Spazio all'Immaginazione 5° Edizione, Fuori Concorso: "Viaggio ad Isaura" di Massimo Acciai Baggiani


Credit: Franco Celant
Credit: Franco Celant

Viaggio ad Isaura

Massimo Acciai Baggiani

Fu nel mese di germinale dell’anno DCCLXXV che visitai per la prima volta Isaura. Non si trattava naturalmente di una delle due antiche città anatoliche bensì di una terza Isaura, una città reale con già una lunga storia alle spalle quando la visitai in quel mese di sole e di vento.

Vi giunsi spostandomi come al solito lungo la Linea Temporale. Dopo la disavventura in cui ero incappato nella Firenze rinascimentale, dove per poco non finivo arso sul rogo come mago per quella faccenda della figlia del priore, avevo proprio bisogno di un po’ di pace e tranquillità. Carlo, Crononauta pure lui, mi aveva invitato a passare un po’ di tempo a casa sua.

La casa si trovava proprio nel centro storico ed era molto elegante, in puro stile isauriano dell’VIII secolo del Calendario Francese, ossia molto simile allo stile urbano occidentale del XX secolo del Calendario Gregoriano. Aveva due piani, una camera per gli ospiti, un ampio salotto con tappeti persiani, vetrate luminose e una libreria fornita di classici e moderni. C’era anche un giardino con una piscina e alcune sdraio di plastica tutto intorno, l’erba tagliata corta e un paio di alte palme. Era insomma molto accogliente e comoda.

Al mio arrivo Carlo mi abbracciò e mi presentò subito la sua famiglia: Antonia, la sua compagna di cui mi aveva parlato molte volte, e Julia, una bambina sui dieci anni che mi guardò con una strana espressione. Pensai che non assomigliasse affatto alla madre, mentre aveva gli occhi del padre. Bassa di statura, aveva le guance piene, i capelli neri erano lunghi fino alle spalle e lisci. Aveva un’espressione enigmatica, strana, che sul momento non riuscii ad identificare.

Antonia invece era una donnetta piuttosto insignificante: gentile e accogliente, senza dubbio, ma dubitai che ci si potesse fare grandi conversazioni. Per festeggiare il mio arrivo andammo tutti a mangiare al ristorante. Ci andammo a piedi, attraverso il centro: diedi così una prima occhiata alla città che mi parve subito anonima, simile a tante altre città che avevo visto nei miei viaggi nel Tempo: per certi aspetti ricordava una metropoli europea dei primi del XXI secolo Era Volgare (e quanto “volgare”…), ma senza inquinamento e senza sigarette, inoltre i veicoli che incombravano le strade e il cielo appartenevano sicuramente ad un’epoca successiva. C’era naturalmente anche il patrimonio del passato: grandi cattedrali medievali - dove i turisti avevano ormai preso il posto degli antichi fedeli - affiancate a bei portici di pietra, fontane, palazzi signorili e monumenti a personaggi di cui solo gli storici conoscevano nomi e vicende. Nelle città del Passato come in quelle del Futuro, almeno in quelle che hanno una Storia, vecchio e nuovo si mescolano in modo inestricabile e convivono più o meno pacificamente. Ad Isaura si era raggiunto un equilibrio, o così almeno mi pareva. D’altronde non avevo mai visitato quell’epoca.

 

Carlo insistette perché dormissi a casa sua ed io non mi feci pregare troppo. La vita di noi Crononauti è alla giornata, senza fissa dimora, senza programmi, quasi sempre senza famiglia (Carlo è un’eccezione) e ci ritroviamo a dormire nei luoghi più impensati: questo non significa che non ami anch’io le comodità e che non trovi dura la panchina di una stazione o scomodo il selciato di una via pubblica.

Il mio amico lavorava come informatico in una grande azienda ed era molto occupato. Lo vedevo solo quando cenavamo insieme la sera tardi, con la sua famiglia. Antonia era una perfetta casalinga: si dedicava alle faccende di casa e nel tempo libero alla lettura di romanzetti d’amore o alle soap opera in olovisione. Qualche volta l’accompagnavo a fare shopping, ma la maggior parte del mio tempo lo trascorrevo proprio con Julia. L’andavo a prendere a scuola e, prima di riaccompagnarla a casa, passavamo in qualche sala da tè o pasticceria a strafogarci di dolci. Offriva sempre lei. Mi domandavo quanto denaro avesse sulla carta di credito che aveva sostituito ormai da tempo banconote e monete, ma non erano affari miei e non osai mai chiederlo.

