brasile, può provocare una tromba d’aria nel Texas.
- Se ho ben capito quindi, un rutto di Cannavacciuolo in Italia può provocare un’eruzione (cutanea) a Demi Moore in America?
- Più o meno – disse con gli occhi semi chiusi.
- Sembra proprio che tu non riesca a tenere gli occhi aperti, oggi.
- Rientra tra i postumi di una sbronza. E comunque o otto minuti a disposizione.
- In che senso? – domandai.
- Nel senso che la luce del Sole impiega otto minuti per arrivare fino a qui sulla Terra. È in differita, insomma! La luce lunare invece se interessa, impiega quasi un secondo e mezzo – e detto ciò tornò ai propri studi.

Allungai il collo cercando di vedere cosa Phil tenesse sul comodino. Invano.
Pensavo: la foto della madre, una copia del libro “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, di Galilei e una confezione di chewingum BigBabol gusto BigBang.

I fanali di un’auto appena arrivata al motel, illuminarono la finestra della 110, quella di fianco a Phil Grondaia. A proposito, inizialmente era quella la stanza riservata al ricercatore. Gli preferì la 108.
Da ieri sera tra le tante cose, ne ho scoperto anche il motivo. 110 in linguaggio binario è una volgarità e per il suo carattere timido e educato anche solo abitarci era fonte di disagio e imbarazzo.
Nel piazzale del motel, vi erano due auto fino a quel momento. La mia e quella di Dimitri Wilson. Philip Grondaia venne qui in taxi. Ora il motel poteva vantarne una terza.

Il motore si spense, i fanali rientrarono nel telaio, il portello si aprì. Prima un fantastico paio di gambe poi, il resto del corpo, mostrarono probabilmente per la prima volta all’Imbuto Motel, com’era fatta una vera donna. Incredibile, stupenda, quasi irreale. Le andai incontro, non prima di aver prestato la massima attenzione nel calarmi giù dal tetto. Pensavate le braghe, vero?
Con la mano, splendida, affusolata, curata, indicò il baule.
Probabilmente aveva delle valigie con sé.
Passandole accanto, non potei fare a meno di aprire i miei alveoli polmonari al massimo, per assaporarne il profumo. Anche la più debole sfumatura odorosa poteva essere una fonte d’informazione sufficiente, a farmi capire chi mi trovavo di fronte.
O forse era semplicemente passato troppo tempo, dall’ultima volta che avevo avuto a che fare con una donna. Ma che profumo, che aroma! Mi caricai una quindicina di bagagli sulle spalle. Ero carico come un mulo. Gasolio da lontano, rideva di me.

- Mi segua – le dissi, dirigendomi verso la reception.
- Grazie – disse lei.

Che donna! Come diceva lei “grazie”, non ce ne era per nessuno.
La porta del salone si aprì a fatica. Parte della neve caduta nella notte, era entrata da sotto lo stipite, imbiancandone la pavimentazione di legno per qualche decina di centimetri.

- Salve, mi chiamo Imbuto. Imbuto Cosworth e le do il benvenuto al Motel.
- Ciao – fece lei – il mio nome è Vescica Jane e avrei tanto bisogno di una stanza. Matrimoniale possibilmente. Ne hai di libere, vero?
- Certo, certo. La 101 può andar bene? È subito qui a fianco. Così, nel caso avessi bisogno, mi trovi subito. Se hai fame o sete qui nel salone abbiamo le più svariate tipologie di cibi spazzatura.
- Perfetto – pronunciò – adoro i cibi spazzatura!

Attraente questa Vescica! Apparentemente anche simpatica e alla mano.
Passai il resto della mattinata a spalar neve dai tetti e sturar grondaie.
Ed ogni grondaia sturata mi ricordava la nuova arrivata. Mai in vita mia, era stato così eccitante far quel lavoro.
Ero sul tetto dell’Imbuto Motel. Ero sul tetto, del mio mondo.

Accompagnai la nuova arrivata davanti la porta della 101. Lì, con mio grande stupore e un pizzico d’imbarazzo, mi schioccò un bacio sulle labbra.
Ero al pian terreno del mio motel, ma ero al settimo cielo!
Mi risvegliai verso le undici di sera. Wilson mi raggiunse nel mio ufficio interessato a chiedermi come andasse tra me e Vescica.