Julia era una compagnia piacevole: era spiritosa, conosceva un sacco di barzellette – che poi sono più o meno le stesse che si raccontano in ogni epoca – e di fatti curiosi trovati nella Rete. Era una persona acuta e pareva sapere un sacco di cose per la sua età. Aveva uno sguardo molto maturo. Si dice che gli scrittori conservano uno sguardo adolescente anche in tarda età: lei al contrario aveva occhi “arcaici”. Occhi di una centenaria nella testa di una bambina. Al tempo stesso però erano anche maliziosi ed estremamente vivaci. Non avevo mai incrociato prima uno sguardo del genere.

Qualche volta passeggiavamo nei grandi giardini isauriani. Circondati da alti grattacieli che spuntavano da sopra le chiome di querce e faggi, ci godevamo la brezza primaverile e parlavamo di tutto seduti sulle panchine. A volte stavamo semplicemente in silenzio. Quando ci veniva la voglia prendevamo un gelato al chiosco vicino al laghetto. Io dopo il gelato ordinavo sempre un caffè: non era come il caffè che ero abituato a prendere nel mio bar preferito, nella Firenze del 2016 d.C., ma non era neanche come la strana bevanda che servivano a Damasco nel XVI secolo dell’Era Volgare e che deriverebbe pur’essa dalla leggendaria pozione nera che l’arcangelo Gabriele offrì a Maometto un giorno che questi si sentiva male (non è vero nulla: ho conosciuto il Profeta di persona e non ha mai bevuto nulla che assomigliasse al caffè, e tra l’altro non era il fanatico che ci tramanda la Storia; non avrebbe mai approvato i kamikaze jihadisti che avrebbero seminato il terrore nel nome di Allah quattordici secoli dopo).

- Quante cose sai sul caffè! – Mi disse Julia mentre ne stavo sorbendo uno al tavolino sotto ad un bel portico. – Sai molte più cose di me.

- Ho viaggiato molto – le risposi evasivo. – Ma non preoccuparti, sei ancora giovane, ne hai di strada… sei ancora una bambina.

Lei si accigliò e si chiuse in un silenzio scontroso. Dovevo aver detto qualcosa di sbagliato.

- Sei arrabbiata come me? – Le domandai.

- Non sono una bambina! – Mi urlò, facendomi rovesciare addosso il caffè.

- Ah no, e cosa sei? – Replicai pulendomi col tovagliolo.

- Sei proprio scemo – mi disse, quindi si alzò e fece una corsa sul prato, lasciandosi cadere sull’erba e restando lì, come morta, a guardare il cielo sereno della tarda mattina

 

Solo i Crononauti possono viaggiare a piacimento lungo la Linea Temporale. Gli altri comuni mortali possono andare in una sola direzione e ad una velocità fissa. Non possono saltare da un punto all’altro come noi: per arrivare da A a B devono attraversare tutti gli infiniti istanti che separano i due punti, e naturalmente non possono andare da B ad A. Neanche i figli dei Crononauti possono. Carlo si era fatto una famiglia nel suo tempo e non la poteva portare con sé: alla fine si era stabilizzato in quel luogo e in quel tempo, rinunciando ai suoi viaggi. Io non mi sono mai fatto una famiglia, anche se ho amato molte donne, e sono sempre stato libero di andare e venire. Questa cosa ha affascinato la piccola Julia fin dal mio primo racconto delle mie avventure temporali.

- Carlo non mi racconta mai nulla – si lamentò. Potevo comprendere il mio amico: certo non doveva essere proprio piacevole rievocare i bei tempi andati per sempre…

- Com’è viaggiare nel Tempo?