- Ho approfondito i miei studi sulla zona, sai? Sono andato a recuperare su viciNET delle vecchie incisioni ritrovate anni fa in uno scavo, a non più di due chilometri da qui. Tutto fa supporre si parli dell’Arca dell’Alleanza!
Gli scavi son stati chiusi perché ritenuti di non interesse storico ma, secondo me il responsabile dei lavori non sapeva nemmeno tenere in mano una matita.
- Se davvero fosse così, questa zona sarebbe davvero un concentrato di situazioni quantomeno affascinanti! – dissi.
- Qui non abbiamo a che fare con un normale motel. Dai miei calcoli sembra essere costituito al novanta per cento da materia oscura. Il -restante dieci, materia marrone. Un luogo nell’universo dove si sovverte l’ordine spazio tempo e potrebbe creare continui paradossi temporali. Ci troviamo in un imbuto gravitazionale. Siamo il suo biglietto alla lotteria.
- E cosa vuole da noi? – chiesi a Phil.
- Oh, da noi proprio niente!
- Questo è un bene, allora! – sospirò Wilson.
- Mica tanto! Ciò che fa la materia oscura quando entra in contatto con la materia luccicante è semplicemente la sua annichilazione.
- E noi cosa centriamo? – chiese Wilson.
- Siamo noi la materia luccicante!
- Siamo solo esseri umani! – dissi.
- Ti sbagli! Siamo fatti al novanta percento di materia luminosa. Il restante dieci, peli. Questo è uno scontro diretto.
Sarà una lotta senza esclusione di colpi. O la va, o Catherine Spaak! Non so dire come reagirà il nostro cervello alla vista della materia oscura. Né quali saranno le nostre sorti.
Sapete, alla vigilia del lancio del primo uomo nello spazio, i medici ancora non sapevano ciò che sarebbe potuto accadere alla mente umana, vedendo la Terra dallo spazio.
Pensavano che avrebbe potuto portare ala pazzia. E ne coniarono pure un termine medico: Terrore Spaziale. Ecco quello che potremmo provare.
- E come andò a finire? – chiese Vescica.
- Arrivato in orbita, osservando la Terra dallo spazio, l’immenso Jurij Gagarin disse: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini. Che meraviglia, è incredibile! Ed è blu!”. Insomma, finì bene! Speriamo possa esserci di buon auspicio.

Ci attrezzammo per la notte. Era la notte degli innamorati. La notte di San Gibernau.
Stando a quel che raccontava Phil, la luna, allineata perfettamente con l’asse terrestre a quello solare, avrebbe creato la particolare combinazione per un temporaneo indebolimento del flusso gravitazionale nell’Imbuto cosmico.
Cosa che avrebbe permesso alla materia oscura di ribaltare la realtà delle cose così come noi la conosciamo.

Il Sole – ci spiegò Philip – prossimo alla morte, si sarebbe espanso fino a raggiungere l’orbita attuale della Terra. Mercurio e Venere sarebbero bruciate come gigantesche meteore. La Terra si sarebbe salvata da questo destino, perché in seguito all’espulsione di una parte della materia solare, l’attrazione gravitazionale della stella sarebbe stata indebolita, spostando il nostro pianeta su una nuova orbita, più larga. Il cielo, invaso da un gigantesco Sole, rosso ocra. Così grande che mentre un bordo della stella tramonta a ovest, l’altro avrebbe iniziato a sorgere a est.
Benché più freddo di oggi, il Sole avrebbe arrostito la superficie del pianeta trasformandola in una dura crosta.
Avrebbe poi scagliato via i suoi strati più esterni, finché non sarebbe rimasto che il nucleo della gigante rossa, che presto sarebbe diventata una nana bianca.
Illuminati solo da un bagliore bluastro, sulla Terra gli oggetti avrebbero lasciato ombre affilate di un nero profondo; l’alba e il tramonto sarebbero durate meno di un batter d’occhio. Le rocce superficiali si sarebbero trasformate in plasma, poiché la radiazione ultravioletta del Sole avrebbe distrutto i legami molecolari, ricoprendo la superficie di una debole nebbia iridescente e in perenne movimento.
La nana bianca avrebbe gradualmente esaurito la sua energia, consumandosi fino a divenire un gelido tizzone nero. E il nostro mondo sarebbe finito prima in fuoco e poi in ghiaccio.

Ci accampammo meglio che potemmo nella reception. Dimitri ed io inchiodammo qualche asse alle finestre. Probabilmente a nulla sarebbero servite. Era più una scusa per distrarci passandoci il tempo.
Phil smanettava sul proprio calcolatore quantico, sperando di trovare un punto debole nella materia oscura. Vescica ancora scossa, vicino un piccolo calorifero. Ancora non sapevamo con esattezza come e quando la materia oscura si sarebbe presentata. Né come avremmo fatto a contrastarla. Phil sembrava essere il più tranquillo dei quattro. O meglio, quello meno agitato. Che avesse escogitato qualche espediente?
Mi avvicinai a Vescica
Philip osservava la scenetta da un lato della stanza, seduto in terra con la testa appoggiata alla parete.

- L’oro è un elemento raro sulla Terra, sai Vescica? Così, come nell’intero universo – c’informò Phil.
Non può essersi originato nei processi di fusione nucleare all’interno delle stelle.
È stato prodotto da eventi ancor più cataclismatici, ancora oggi a noi sconosciuti. Pensa a quanto è davvero prezioso quel gioiello!
- Quante cose sai Phil! – disse ammirata Vescica Jane – continua ti prego, aiuta a distrarmi.
- Che posso dire? Beh, che per esempio Vega è stata la prima stella ad essere fotografata, ma non solo; che dodicimila anni fa è stata una splendida stella polare e tornerà ad esserla attorno all’anno sedicimila. Noi purtroppo non ci saremo più.
- Vai avanti…
- Sapete che la faccia nascosta della luna è molto meno interessante di quella a noi rivolta? Questo perché è totalmente priva di mari.
- Secondo gli antichi greci, Eracle, il figlio di Zeus, succhiò il latte così forte da cospargerlo ovunque. Da quel momento Eracle divenne immortale e nel cielo fu visibile la Via Lattea. Ecco il perché del nome della nostra galassia.
- Lo sapete che parte di quelle righe che s’intravedono nei televisori quando non sono sintonizzati correttamente, non sono altro che la radiazione cosmica di fondo. Ossia ciò che rimane del Big Bang! È incredibile se ci pensate! E Lo Sputnik?! Fu il primo satellite lanciato nello spazio nel lontano 1957. E sta ancora ruotando attorno a noi! Sputnik se può interessare, in lingua russa significa “compagno di viaggio”.

Riuscii ad addormentarmi sullo scomodo sofà nero.
Non saprei dire quanto dormii. Al momento del risveglio fui molto stupito nel ritrovarmi solo in stanza. Più nessuno intorno a me. Dei miei “Sputniki”, non vi era più traccia.
Di ogni vestito, provai l’irresistibile voglia di togliermelo di dosso. Rimasi completamente nudo. E solo.
Cominciai a correre verso il piazzale del motel e urlai. Urlai finché i polmoni non bruciarono. Finché la gola non cominciò a far male.
Era ormai evidente, il fatto che la mente non controllasse più il mio corpo. Tutto sembrava irreale. Pareva di galleggiare! Mi sentivo eterno nel tempo e infinito nello spazio. Che fossi in un sogno? E di chi?

Una strana sensazione al braccio, interruppe i miei pensieri. Una percezione mai avvertita prima d’ora. Un infarto, forse? Un debole pizzicore che prestò si trasformò in dolore. Non accennava a placarsi.
Provai la netta sensazione che al tatto, qualcosa non andasse. Osservando attentamente il braccio distinsi chiaramente una folta peluria, che di certo non mi apparteneva.
Un eccesso d’irsutismo che non solo si era ormai impossessato del braccio, ma avanzava oltre, lungo il resto del corpo e, in poco tempo ne fui completamente ricoperto.
Persino in viso! Ora si che mi sentivo ancora più strano!
Guardai a terra.
Al posto dei miei piedi, quelli soliti che per quarant’anni mi diedero il “buongiorno”, essendo le prime cose viste alzandomi dal letto, ora una specie di zampine ungulate dall’aspetto mostruoso avevano ceduto loro il posto. Cosa mi stava succedendo? Avevo forse oltrepassato quel limite nell’imbuto, oltre il quale la follia prende il sopravvento sulla ragione?
Tutto stava mutando; prima il mio corpo, ora anche il motel Stava diventando tutto inspiegabilmente gigantesco.
Un piccolo sassolino ora appariva come un pesante macigno dal quale tenersi alla larga.
La testa girava, cominciai a percepire nuovi e strani odori mai avvertiti prima, come se dentro le mie cavità nasali ci fosse improvvisamente avvenuta un’esplosione di nervi recettivi.
Le orecchie invece, ognuna distinta dall’altra, ruotavano a seconda della provenienza dei suoni.
L’intero motel ora aveva tutto un altro aspetto. Più grande, più profumato ma dai colori meno accentuati. Sembrava essere un mondo sbiadito. Il grande Einstein diceva: “Ricordate la vostra umanità e dimenticate tutto il resto!”. In questo momento io ricordavo SOLO il resto. Della mia umanità non vi era più traccia.
Mi controllai nuovamente il corpo. La mutazione era forse completata? E in cosa ero mutato? O forse ero vittima della mia mente in totale delirio? Sdoppiamento di personalità?
Mano a mano che il tempo passava, cominciai persino a sentirmi a mio agio in quelle condizioni.
Il corpo, ora interamente ricoperto da una folta peluria marrone, i denti sporgenti e le orecchie tese in avanti, parevano proprio far parte di me.

Per un piccolo istante, curiosamente mi tornò alla mente l’immagine dettagliata della superficie del mio comodino di fianco al letto; un pezzetto di formaggio, un fumetto di Walt Disney e il manuale “Liberarsi dalle trappole”.

Fu in quel frangente che rividi per l’ultima volta il mio tenero gatto; Gasolio a pochi centimetri da me, a fauci spalancate e occhi indiavolati, avrebbe finalmente ottenuto ciò che aveva sempre desiderato fin dall’inizio: uccidere il topo più grande della contea.

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