La memoria di un Crononauta funziona in modo bizzarro: “prima” e “dopo” hanno significati diversi dal senso comune e tutto tende a confondersi, anche se abbiamo ben chiara la nostra posizione nella Linea Temporale in ogni momento. È qualcosa di istintivo. Julia mi ascoltava estasiata; gli occhi le brillano mentre le racconta qualche aneddoto curioso dei miei numerosi viaggi.

- Mi trovo bene con te – mi dice ad un certo punto, appoggiando la testolina sulla mia spalla.

- Grazie, anch’io – le rispondo accarezzandole i capelli in un gesto affettuoso.

- Senti Max… – mi dice con tono confidenziale – Ma quali caratteristiche deve avere una donna per piacerti?

Trovo strana la domanda ma rispondo ugualmente.

- Deve rispettare i miei spazi.

Lei assume un’espressione misteriosa.

- Mi trovi invadente? – Mi domanda a bruciapelo.

- No, affatto.

- Mi trovi… attraente?

Non è tanto la domanda in sé che mi stupisce, ma il tono. Un tono da donna matura e maliziosa.

- In che senso?

- Hai capito benissimo.

La conversazione sta prendendo una piega che non mi piace.

- Faresti l’amore con me?

Ammutolisco. Noi Crononauti ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori, ma siamo pur sempre uomini, figli del nostro tempo, e nel mio tempo una bambina che parlasse in questo modo a un adulto sarebbe a dir poco bizzarra. Non sono un pedofilo: è vero, mi piacciono le ragazze giovani, ma non così giovani.

- Ma cosa ne sai tu dell’amore. – Dico infine, distogliendo gli occhi dal suo sguardo fisso su di me. – Ma ti rendi conto di quello che dici?

Lei alza le spalle, poi cambia discorso. Mi racconta una barzelletta vagamente spinta, quindi si alza per andare al laghetto dalle anatre. Io la seguo con lo sguardo. Non so cosa pensare.

 

Quella sera parlai a Carlo.

Meditai molto su quali parole usare, e se fosse davvero il caso di dirgli che sua figlia decenne mi avesse fatto delle avance sessuali. Come l’avrebbe presa? Provai a mettermi nei suoi panni: io non l’avrei presa affatto bene. Probabilmente mi sarei preso a pugni. Tuttavia non potevo tacere: era mio dovere di amico e di persona adulta e responsabile. Ero combattuto. Quella sera a cena non dissi una parola davanti al mio amico e la sua famiglia. Antonia mi domandò se c’era qualcosa che non andava. Io negai con un cenno del capo, quindi alzai le spalle e mi concentrai sulla minestra che avevo davanti.

Dopo cena, mentre Antonia lavava i piatti in cucina, mi avvicinai a Carlo il quale leggeva un libro sprofondato in una poltrona in salotto alla luce soffusa di un’abat-jour dall’aspetto antico. Julia era in camera sua, probabilmente a fare i compiti per l’indomani.

- Senti Carlo… - iniziai, bloccandomi subito dopo. Non sapevo come andare avanti.

- E’ successo qualcosa con Julia? – Mi prevenne lui senza alzare gli occhi dal libro, come leggendomi nel pensiero. La voce era insolitamente calma.

- Sì, volevo parlarti di Julia. – Ricominciai. – Credo si sia presa una cotta per me.

Lui alzò gli occhi e mi guardò abbassando gli occhiali sul naso.

- Capisco. A te lei piace?

Questa proprio non me l’aspettavo.

- Ma cosa dici?? È una bambina!

- Non è quello che ti ho chiesto.

Rimasi qualche attimo in silenzio, meditabondo.

- Sì – risposi infine – Sì, mi piace.

Mi domandai cosa diavolo mi fosse saltato in testa.

- Bene, auguri e figli maschi!

Il tono di Carlo mi fa dubitare della sua salute mentale, o del fatto che non abbia capito bene la situazione.

- Perdiana: mi ha proposto di fare sesso con lei! – Quasi urlo, battendo la mano sul bracciolo della poltrona su cui sono seduto.

- Embé? Tu cosa le hai risposto?

La sua voce è calmissima. Mi viene il dubbio che sia impazzito.

- Cosa vuoi che le abbia risposto? “Sì, in albergo o a casa tua?” Ma lo vuoi capire o no che una bambina, tua figlia, ci ha appena provato con me??! E che pure io sono attratto da lei, anche se non mi riesco proprio a spiegare perché! È una situazione surreale, terribile!

Carlo fa una cosa che davvero non mi aspetto. Scoppia in una risata fragorosa. Quindi chiude il libro che stava leggendo e lo ripone sul comodino accanto alla poltrona. Si ferma ad un certo punto, sembra che stia per dirmi qualcosa, poi ricomincia a ridere a più non posso. Io me ne vado sconvolto e infuriato, sbattendo la porta.

 

Quella notte, come temevo, faticai molto ad addormentarmi. Me ne stavo sotto le coperte a pancia in su, con gli occhi sbarrati nella penombra. Da fuori giungevano attutiti i rumori del traffico di una città che non dorme mai. Non sapevo come comportarmi, non sapevo se fosse più assurdo il fatto che una bambina di dieci anni ci avesse provato con me o il fatto che anch’io mi sentissi attratto da lei. C’era qualcosa di speciale in Julia, anche se ancora non riuscivo a comprendere cosa esattamente. I bambini non mi hanno mai attratto, tanto meno sessualmente, anzi li trovo noiosi e molesti. Julia era diversa. Infine giunsi alla conclusione che era qualcosa nel suo sguardo. Gli occhi, si sa, sono lo specchio dell’anima. Io sono sempre stato colpito da uno sguardo prima che da qualsiasi altra cosa in una donna, o una ragazza. Nei miei quarantacinque anni ne ho amate molte, qualcuna mi ha anche ricambiato, e conosco molti sguardi femminili. Il cuore femminile è rimasto uguale nelle varie epoche storiche, come ho potuto sperimentare di persona: misterioso e pieno di contraddizioni, accogliente e pericoloso, materno ed assassino.

Ero sul punto di addormentarmi, finalmente, quando sentii la porta aprirsi. Mi trovavo in uno stato di dormiveglia, quando non si è sicuri che le nostre percezioni appartengano al sogno o alla realtà. Una figura minuta si mosse nella stanza: un contorno nero nella penombra. Riconobbi subito Julia e mi inquietai. Sentii sollevare le coperte e un corpo nudo infilarvisi contro e premere contro il mio. A quel punto non ne potei più e accesi la luce. La bambina aveva gli occhi chiusi e un’espressione estatica. Mi svegliai completamente e saltai fuori dal letto dall’altro lato.

- Julia, che ci fai qui??

Lei mugolò.

- Tu cosa pensi che faccia?

- Ti prego, torna in camera tua. Non… non possiamo!

- Uff, come sei noioso!

Si alzò anche lei e, senza alcuna vergogna e pudore, se ne andò.

 

Tornai a letto, stavolta mettendo una sedia a contrasto della maniglia, non essendoci serrature in quella casa. Mi domandai cosa fare il giorno successivo: se fosse il caso semplicemente di andarmene, di riprendere la mia esplorazione della Linea Temporale e far finta che nulla fosse successo. Infine presi sonno ma dormii poco e male.

Il giorno dopo ritrovai la famiglia riunita per la colazione. Mi sentivo tutti gli occhi addosso, anche se era solo una mia impressione: nessuno faceva caso a me, tranne Julia. Stava sorbendo una zuppa di latte e cereali e ogni tanto mi guardava storto. Non ne potevo più, decisi di fare colazione al bar e salutai tutti con una scusa.

Le vie di Isaura sono ampie e sempre affollate. Ovunque ci sono negozi di ogni tipo e, come in tutte le città del passato e del futuro, mendicanti ad ogni angolo. Solo a partire dal primo secolo dell’Era Galattica la povertà scomparirà dalla Terra e dagli altri pianeti colonizzati dall’Uomo. Camminai senza una meta precisa per un bel pezzo, cercando di schiarirmi i pensieri. Era pazzesco, ma mi sentivo in qualche modo stuprato. Una parte di me non voleva mandare via Julia. Ero disgustato da me stesso. Entrai in un bar e, nonostante fosse ancora mattina, feci una cosa che non avevo mai fatto prima: mi ubriacai.

Uscii barcollando e mi andai a sedere su una panchina nello stesso parco che frequentavo con Julia. Il sole mi feriva gli occhi. Attorno a me schiamazzi di bambini in gioco e rombi di velivoli. Infine tornai a casa deciso a fare i bagagli.

Trovai Carlo sulla porta.

- Vieni, ti devo parlare.

Finalmente. Tuttavia non sembrava arrabbiato con me.

- Sediamoci in salotto. – Mi disse facendomi strada.

- Ti chiedo scusa – esordì togliendosi gli occhiali che teneva legati con una catenella d’oro – Mi sono preso gioco di te: non ho saputo resistere, la tua espressione era troppo spassosa. Non dovevo. Adesso ti spiego tutto, così capisci quanto sia assurda la situazione, ma non nel senso che pensi tu.

Io ero disorientato e sentivo la testa girare, non solo a causa dell’alcol.

- Innanzitutto Julia non è mia figlia…

- L’avete adottata? E ti pare comunque un buon motivo per…

- No, non hai capito: è la mia bisnonna.

Dopo alcuni attimi mi infuriai.

- Stai continuando a prenderti gioco di me??

- No no. È la verità. Ad Isaura l’età biologica non corrisponde a quella reale. Avrei dovuto dirtelo subito, ma non mi capita spesso di ricevere visite da altri Crononauti e quindi tendo a darlo per scontato. Tu non bazzichi questo segmento di Linea Temporale, così non potevi saperlo. Da quando la cura contro l’invecchiamento è stata sperimentata con successo sull’Uomo, da quando insomma la telomerasi non causa più il cancro, la maggior parte delle persone si è fatta togliere qualche decennio dalle spalle. C’è chi si è fermato all’età biologica di vent’anni, chi a trenta. Chi, ma sono pochi, preferisce mostrare la sua vera età, come me. Io non mi vergogno di avere e dimostrare quarant’anni. Ma non siamo tutti uguali. La bisnonna Julia semplicemente ha esagerato con la Cura: voleva tornare a vent’anni ed è finita col dimostrarne dieci. Ogni tanto succede. Siccome c’è la cura per ringiovanire ma non quella per invecchiare – chi la desidererebbe d’altronde? – dovrà raggiungere la sua età desiderata per vie naturali.

Rimango in silenzio.

- Quanti anni ha dunque? – Domando infine.

- Centoventi.

- Fammi capire bene: una vecchia di centovent’anni in un corpo di una bambina di dieci anni, con gli appetiti sessuali di una ragazza di vent’anni?

- Sì, più o meno è così.

Questo spiega i suoi occhi “arcaici” e le sue stranezze. Certo, è logico. Tutti i pezzi vanno a posto.

- Tutti ciò è…

- Bizzarro? – Completa la frase Carlo con uno strano sorriso. – Immagino che dal tuo punto di vista lo sia. Sono un Crononauta anch’io, so come funziona in altre epoche, ma io sono nato a Isaura, in questa società, e per me è normale.

- Ma… sono andato tutti i giorni a riprenderla a scuola!

- Sì, la scuola dove lavora come preside.

Altra pausa di silenzio imbarazzato.

- A questo punto penso che tu e Julia siate pronti per chiarirvi. Vuoi?

- No, penso che sia meglio che non la veda più. Anzi, penso che sia meglio che me ne vada al più presto.

Lui alza le spalle.

- Fa’ come vuoi, sei libero, ma considera una cosa: lei ti ama.

- Penso di amarla anch’io, ma mi fa troppo strano stare con una bambina. Comprendimi.

- Non è una bambina, comunque ti capisco. Le devo dire qualcosa?

- Sì… no… non lo so. Inventati qualcosa.

 

Quel giorno mi trasferii in albergo. Era un piccolo hotel in periferia, economico ma dignitoso. Mi ci accompagnò Carlo, dopo che ebbi salutato Antonia con una stretta di mano. Mi domandai quanti anni avesse realmente la donna, forse i trentacinque che dimostrava, o magari duecento. Era molto inquietante.

Contavo di partire l’indomani, ero ancora indeciso su dove andare.

Stavo mettendo le camicie in valigia quando qualcuno bussò alla porta. Andai ad aprire con un presentimento. Era Julia. Aveva pianto.

- Non te ne andare. – Mi implorò gettandomi le braccia al collo. – Ti prego.

Io stavo per staccarmi quelle braccine disperate quando all’ultimo la strinsi anch’io. Restammo abbracciati per un tempo interminabile. Sentivo come un peso sullo stomaco e le interiora in subbuglio. Alla fine fu lei a staccarsi e a guardarmi negli occhi.

- Adesso qui come si fa? – Domandai, più a me stesso che a lei.

- Sei inquieto perché mi vedi come una bambina?

- Prima era per quello, ora anche perché potresti essere la mia bisnonna. – Risposi con sincerità. – Hai quasi novant’anni più di me… veniamo da due epoche e culture completamente diverse.

- Ma voi Crononauti non siete il corrispondente temporale dei cosmopoliti? – Obiettò acutamente.

- Sì, ma…

- Insomma, anche tu sei innamorato di me, giusto?

- Sì. – Ammisi.

- E allora qual è il problema?

- Lo sai.

- Qual è, per te, l’età minima? – Mi domandò seria.

- Mah, almeno diciotto anni.

Lei divenne pensierosa. Come se fosse stato fatto apposta, in quel momento trasmettevano in olovisione, che avevo lasciato accesa, un vecchio successo di Gigliola Cinquetti. Vecchio di alcuni secoli, musica classica. Io ripresi a mettere le camicie in valigia, ma con calma.

- Otto anni… - Mormorò lei volgendomi le spalle.

- Per me otto anni passano in un attimo, sono un Crononauta – Le dissi, intuendo il suo pensiero. – Ma per te sarebbero… otto anni, appunto. Non credo che tu voglia aspettarmi.

- E chi te lo dice?? – Urlò lei.

- Mi aspetteresti?

- Sì. – Rispose prontamente.

- Ricordati, otto anni…

- Io ne ho centoventi e mezzo. – Ribatté lei accigliandosi. – Posso ben aspettare otto dannati anni.

- Vedremo. Fatti trovare qui, in questa stanza, tra otto anni esatti.

In quel momento feci il Salto Temporale.

 

In un attimo tutto cambiò davanti a me. La stanza rimase la stessa ma con alcune differenze. La carta da parati con i motivi floreali era stata tirata via e sostituita con una mano di vernice verde pastello, l’arredamento era più moderno, le tende erano diverse, il lampadario in stile rococò aveva ceduto il posto ad una lampada moderna di foggia futurista. Anche le coperte erano diverse.

Ero solo in mezzo alla camera.

Lo sapevo, pensai.

Sul comodino c’era una busta. Era indirizzata a me. Il mio nome era stato vergato con calligrafia squisitamente femminile. Inutile dire chi l’aveva scritta. L’aprii e mi sedetti sul letto per poterla leggere. Julia doveva averla lasciata da poco, dopo aver prenotato la stanza. Adesso ha diciotto anni, pensai. È una giovane donna. No, mi corressi: ha 128 anni. E mezzo. Quasi il triplo della mia età.

 

Isaura, 28 germinale dell’anno DCCLXXXIII

 

Caro Max,

avevi ragione. Otto anni sono otto anni, ossia tanti. Sappi che ti ho amato davvero, che a 120 anni ormai i sentimenti sono maturi e non si può più sbagliare. Potevamo essere una coppia perfetta, ma il destino ha voluto altrimenti. Solo i tempi erano sbagliati, come diceva un’antica canzone. Non sono capace di stare sola: non lo sono stata per oltre un secolo. Per te questi otto anni sono passati in un attimo; per me sono stati otto anni intensi, in cui ho vissuto molto. Spero capirai.

Con affetto

 

Julia

 

Sì, capivo, ed in fondo è giusto così. Il cuore femminile è lo stesso in ogni tempo, in ogni luogo. Buona fortuna, cara Julia, ovunque e con chiunque tu sia. Lascio la tua città così simile alla mia città d’origine, nel mio Tempo d’origine, eppure così diversa. Isaura, perla del mondo, mirabile metropoli, abitata da uomini e donne senza età. Chiudo gli occhi e in un attimo li riapro nella Roma dei primi anni dell’Impero.

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